Tra ironia e xenofobia, l’Italia di Synagosyty raccontata da Vacis e Aram Kian

Synagosity
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Aram Kian in ‘Synagosyty’ (photo: teatrovalle.it)

Non ci piace quasi mai partire dai presupposti. Questa volta sì. Il monologo è tra le forme di comunicazione teatrale più ostiche. La ragione potrebbe derivare proprio dalla sua sorprendente versatilità, dalla sua capacità di essere teoricamente presentabile tanto all’inseguimento di un testo rigidamente codificato, in cui le didascalie guidano l’attore in ogni necessaria variazione, quanto senza alcun vincolo con la parola scritta. L’assenza di interazione con un secondo attore lascia il primo da solo su un palco vuoto, alle prese con un peso enorme: la parola.
Teorici? Perché no, tanto questo “Synagosyty” di Gabriele Vacis va oltre la teoria, lasciando a noi il compito di ricostruirla. Sempre che ne esista una.

Aram Kian (il bravissimo attore protagonista) è un bambino di madre romana e padre persiano nato e residente a Sinago Milanese (Synagosyty, per gli autoctoni). La sua carta d’identità, se anche momentaneamente da rinnovare, certifica che è nato in Italia, che è nostro connazionale dalla nascita, che non ha niente di più, niente di meno di tutti i suoi compagni di scuola, eccellenti e conformisti rampolli della Pianura Padana più profonda. La sua pelle non è bianca, non è nera. È olivastra. I suoi peli sono forse un po’ di più del “normale”, la barba gli cresce più in fretta. Ma la sua parlata è più neutra di tutte le altre: nessun difetto di pronuncia, nessun accento da “terrone”, nessun tic nei movimenti, nessun vernacolo fastidioso. Solo l’ombra di una cadenza, appunto, lombarda. Eppure nessuna di queste conferme basta alla società per escludere ogni discriminazione.

La grandezza di questo spettacolo, che Vacis scrive insieme a Kian e dirige con attenzione e senza invadenza, è forse proprio nella coerenza: tanto l’istanza di base quanto il suo sviluppo rendono giustizia alla rappresentazione di un concetto: “sfumatura”. Non è un caso che la prima scena racconti, affondando in una vasca di particolari minuscoli, i guai combinati dall’Aram bambino che gioca con un barattolo di vernice bianca, dipingendo tutta casa, dal tavolo alla cucina, dal cagnolino alla madre nuda. Bianco. Una parola che si ripeterà spesso, s’infilerà come un topo affamato in anse sempre più piccole in giro per il racconto, acquisendo potenza, significato, grazie proprio a quella versatilità linguistica che ne sdoppia la valenza. Bianco sostantivo, bianco aggettivo, bianco appellativo, bianco soprannome, bianco innocente, bianco colpevole, bianco utopia, bianco vergogna.

Bianco. Fiammeggia, la parola, a ogni scintilla che la parlata irresistibile di Kian si lascia dietro. E sono tante, quelle scintille, in quasi un’ora e mezza di forsennata narrazione. La performance di Aram Kian è quanto di più caloroso e generoso si possa sperare. Il suo sorriso reale, il suo diaframma che scocca qualche risata non prevista a metà della ricostruzione di un quadro, di una situazione, i suoi gesti così puntuali e armonici, lo sguardo netto, sono le testimonianze essenziali che consegnano a questa storia neorealista lo straniamento necessario a farne un grande documento.
In poco più di cinque minuti si ripercorrono dieci anni di storia mondiale, fatta di status symbol e piccoli miti, di convinzioni e illusioni che crescono e si fortificano solo alla ricerca dei mezzi adatti, poi, a distruggersi a vicenda.
Il resto è l’excursus di una vita “normale”, corretta nel dosaggio di libido, ambizione, filosofia e decadenza, una piccola vita il cui senso, in gran parte, proviene dall’amicizia (Kian, oltre a se stesso, dà voce ad altri quattro protagonisti). Una vita plausibile, intaccata da quella “sfumatura” che trasforma un italiano dai tratti esotici nello spauracchio del diverso che si affaccia.

Il tutto divertente come una barzelletta interminabile, di quelle che cominci a ridere dall’inizio per come te la stanno raccontando, molto prima che la soluzione del “gioco” arrivi. Si dice sempre: “Tutto sta a come te la raccontano”. È vero.
“Synagosyty” è una barzelletta amara, di quelle che ci ripensi tornando a casa, di quelle che vorresti raccontare ma che terrai per te, ché sai che l’effetto non sarebbe lo stesso: a te l’hanno raccontata meglio.

SYNAGOSYTY
di Gabriele Vacis e Aram Kian
produzione: Teatro Regionale Alessandrino
regia: Gabriele Vacis
con: Aram Kian
scene e costumi: Lucio Diana
scenofonia: Roberto Tarasco
durata: 1 h 20′
applausi del pubblico: 4’

Visto a Roma, Teatro Valle, il 5 novembre 2009

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