Il viaggio di Teatri di Vetro nell’Italia della ricerca teatrale

Il giro del mondo in 80 giorni di Teatro Sotterraneo (photo: Gabriele Acerboni)
Il giro del mondo in 80 giorni di Teatro Sotterraneo (photo: Gabriele Acerboni)

Per caso comincia un viaggio: si dipana per i quartieri di Roma, tra gli spazi più consolidati, di storica tradizione avanguardista e sperimentale come il Vascello, e quelli meno tradizionali come Centrale Preneste al Pigneto, per giungere fino ai nuovi, affermati, spazi della ricerca teatrale (Carrozzerie N.O.T.) per seguire le strade del teatro italiano contemporaneo.
Non lo fa da oggi, ma da dieci anni: è il viaggio di Teatri di Vetro, edizione anniversario, questa 2016, sempre diretta dal talento e dalla cultura della scena di Roberta Nicolai, un viaggio (di cui Klp ha in parte parlato qui) che si è inaugurato sposando un altro compleanno, quello di Abbondanza/Bertoni, un teatro reso adulto da vent’anni di pratica, qui in scena con “Gli orbi”, di cui abbiamo già scritto.

Proviamo ad attraversarlo, questo festival, magari un po’ guidati dal caso, e lasciandoci anche attraversare dai molti tentativi che, da tutti i suoi palchi, ci invita a condividere: prendiamo allora un pugno di spettacoli variegati e contraddittori, che non esauriscono la superficie amplissima che la manifestazione riesce a coprire, ma che possono servirci come punti di orientamento.

“Il giro del mondo in ottanta giorni” di Teatro Sotterraneo è un esperimento in cui la leggerezza del gruppo fiorentino prova a rinchiudersi in un format simile a un gioco di società, con tanto di tabellone e carte/schede da giocare col pubblico. Un format che vorrebbe mantenersi in dialogo, presentarsi come interattivo, ma che non riesce a esserlo fino in fondo, rimanendo a metà strada tra una complessa architettura sceno-grafica e un tentativo un po’ sovrastrutturale di attualizzare il testo di Verne con noterelle quasi di educazione civica.


La struttura, la salda architettura, è talmente ben congegnata da non prevedere deviazioni importanti, ma il pubblico che partecipa al gran viaggio di Phileas Fogg (specialmente i bambini) non può mutare realmente le sorti dell’intreccio drammaturgico, che è così ben teso da proporre e insieme negare il carattere precipuo del gioco, cioè l’incognita del finale.

Di altro tono e peso è l’esperimento di studio e partecipazione insieme che Fanny & Alexander propongono con il loro “To be or not to be Roger Bernat”, uno spettacolo-conferenza in cui la pluralità sovrapposta di piani quasi sconcerta.
Un innegabile intellettualismo permea il lavoro, che si nutre del complesso delle questioni che tanto Roger Bernat (regista catalano sperimentatore di quel teatro partecipato che ha al centro lo spett-attore) quanto la compagnia romagnola sviluppano sul tema del rapporto palco/pubblico e di quello attore/regista-guida, ma al riparo dall’incomunicabilità e dalla pedanteria grazie all’istrionica performance di Marco Cavalcoli, truccato come Bernat, poliglotta, ambiguo, legato ad un paio di auricolari ma liberissimo.
Il pubblico deve innanzitutto lavorare di traduzione, di decriptazione dei livelli, e poi veramente intervenire, manovrare, ostacolare e cimentare l’attore; deve esserci con la sua voce, e infine deve essere esso stesso attore, ed esso stesso, “teleguidato”, aggirarsi attorno al “pallido prence danese”, come Petrolini definì Amleto, e alla sua corolla infinita di interpreti, da Sir Laurence Olivier a Bart Simpson.

Con un’opera tutta pervasa di una disturbante tensione, Milena Costanzo acchiappa invece e trascina sul palco un altro poeta, portando in scena, con “Emily, no”, la spaventosa piccola famiglia e le nitide abissali missive della Dickinson – molto più protagonista che i suoi versi.

In uno spazio desolato in cui si discetta di chicchere e frolle, le azioni e i dialoghi tra la madre, la sorella e il fratello galleggiano su un niente così vuoto e insulso da farli scomparire e ripalesare come da uno specchio in forma di motti assurdi, di sequenze asportabili e ricopiabili all’infinito nel palinsesto di una quotidianità senza scampo, senza tempo.
La messinscena tocca i due estremi del grottesco e del patetico; il tentativo di recuperare per contrasto con la degradazione umana della piccolezza la carne e la vita vera dei versi si ritrova a soffrire della sua maggiore trovata, le volute disomogeneità e frammentarietà. Come per paradosso. Così la biografia per impressioni rimane appunto impressa qua e là, senza intridersi a fondo.

Ben oltre quei lidi sfrangiati dell’impressione, e fin nelle sode radici dell’uomo nella terra e nella storia, si profonda invece l’esperimento di Teatro Akropolis, con una “Morte di Zarathustra” che Klp ha già visto a Genova, ispirata agli studi sul fenomeno del coro ditirambico, il cui animalesco prodursi su una piattaforma di ricerca post-nietszchiana è supportato da un lato da un avveduto armamentario teorico, di cui è prova anche un libello dallo stesso titolo dello spettacolo, dall’altro da una maestria di palco e tecnica performativa (attoriale, insistono nel volumetto David Beronio e Clemente Tafuri) veramente notevole.

Nello stesso spazio, qualche giorno dopo, calcavano la scena i testimoni di una storia più recente, più particolare, e più immediatamente resa in immagini parziali, personali: “Corpus hominis” di Enzo Cosimi è una prosecuzione del “discorso sulla bellezza” nel linguaggio laccato, glassato, immerso in una dimensione di esorbitante estetismo, a cui il coreografo-regista ci ha abituati. Un testo/performance in tre sezioni allestito in forma quasi itinerante negli spazi delle Carrozzerie Not, in cui a un momento esclusivamente fisico ‘live’ segue una sezione in videoproiezione e una terza di registrazioni di memorie lasciate da omosessuali oggi anziani, che ripercorrono le fatiche e le avventure vissute nell’Italia tra gli anni Sessanta e gli Ottanta.

Quest’ultima sezione, la più documentale, è anche la più interessante dal punto di vista del pubblico. O, meglio, di chi osserva il pubblico: mandate le registrazioni a mezze luci, ad applausi conclusi, gli spettatori in parte si soffermano ad ascoltare, in parte considerano trascurabile quest’appendice e abbandonano la sala, in parte vi rimangono chiacchierando con i conoscenti, sovrapponendo di fatto la propria voce alle intime memorie dei veri protagonisti, seppellendoli significativamente una volta di più nell’indistinto vocio, non diversamente da quanto le generazioni di intellettuali che ci hanno preceduto hanno ritenuto più comodo fare. (E non manca chi ricorda che né tra comunisti, né tra fascisti o democristiani c’era un pezzo di terra, un diritto di cittadinanza, per i gay).

Corpus Hominis di Enzo Cosimi (photo: Lorenzo Castore)

Corpus Hominis di Enzo Cosimi (photo: Lorenzo Castore)

Per molti versi più tradizionale, ma più sincero e assoluto, il ‘pas de deux’ “Geografie dell’istante” di Manfredi Perego, del quale – a distanza di giorni – rimane un’immagine impressa nella retina di bicromatismo, di doppia presenza distinta e amichevole.

Le due danzatrici, sempre insieme ma mai a contatto l’una con l’altra, tracciano un percorso dai toni diversi ma omogenei, quasi di recitativi e arie, palpitando come un doppio battito di cuore o descrivendo ampi raggi di percorsi e direttive, ora trascurabili, ora essenziali.

E come per caso era iniziata, così per caso si compie il nostro viaggio per tappe scomposte, partito dalla danza e concluso con la danza; decimo passo, per Teatri di Vetro, di mappare l’Italia della ricerca.

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