Tam Teatromusica: il nostro dialogo fra arti diverse, da quasi 40 anni

Picasso visto dal Tam (photo: Claudia Fabris)
Picasso visto dal Tam (photo: Claudia Fabris)

Picasso visto dal Tam (photo: Claudia Fabris)

Uno dei premi Ubu più condivisibili, consegnati a dicembre a Milano alle eccellenze dell’ultima stagione teatrale italiana, è stato quello ad una compagnia storica che, con la sua arte, ha illuminato la scena italiana in questi ultimi trent’anni e più.
Stiamo parlando del Tam Teatromusica, fondato a Padova nel 1980 da Pierangela Allegro, Laurent Dupont e Michele Sambin, formazione che seguiamo fin dai suoi primi passi.

Loro peculiare caratteristica, come si evince dal nome, è l’incrocio e la sinergia dei linguaggi visivi e musicali, che si concretizza sempre in un unicum mai scontato che, col suo straordinario mix, coinvolge tutti i sensi dello spettatore, senza raccontare di solito storie ma provocando stati d’animo ed emozioni assai diversi tra loro.

A questo proposito ci rimangono ancora impressi nella memoria i loro “Se San Sebastiano Sapesse” (1984), “Dell’anima dell’arco” (1985), “Macchine Sensibili” (1987), “Axel” (1987), ma anche i successivi “Mo Uo” (1994), “Sogno di Andrej” (1999), “Segni del Tempo” (2003) e “Anima Blu”, lavoro del 2007 dedicato a Chagall che inizia un personalissimo percorso sui grandi artisti visivi del Novecento che prosegue tuttora. Spettacoli originali che, partendo dalle avanguardie storiche, entrano direttamente nel sentire contemporaneo.

C’è poi il teatro ragazzi, che è parte integrante della compagnia, con spettacoli in cui, fin dagli anni ’80, gli strumenti musicali erano protagonisti della scena o interagivano con oggetti e attori per un teatro personale e immaginifico. Flavia Bussolotto ora, e storicamente Laurent Dupont, hanno sviluppato una personale ricerca teatrale rivolta al mondo della primissima infanzia, che ha avuto in “L’air de l’eau” il suo culmine, spettacolo che ha rivoluzionato letteralmente il teatro ragazzi italiano.

La compagnia è ben radicata a Padova, dove ha dato vita negli anni a diversi progetti: il Teatro Carcere, la gestione del Teatro delle Maddalene e “Oikos” Officina delle arti sceniche, laboratorio permanente sui linguaggi scenici rivolto ai giovani.

Dopo gli Ubu abbiamo incontrato Michele Sambin e Pierangela Allegro, che ancora oggi sperimentano di persona le linee artistiche e creative della compagnia, per approfondire meglio il lavoro del Tam.

Se San Sebastiano sapesse, assolo per violoncello e frecce (photo: archivio.tamteatromusica.it)

Se San Sebastiano sapesse, assolo per violoncello e frecce (photo: archivio.tamteatromusica.it)

Provate a definirci il vostro modo di proporre un teatro in cui la musica si fonde con tutte le altre forme artistiche per arrivare al risultato finale.
La musica è l’arte del tempo. Il teatro vive nel tempo in compresenza con gli spettatori. La pittura può far parte del teatro se assume una dimensione temporale. Sono questi i principi da cui ha origine la poetica Tam.
Fin dall’inizio abbiamo voluto identificare il nostro particolare linguaggio teatrale indicandolo nel nome: Tam (teatro-arte-musica), e cognome: Teatromusica (tutto attaccato per segnalare l’unità).
E fin dall’inizio ci era chiaro che volevamo dedicare le nostre energie alla ricerca di un linguaggio che mettesse in dialogo le diverse arti. Attorno a queste idee è avvenuto l’incontro con Laurent Dupont.
I corpi in scena dovevano essere contemporaneamente produttori di immagine e suono, e ovviamente il tutto doveva svolgersi in tempo reale. Produttori consapevoli di un linguaggio nuovo per un nuovo teatro: questo è stato il principio alla base di tutto.
In seguito il Tam si è ampliato e ha inglobato altre personalità artistiche senza che venisse meno lo spirito pionieristico degli esordi.
Questa modalità l’avevamo sperimentata in una performance del 1977 dal titolo “12 animali”, gioco scenico per corpo e strumenti musicali dedicato ai bambini e presentato in una storica galleria d’arte di Venezia. La nascita del Tam è identificata con quest’opera.
Il nostro lavoro è conseguente ai 10 anni di ricerca che abbiamo condotto nell’ambito delle arti figurative attraverso la creazione di video performance che avevano come tema l’indagine sul rapporto immagine-suono. La poetica Tam nasce quindi con un imprinting legato alla performance e incontra nel passaggio al teatro la dimensione della replica: spettacoli come performance che possono essere replicate. Nonostante il passaggio al teatro lo spirito performativo continua a sussistere e permea il nostro modo di stare sulla scena, di pensare allo spazio, di creare l’illuminazione e così via.
Il teatro può essere per sua natura un luogo di sintesi delle arti, e così noi l’abbiamo sempre inteso: un teatro “sincronico” dove accadimenti come immagine, suono, luce, parola, corpo vengono scritti nello stesso momento all’interno di un linguaggio unitario costituito da segni di diversa natura che democraticamente contribuiscono alla comunicazione con lo spettatore.

In che modo le vostre creazioni si rapportano con le avanguardie artistiche del ‘900?
Il nostro teatro ne è diretta conseguenza, sia per quanto riguarda le avanguardie tradizionalmente storiche che i successivi movimenti, come Fluxus ad esempio. Il nostro percorso eredita e aggiorna le istanze di molti artisti protagonisti del rinnovamento delle arti del ‘900: musicisti, pittori, poeti, ma ci sentiamo in sintonia anche con chi ha rinnovato il linguaggio teatrale, come Gordon Craig ad esempio.
Prendiamo alcuni rinnovatori in ambito musicale: nel nostro percorso abbiamo realizzato spettacoli che si sono confrontati con l’opera di musicisti come Debussy, Maderna, Kagel, Cage, Webern, e se pensiamo alle arti visive la nostra attenzione è andata a pittori come Picasso, Chagall o Klee, ma anche Giacometti, Pollock….
Restando sul tema delle avanguardie storiche sicuramente una delle esperienze con cui ci sentiamo in particolare sintonia, proprio perché mette l’incontro tra le arti al centro del suo essere anche in termini pedagogici, è certamente il Bauhaus.
Pensiamo che chiunque intenda il teatro come luogo di rinnovamento del linguaggio non possa prescindere dalla conoscenza del lavoro che hanno fatto i predecessori in questa direzione.

Com’è cambiato nel corso degli anni il vostro modo di far teatro?
Nel corso di più di trent’anni il Tam è cambiato nelle persone che hanno attraversato quest’esperienza, mentre la poetica è rimasta la stessa, così come i principi che hanno dato vita all’esperienza stessa. Ciò che invece è in continuo mutamento sono gli strumenti, in particolar modo quelli tecnologici, che utilizziamo nel nostro lavoro. La téchne come arte: gli artisti sono tecnici e i tecnici sono anche artisti. Per questo è necessario un costante rinnovamento degli strumenti con cui “scrivere” il nostro teatro.

Molti vostri spettacoli sono dedicati all’infanzia; fondamentali in questo senso sono stati quelli di Laurent Dupont. Come vi ponete in rapporto ad un pubblico così particolare?
L’impressione è che molti pensino all’infanzia solo come un momento della propria vita che poi passa. Cresciamo, diventiamo adulti e l’infanzia si perde. In realtà una parte di quel fantastico modo di essere resta dentro ognuno di noi tutta la vita. E’ a questa parte che ci rivolgiamo quando creiamo spettacoli dedicati all’infanzia: lo spettatore ideale è il bambino inteso nel senso più ampio del termine. Per questo il teatro per l’infanzia non è mai stato per noi un lavoro in minore ed è sempre rimasto in collegamento con le diverse esperienze che andavamo facendo.
Certo, inizialmente avevamo un’utopia molto forte: immaginavamo un teatro senza distinzione di pubblico. Che questo fosse possibile lo dimostra il fatto che molti nostri lavori pensati per i giovani sono stati apprezzati anche dagli adulti. Sapevamo con certezza che ogni nostro lavoro poteva sì essere sentito in modo diverso a seconda dell’esperienza di vita dei singoli spettatori, ma che il lavoro contenesse in sé i requisiti per arrivare sia alla sfera infantile che a quella adulta.
Purtroppo la necessità esterna a definire per categorie e la visione dei diversi ambiti artistici come luoghi non comunicanti si è scontrata ben presto con la nostra utopia.
Eppure continuiamo a pensarla esattamente allo stesso modo, solo che abbiamo capito che si tratta di una battaglia che si vincerà nel lungo periodo…
Quando produciamo spettacoli per l’infanzia mettiamo in gioco una diversa sensibilità, ma non rinunciamo al nostro percorso ideale di ricerca, non abbassiamo il livello, semmai lo spostiamo. In questo siamo particolarmente attenti.

Parlateci del vostro percorso dedicato ai grandi pittori: Picasso, Klee e Kandinskij.
La trilogia nasce dal desiderio di far conoscere ad un pubblico giovane, e più in generale al mondo della scuola, il percorso artistico e la biografia di tre grandi pittori del Novecento. Ciascuno dei tre spettacoli ha affrontato una diversa sfida nei confronti di nuovi strumenti tecnologici.
La trilogia è composta di tre momenti, tre dediche e dunque tre spettacoli autonomi, ma è pensata idealmente come se si trattasse di tre capitoli di un unico libro animato sull’arte, da sfogliare adulti e bambini insieme. Far conoscere, stupire, affascinare, emozionare attraverso invenzioni sceniche, per restituire il fascino contenuto nelle opere e nelle vite dei tre artisti scelti: è questo, in sintesi, il motivo che ci ha spinto a creare il progetto.

Com’è il vostro rapporto con la città di Padova? Il teatro delle Maddalene?
In questo momento il rapporto è abbastanza conflittuale. Il teatro Maddalene è chiuso da anni. E non sappiamo se e quando riaprirà. In passato abbiamo dato molte energie per tenere aperto un luogo che è stato il riflesso del nostro modo di pensare alla ricerca teatrale. Ora il rapporto con l’amministrazione pubblica è particolarmente difficoltoso. E le nostre energie vanno in altre direzioni.

E con il carcere?
Lo stesso vale per il carcere, dopo quasi vent’anni di lavoro estremamente coinvolgente il testimone è passato ai più giovani. Prosegue invece il rapporto con l’Università di Padova attraverso l’attivazione di laboratori e lezioni all’interno dei dipartimenti di Teatro e Arti multimediali.
Ci piace ricordare inoltre che nel 2010 abbiamo realizzato un Archivio Tam che documenta tutto il lavoro svolto sia in Oikos (Officina delle arti sceniche il laboratorio permanente realizzato al Teatro Maddalene con i giovani dal 1996 fino alla chiusura del teatro) che con il carcere. Questo archivio informatico è stato ed è di grande utilità sia per gli studiosi che per gli studenti e chiunque voglia avvicinarsi, conoscere e studiare a fondo il nostro percorso artistico.

Quali progetti futuri?
Molte cose stanno accadendo, e tutte particolarmente interessanti. Ma ne riparleremo quando il futuro sarà presente!

Gli esordi: 12 animali, performance del '77 di Michele Sambin

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