TdV 2009: da Matteo Lanfranchi a Le Loup Garou. Quando il palcoscenico si adatta al quartiere

Matteo Lanfranchi
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Matteo Lanfranchi in ‘Tuo/Out’ (photo: Amedeo Novelli)

Strisce pedonali coperte da macchine parcheggiate in doppia fila, autobus che si prendono botte di clacson perché tentano di raccogliere passeggeri alle fermate, gran via vai di preparativi per il venerdì sera che incalza. Questa è Roma, questa è vita di quartiere. E invece facciamo che ci inventiamo un’altra vita. Non si tratta di trasformare il quartiere in un luogo di spettacolo, piuttosto di adattare lo spettacolo alle assi di questo nuovo palcoscenico.

Matteo Lanfranchi apre il festival Teatri di Vetro con la sua performance “Tuo/Out”, dopo il debutto al Danae di Milano nel 2008. Qui adatta la propria costante riflessione sulle possibilità della performance a uno spazio aperto, quindi più che “entrare in scena”, “esce allo scoperto”. Costume rosso fuoco, maschera neutra truccata da non-neutra, parrucca di riccioli di platino. Impazzito, gira per il piazzale, confonde i passanti e si confonde con loro, torna da noi che nel frattempo abbiamo, per rispetto, formato un cerchio.

Lui il suo palco se l’è disegnato a pastello, ma noi la riverenza gliela facciamo comunque, lasciandogli un circo libero in cui cambiare umore, in cui confondersi e confonderci ancora. E poi ancora. C’è tempo per spogliarsi e rivestirsi, per prepararsi una minestra da consumare con gesti alienanti, c’è tempo per farsi un giro di tutti gli astanti e dimostrare che nessuno di noi si permette di rifiutargli una paterna carezza, sia di comprensione o compassione. C’è tempo per rianimare un orso di peluche, soccorrerlo, perderlo e ritrovarlo ancora, tempo per tentare d’impiccarsi, per gettarsi in mezzo alla strada a fissare negli occhi passanti sbalorditi per poi voltarsi a guardare con noi la scena rimasta vuota, da tutti i punti di vista possibili. C’è modo di essere e sentirsi altro. Diverso. Trasformarsi in un luogo nuovo senza smettere mai di essere se stesso e attore nello stesso momento. Non è questo il teatro?

Perfettamente in linea, allora, un’apertura del genere con l’idea stessa di Teatri di Vetro, alla ricerca di nuove identità della scena. Tanto nel senso di una scena che si adatta ad ogni identità, quanto di un’identità che si adatta a ogni scena, ogni scenario: dal palco ristrutturato del Palladium al pezzo di piazzale sul quale, a spettacolo terminato, resta soltanto un segno di gesso per terra, improvvisamente pervaso da una forte urgenza di scomparire.

La prima giornata prosegue con la presentazione del docu-fiction “Oltre i limiti”, serie realizzata da Joan Jordi Miralles per la tv catalana. Il giovane spagnolo introduce quella che poi si rivela un’idea originale splendidamente interpretata da Gaetano Ventriglia e Andrea Cosentino, nei panni di due “sopravvissuti” rimasti unici abitanti di Manresa. Nel piccolo paesino al centro della Catalogna si sono radunati gli “Aborigeni”, comunità di umani convinti dell’esistenza degli extraterrestri, in attesa di essere prelevati da un’intelligenza superiore. In questo finto documentario Ventriglia e Cosentino raccontano la frustrazione di ritrovarsi dimenticati sulla terra, di vedersi negata una vita migliore.

Psicopompo Teatro propone “Frattale 1.0”, una sperimentazione musicale per la voce di Manuela Cherubini e il sound design dal vivo di Graziano Lella. Un “concerto per parole”, lo chiamano loro, che sono partiti da un testo di Julio Cortazar per raccontare il nesso intimo tra natura e linguaggio. Molto intellettuale, molto – forse troppo – estetizzante nella ricerca di un corpo di cui musica, rumore, lessico, linguaggio e significato lottano per divenire frammenti organici. Quando l’alchimia riesce, l’onda fonetica si ascolta volentieri, meglio se fruita ad occhi chiusi, meglio se sradicata dal contesto del foyer grazie a uno sforzo immaginativo. S’intravede anche in questa scelta la linea guida del festival, nella ricerca di un’integrazione totale tra azione e contesto. Ma se la forza di “Tuo/Out” di Lanfranchi sopravviveva a tutti e cinque i sensi, “Frattale 1.0” chiede in pegno qualche astrazione di troppo.

A inaugurare il palco ci pensa Alessandro Pintus con la sua Non-Company, offrendo in anteprima uno spettacolo muto di teatro visuale incentrato sulla tematica della trasformazione, della metamorfosi, del divenire. “Bugimirò – Sogno segreto di un tarlo” parte da un vecchio armadio per dare vita a videoproiezioni (Simone Palma), ombre, giochi di luce, intermezzi di puro mimo e addirittura inserti di teatro nero, con l’ausilio dei “black men” Raffaele Zanobi e Donato Simone. Peccato che, come spesso accade in questo genere di teatro – soprattutto quando in mano a un solo performer – il compiacimento sia dietro l’angolo. E a volte non basta giustificare tutto con la frase “lo studio è proprio lì, nell’esasperazione del narcisismo”: un sogno dovrebbe rimanere tale, sintetico e volatile, carico ma mai estenuante, eccessivo ma mai travolgente. Dopotutto è “solo” un sogno, no?

C’è poi l’installazione “Polidoro – dialogo tra un danzatore e un cespuglio”, con la quale Fabrizio Crisafulli pone il filmato di un attore immerso in movimenti casuali in interazione con l’ambiente circostante – in questo caso lo splendido cortile del Lotto 14 della Garbatella – e con le luci che, cangianti, si fanno attori in “aria e ossa”. Suggestivo, senza dubbio.
Originalissimo è il poema-concerto di Le Loup Garou “Le avventure orgoniche di Coniglio Gominati”, piccola epopea in chiave onirico-pulp, tra lotte con gli alieni e assunzione di droghe di differente peso. Dopo di che, a chiudere il teatro, è la vincente performance “Lavori in corso” di La tète en air di Fiora Blasi, Luisa Merloni e Valentina Fusco. Ironica presentazione dei nuovi lavori di ristrutturazione della scena teatrale contemporanea. Merloni è simpaticissima col suo finto accento slavo nel comporre una sorta di televendita kitsch in cui il prodotto di punta è il TDV, non più Teatri di Vetro ma Teatro del Wellness: una realtà teatrale indipendente “con la testa per aria”, il cui compito è rigenerare lo spirito degli spettatori moderni, così afflitto dalle grosse difficoltà della sottocultura pop. Rompendo ogni barriera, viene prelevata anche una spettatrice, sottoposta a un vero pediluvio, mentre arriva, eliminato accento e tolta la parrucca, la lettura di un famoso passo di Antonin Artaud, quello in cui l’osceno si manifesta. Quello in cui collassa e implode ogni esigenza dello spirito.

Ci tenevamo a dare un’idea dell’alba di questa terza edizione di Teatri di Vetro, che sembra aver compreso la propria missione. Il festival continua. Fino al 24 maggio.

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