La scommessa di Teatri di Vetro 2020, o sulla reazione agli stimoli

Photo: teatridivetro.it
Photo: teatridivetro.it

Gli idealismi e le rigorose prese di posizione di principio sono in questi tempi sottoposti a dure prove. Un mese e mezzo fa, il Dpcm 3/11 chiudeva nuovamente e per molti versi ingiustificatamente i teatri. Chiunque abbia potuto fruire della breve, cauta, ligia finestra tardo-estiva degli spettacoli al chiuso, saprà leggere con i propri occhi gli sbilanciamenti tra scelte politiche, necessità sanitarie, urgenze esistenziali. In quella data, comunque, i festival sono stati nuovamente messi di fronte all’aut-aut se gettare la spugna o riconfigurarsi in oggetti altri, a seconda dell’indole di ognuno, nell’abusata contrapposizione di apocalissi e integrazione, o, più prosaicamente, stringendo i conti alla mano.
Se da una parte il rifiuto alla digitalizzazione rivendica l’irriducibilità dell’esperienza teatrale a una sua mera trasmissione attraverso lo schermo (il tema è oggetto di innumerevoli riflessioni fin dal primo lockdown), dall’altra coloro i quali affidano al contributo pubblico la propria sopravvivenza devono scendervi a patti poiché, almeno nel Lazio, i finanziamenti della Regione e del Comune non sono garantiti se non a fronte di un “prodotto” misurabile. Impossibile, dunque, immaginare qualche altra forma di lavoro o di esistenza. Esserci o non esserci, insomma.

I percorsi iniziati da un progetto liminale ma denso e coerente come quello di Roberta Nicolai e di Teatri di Vetro, a quei patti hanno dovuto scendere. Se non altro, sottolinea la regista e organizzatrice, per garantire i cachet agli artisti che con il festival romano, giunto alla sua quattordicesima edizione, hanno istituito un rapporto continuativo, fatto di accompagnamento durante tutte le fasi di lavorazione dei progetti, per i quali la stessa Nicolai è figura di costante confronto curatoriale. Ma, d’altra parte, proprio l’originale natura di questo progetto pone alla scelta della digitalizzazione problemi del tutto peculiari.
Il festival è infatti da anni impegnato in un’opera di emersione dei processi, più che di esposizione dei prodotti: accanto agli spettacoli compiuti, tappe di avvicinamento, rami tralignanti rispetto al tronco principale, corollari e accessori hanno avuto fino all’anno scorso spazio e dignità autonomi nella programmazione, contribuendo a costruire attorno agli artisti un’attenzione non limitata al semplice “consumo” del risultato. A tale fruizione, magari attenta ma puntiforme, si è nel tempo voluto sostituire un’occasione più ampia di cartografia delle ricerche, di frequentazione paziente dei percorsi e delle poetiche, sia pur nei possibili rispettivi fallimenti.

Se delle quattro sezioni la prima, “Trasmissioni”, ha fatto in tempo a svolgersi in presenza a Tuscania, in settembre, e la seconda, “Composizioni”, ha dovuto fare a meno della partecipazione dei non professionisti, “Elettrosuoni” e “Oscillazioni” sono state, a seguito delle decisioni governative, rimesse in discussione e hanno rischiato di saltare.
È qui, su questo tertium fra esserci e non esserci che si gioca la scommessa di Teatri di Vetro, online dal 15 al 21 dicembre.

L’obiettivo, per quanto costretto da tempi e fondi, è stato quello di evitare l’umiliazione del teatro ripreso a camera fissa e dello streaming nudo e crudo, tentando caso per caso una vera e propria traduzione dei singoli lavori in un linguaggio altro, con mezzi altri.

Mentre per i lavori in progress si è provato a sperimentare la risposta a uno stimolo, l’eventualità di una mutazione adattiva alle necessità del nuovo media (come, ad esempio, i lavori di Dehors/Audela, di Chiara Frigo, di Opera Bianco…), altri, quelli più compiuti, hanno trovato spazio in una nuova tabella di marcia, un vero e proprio piano di lavorazione cinematografico, pensato per il “set” del Teatro India, dove giorno dopo giorno, uno dopo l’altro, i lavori andranno in scena appositamente per le riprese, a più camere e con una piccola troupe dedicata.
La regia sarà interamente live, mantenendo così almeno uno degli elementi dell’evento spettacolo dal vivo, mentre la messa in streaming avverrà con i tempi programmati della differita, in una scelta che mantiene un retrogusto di composta distanza dalla trasmissione di fortuna.

In scena, tra gli altri, Andrea Cosentino, Alessandra Cristiani, Giuseppe Vincent Giampino e Riccardo Guratti, Paola Bianchi, Piccola Compagnia Dammacco, gruppo nanou, Greta Francolini. A essi si affiancherà l’ormai tradizionale conversazione quotidiana tra Giulio Sonno e Nicolai, “Porta un pensiero”.

Nella partita che non si può che perdere contro la sottrazione dello spazio e della presenza (dunque del teatro), la scommessa di Teatri di Vetro 2020 è quella di non lasciarsi travolgere dall’istinto della reazione tranchant, né dagli automatismi delle meno riflettute tra le ‘nuove liveness‘.
Chissà che proprio lo statuto ambiguo dei progetti che abitano tradizionalmente questo festival, tra il non-formato e il trampolino, la divagazione e l’esperimento, non li renda inaspettatamente i più adatti a recepire la violenza, o a curvarsi per accogliere lo stimolo (letteralmente, il pungiglione), delle norme restrittive di questo presente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *