Il talento di Simone Derai e i dubbi sull’Orestea

Photo: teatrostabileveneto.it
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Molto si è detto e scritto dell’”Orestea” di Anagoor in interviste, recensioni e approfondimenti.
A tale proposito rimando alla esaustiva intervista di Tommaso Zaccheo a Simone Derai, oppure alla videointervista di Mario Bianchi pubblicata a marzo.

Tutto questo gran parlare non ha fatto altro che accrescere la mia difficoltà nell’approcciarmi a tale messinscena, difficoltà che confesso essere aumentata dopo la visione, poiché il lavoro è davvero impegnativo, sia per la composita, stratificata – talvolta eccessiva – materia che il lavoro “offre” allo spettatore, sia per la durata (poco più di tre ore e mezzo), che non è peregrino definire estenuante.

Orestea, “storia di un mondo in rivolta contro il dolore e la finitezza dell’essere umano”, è un lavoro dilatato, a tratti senza dubbio verboso, in altri statico, in altri ancora unico e forse straordinario.
È un magma, un flusso che può avvinghiare ed attrarre, circondare, occupare totalmente il pensiero, ma può anche respingere, far arretrare, con la forza dei suoi enormi ed inarrestabili ingranaggi da transatlantico.


Presenta soluzioni registiche notevoli, che mettono in luce il talento di Simone Derai. Ma in tutto questo, c’è anche qualcosa che suona troppo forzatamente “raffinato”, di una eleganza “filologica”, a tratti sovrabbondante e pletorica.

Ed è per tutto questo che credo meriti di essere visto, scendendo a patti con l’estenuante durata, spesso appesantita da atmosfere crepuscolari, soprattutto nel secondo atto, che ad eccezione di un finale in “crescendo”, assai riuscito, risulta faticoso, sebbene sia più breve del primo.

“Orestea” è un incrocio di testi, citazioni, linguaggi, partiture gestuali, musica e suoni, che accompagnano l’emotività delle azioni, delle parole, delle riflessioni che ruotano attorno a questa trilogia potente, che ci conduce ad Eschilo, alla tragedia antica in tutte le sue declinazioni contemporanee, ma che dall’atmosfera cupa di vendetta, inesorabile, ci solleva lentamente sino ad una parte finale luminosa, “giovane” ed energica, piena di speranza – con un video che tanto rimanda ad atmosfere alla Malick (per fotografia e scene d’insieme) accompagnato da un canto corale.

I due atti, se pure contigui e vicini, sono nettamente distinti. Fedele e vicino all’Agamennone il primo, dove sono preponderanti staticità ed ieraticità, assai evidenti nelle scene di gruppo, con i protagonisti immobili, come schiacciati dal peso di un tragico destino al quale non ci si può sottrarre, mentre, di contro, il secondo, a poco a poco, si apre al movimento, ad una danza circolare e liberatoria firmata da Giorgia Nardin – un esplodere di gioventù che si rincorre in un bosco a perdifiato -, un turbine circolare che cancella e sconvolge l’ordine statico delle cose, efficacissima soluzione di Derai.

Detto ciò, rimangono nondimeno dei dubbi, poiché, detto in soldoni, gli innumerevoli rimandi, le colte citazioni, le scelte che “piacciono alla gente che piace” – mi perdoni René Girard – fanno nascere delle domande. In questa densissima materia è tutto davvero così necessario? E se così è, quanta parte del pubblico può cogliere appieno – od almeno in buona parte – l’insieme di citazioni, rimandi, riferimenti, richiami, insomma quell’orizzonte di parola e pensiero citato nei crediti? Perché, in caso contrario, si rischia di sentirsi degli estranei, quasi estromessi da questa sorta di algido e distante “circolo di iniziati”.

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