I Teatri della Cupa e i monologhi della famiglia

Icaro caduto (photo: Eliana Manca)
Icaro caduto (photo: Eliana Manca)

Per la quarta volta il festival I Teatri della Cupa si è tenuto in Puglia, quest’estate, tra Campi Salentina, Novoli, Trepuzzi e l’antica Abbazia di Santa Maria di Cerrate.
Ideato e curato da Factory Compagnia Transadriatica e Principio Attivo Teatro, è stata anche stavolta una ghiotta occasione per assaporare da vicino le anticipazioni del teatro di ricerca pugliese (ma non solo) facendo da contraltare al barese “Maggio all’infanzia”, che invece si occupa di teatro ragazzi.

Fra i diversi spettacoli a cui abbiamo assistito in questa edizione, ci soffermeremo su due monologhi assai diversi tra loro, anche se accomunati dalla tematica dei rapporti familiari, entrambi portati in scena da due attori-autori che raramente abbiamo incontrato da soli in scena: “Icaro caduto” di Gaetano Colella e “Mamma” di Danilo Giuva.

In “Icaro caduto”, partendo dal mito greco di Dedalo e del figlio Icaro, Gaetano Colella si interroga sulla relazione di freudiana memoria, complessa e controversa, tra padre e figlio.
Il racconto di Icaro, che l’attore modula a più voci, proponendo tutti i personaggi che via via incontra nell’incedere del racconto, viene offerto al pubblico poeticamente in endecasillabi in rima alternata, con interventi significativi nel dialetto della sua terra.


Dopo essere caduto in mare per essersi avvicinato troppo al sole (forse volontariamente per punire il padre), Icaro viene ritrovato in mare da un pescatore pugliese, Franco, che lo porterà a casa sua, accolto come un figlio, ribattezzandolo significativamente con il nome di Angelo.
Icaro-Angelo, creatura fragile tra uomo e uccello, muto, deforme per la caduta, viene accolto dalla comunità come un fenomeno da baraccone, come accade curiosamente anche in un famoso racconto di Marquez.
Ma un giorno si risveglia dal torpore che lo ha sempre accompagnato e si chiede: “Chi sono?”.

E’ da questo momento che il giovane parte per rintracciare il padre perduto, per capire meglio chi egli sia veramente, per comprendere quali siano i sentimenti che attraversano lui e il padre, quel genitore che lo aveva sacrificato in nome di un’arte che voleva sfidare l’impossibile.
E infatti, ritrovandolo, capisce che “cercando lui, cercavo solo me stesso”.
Lo ritroverà intento a costruire ancora ali, di ogni dimensione. Solo in quel momento tutti i sentimenti di rivalsa verso di lui si placheranno, e pietosamente accompagnerà Dedalo a morire, volando.

La scenografia è formata solo da una pietra con una corda. L’attore è vestito semplicemente con una sorta di casacca senza maniche eppure, attraverso la sua sola poetica voce, Colella ci fa rivivere intatto, imbevendolo di umori senza tempo e di grande partecipata tenera pietà, uno dei miti fondanti del nostro “essere umani”, con tutte le nostre fragilità e possibilità.

Mamma (photo: Eliana Manca)

Mamma (photo: Eliana Manca)

Il secondo monologo è assolutamente diverso per forma e contenuti, anche se, anche qui, ci sono di mezzo dei rapporti familiari.
“Mamma – Piccole tragedie minimali” è interpretato e diretto dall’artista foggiano Danilo Giuva, visto in diverse creazioni con Licia Lanera. Qui calza, sulle sue ancor giovani spalle, un testo tagliente e sarcastico, scritto nel 1986 dal grande Annibale Ruccello, scomparso a soli 30 anni.

In vesti femminili Giuva conserva l’originale struttura dei quattro monologhi in cui è formato il testo, entrando e uscendo da ciascun personaggio, riempiendo la scena con la sua sola significante fisicità e con pochissimi orpelli scenografici.
Sono quattro piccole storie, quelle a cui assistiamo, in cui vengono esplicitati quattro modi di essere madre, in cui l’amore materno si imbeve di un sapore del tutto particolare, acido e beffardo, capace però di riverberarsi su tutta la società, mostrandone i lati più disarmanti e la volontà di modificarsi. Ecco all’inizio una favola di matrice basilesca “Catarinella e il principe serpente”, con protagonista una ragazza di fronte all’omicidio della madre e alla scoperta del suo principe serpente. Mentre in “Maria di Carmelo” seguiamo la vita quotidiana di una donna ospite di un manicomio, rimasta incinta e che crede di essere la Madonna, volendo essere venerata come tale.
Nel terzo, dagli esilaranti risvolti, vediamo una madre presa da una telefonata con la sorella in cui parla delle sue amate trasmissioni televisive, ma al contempo deve badare, strillando, alla prole: il nuovo che avanza riuscirà a corrompere l’humus culturale dove è nata.
Infine “Il mal di denti” la madre è questa volta afflitta da una terribile nevralgia, e deve fare i conti con la terribile notizia che la giovanissima figlia è rimasta incinta di un’apprendista meccanico, fatto che le fa perdere la speranza di un avanzamento sociale in cui aveva sempre creduto.

Quattro storie che, attraverso la corrosività del paradosso, si incuneano nella dimostrazione della natura particolare e della perdita di identità di un mondo rimasto immutato.
Per sottolinearlo Giuva non solo traduce in lingua foggiana il testo di Ruccello, ma lo fa con intelligenza, partendo da una lingua arcaica nel primo monologo, per arrivare piano piano a una sorta di lingua più comprensibile, che mescola l’italiano con il dialetto nell’ultimo.
Danilo Giuva, vestito di nero con l’immancabile sedia dei narratori, aiutato solo un sipario che nasconde un cuore (quello di mamma, certo) dipinto su tela bianca, e utilizzando una protesi raffigurante pancia e seno, supera brillantemente la sua prima prova di attore solista attraverso una gestualità semplice ma sempre rigorosa e significativi cambi di registro, pronto ad una nuova impresa ancora più difficile.

Icaro caduto
di e con Gaetano Colella
regia Enrico Messina
costume Lisa Serio
disegno luci Loredana Oddone
cura del suono Raffaele Bassetti
datore luci e audio Francesco Dignitoso
distribuzione e organizzazione Mary Salvatore

Mamma
regia e spazio Danilo Giuva
con Danilo Giuva
consulenza artistica Valerio Peroni ed Alice Occhiali
luci Cristian Allegrini
musiche e suoni Pippo Casamassima
costumi Sara Cantarone
scene Silvia Rossini
organizzazione Antonella Dipierro
assistente alla regia Riccardo Lacerenza
con il sostegno di Fibre Parallele

Visti a I Teatri della Cupa il 29 e 30 luglio 2018

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