La fragile invulnerabilità di Sylvie Guillem: 6000 miles away

Sylvie Guillem in Bye

Sylvie Guillem in Bye (photo: Bill Cooper)

Ogni arte ha i propri fuoriclasse, e la danza non fa eccezione. Quando però questi ‘numeri uno assoluti’ sfruttano il proprio talento e le proprie risorse per collaborare a un medesimo progetto, i risultati possono essere davvero stupefacenti.

E’ per questo che “6000 miles away” non è soltanto uno spettacolo da antologia, in cui il percorso di Sylvie Guillem, autentica (e forse ultima) “diva” della danza mondiale, si intreccia con quello di William Forsythe, Jiři Kylián e Mats Ek, veri e propri miti viventi della coreografia contemporanea.
Presentato in prima italiana al Teatro Luciano Pavarotti di Modena il lavoro sembra infatti consacrare la volontà, che Guillem persegue ormai da anni, di mettere alla prova le proprie capacità di interprete su più livelli, confrontandosi – abbandonato il repertorio classico – con creazioni di coreografi contemporanei quanto mai diversi l’uno dall’altro.


Prende così vita un programma formidabile, costituito da due brani creati appositamente per la danzatrice francese (“Rearray” di William Forsythe e “Bye” di Mats Ek) a cui si aggiunge un duetto coreografato da Jiři Kylián, intitolato “27’52’’”, con Aurelie Cayla e Lukas Timulak del Nederland Dance Theatre.

Nel duetto “Rearray”, William Forsythe sembra ricollocarsi nel solco di quella tendenza alla decostruzione e ricostruzione della tecnica accademica che aveva caratterizzato i suoi lavori degli anni ’90, e che gli aveva consentito di elaborare a sua volta un linguaggio di movimento autonomo e riconoscibile, fondato sulla disarticolazione radicale di un corpo danzante spinto a esplorare, quasi sempre a velocità supersonica, tutte le possibilità di agire nello spazio e di gestire il proprio peso.

Sylvie Guillem e Massimo Murru in Rearray

Sylvie Guillem e Massimo Murru in Rearray (photo: Bill Cooper)

La coreografia, che Sylvie Guillem interpreta insieme a Massimo Murru, si trasforma così in una sorta di costante negoziazione di energie, uno scambio di impulsi nevrotico, elettrico e austero al contempo, in cui i contatti fra i partner assumono la funzione di leve, agganci, ingranaggi che diventano gli snodi attraverso cui si dipana questa effervescente dissezione e proliferazione del movimento.
Un pezzo rigoroso, quasi cervellotico, in cui i danzatori sembrano sfidarsi l’un l’altro mentre lo spazio fra i corpi diventa un campo magnetico carico di concentrazione, caparbietà e anelito al raggiungimento di una forma esplosa eppure ineccepibile.

Le strepitose doti fisiche di Guillem consentono alla danzatrice di incarnare con totale aderenza questo ideale di una forma sempre spinta al limite, si tratti di lavorare sull’iper-estensione delle gambe, sulla rapidità fulminea del salto o sui repentini slittamenti di peso. Sylvie Guillem ci appare qui come un’interprete magneticamente consapevole, enigmatica nel modo di stare in scena e di relazionarsi con movimento virile e quasi ferino, pur nell’assoluto rigore tecnico, di Massimo Murru.

In questo brano l’intelligenza compositiva del coreografo ha modo di esprimersi compiutamente, manifestandosi anche nella fusione perfetta del movimento dei danzatori con la musica (di David Morrow), tanto che si ha come l’impressione che l’impasto sonoro, tagliente e sferzante, si sprigioni proprio a partire dalla danza (e viceversa), il tutto in uno spazio reso costantemente smaterializzato e fluttuante dal ripetuto abbassarsi e rialzarsi delle luci.

Completamente diverso, nello spirito e nella forma, è “27’52’’” di Jiři Kylián. Inquietante, misterioso e struggente, il brano si risolve nella sublime parabola dell’incontro impossibile e tormentato fra un uomo e una donna (gli splendidi Aurelie Cayla e Lukas Timulak): in questo caso il movimento, perennemente percorso da fremiti e contorsioni, trasforma la relazione fra i due in lotta continua, fuga inesausta dell’uno dall’altro, tentativi di contatto appassionato, vigoroso e sempre destinato a frantumarsi.
Dagli approcci respinti mediante lo scatto di un salto o di una contrazione, ai momenti di danza solista in cui i caratteri (angosciata e senza scampo lei, quasi più solido e fermo lui) si delineano con evidenza, fino al groviglio sfinito dei corpi, il lavoro si struttura seguendo una coerente e intensa progressione drammaturgica.

Senza mai scivolare neppure lontanamente nella didascalia o nella narrazione, la coreografia di Kylián riesce a condurci all’interno di tutte le sfumature di questa relazione disperata, facendocene assaporare dolori, tensioni e struggimenti: basta la mano aperta di Timulak sulla testa della sua compagna Cayla a raccontare la volontà pervicace e disillusa dell’uomo che tenta di afferrare, anche se per un attimo, il fervore angosciato della donna.
Ma non è abbastanza: nemmeno l’atto di Cayla di togliersi la maglietta rosso fiammante, che, lasciandola a torso nudo come il suo partner, sembra quasi alludere a una qualche simbiosi fra i due, riesce a risolversi poi in un autentico congiungimento.
Fino a che, nella commovente scena finale, con Cayla come inghiottita dal pavimento, si materializza l’inevitabile epilogo di una fine già dolorosamente annunciata.

Sylvie Guillem torna protagonista in “Bye”, assolo creato da Mats Ek in cui le capacità tecniche della danzatrice vengono piegate con sapienza alle esigenze di un’interpretazione particolarmente impegnativa, tutta giocata sulla dialettica fra abbrutimento del corpo ed esplosioni di vigoria e atletismo impeccabili.

La lunga treccia di capelli ramati che le sventaglia dietro la schiena, Guillem, quasi dimessa con indosso camicetta, longuette e golfino, dà vita a un vero e proprio dialogo con se stessa: come davanti a uno specchio, l’artista guarda dentro di sé e scorge la donna, proprio mentre quest’ultima non può rinunciare alla tentazione di strapparsi di dosso le scarpe e fendere l’aria con salti poderosi.

L’intero brano si nutre delle fragilità della donna ordinaria, che si stringe nelle spalle incurvate e cammina col passo di chi non vuole disturbare, così come del brio, del fuoco e del calore di una danza splendente di perfezione.
Ma non è un’immagine gloriosa quella con cui Sylvie Guillem ci rivolge il proprio saluto: nascostasi dietro a un piccolo schermo posto sul fondo (sul quale compaiono, oltre a lei stessa, figure diverse, da un uomo misterioso a un cagnolino fedele), ecco che la sua immagine riappare proiettata insieme a quella di molte altre persone che, lanciatoci un ultimo sguardo, si dissolvono alla spicciolata.
Un’occhiata, e via: l’artista scompare e il pubblico, avrebbero detto i critici d’antan, le tributa un trionfo.

6000 MILES AWAY

Rearray
coreografia: William Forsythe
musica: David Morrow
costumi e luci: William Forsythe
interpreti: Sylvie Guillem e Massimo Murru

27’52”
coreografia: Jiří Kylián
musica: Dirk Haubrich
scene: Jiří Kylián
costumi: Joke Visser
luci: Kees Tjebbes
interpreti: Aurelie Cayla e Lukas Timulak

Bye

coreografia: Mats Ek
musica: Ludwig van Beethoven
scene e costumi: Katrin Brännström
luci: Erik Berglund
video: Elias Benxon
interprete: Sylvie Guillem

durata complessiva: 1’ 30’’

Visto a Modena, Teatro Comunale Luciano Pavarotti, il 15 aprile 2012

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