Teatro a Corte: dai filmaker del Nord alle commoventi macerie urbane francesi

Muualla di Ilona Jantti

Muualla di Ilona Jantti

Un pomeriggio a Teatro a Corte (che chiude domani l’edizione 2014) può anche voler dire passare alcune ore molto variegate all’insegna di video e performance presso la suggestiva location del Castello di Rivoli, con l’occasione di una breve visita guidata all’interno del castello grazie alla quale, tra un salone e l’altro, è stato possibile scoprire tesori del passato insieme alle proposte del contemporaneo.

Il pomeriggio si apre allora con tre proiezioni: due brevi filmati di Helena Jonsdottir e un incantevole video firmato dal filmaker e coreografo svedese Pontus Lidberg. Anche in questa preziosa location Teatro a Corte si riconferma capace di seguire quelli che sono i trend della danza contemporanea e le nuove forme perfomativo-mediali attraverso cui essa va contaminandosi, che sia acrobazia e arte circense o tecnologia e proiezione video.

I due primi short movies dell’islandese Helena Jonsdottir ben testimoniano la necessità di misurare il corpo umano con lo spazio: uno spazio urbano come in “Red Buses” (la performer è la stessa coreografa) oppure una location lambita da un mare selvaggio come in “Birgir” (l’interprete è Birgir Sigurdsson).
Dei due, quello che più colpisce è il secondo per via della forte simbiosi tra uomo e paesaggio: mentre il mare arrotola le onde senza legge, lo sgraziato elettricista Birgir si lancia a occhi chiusi in una danza primordiale e spasmodica tipica del neofita che non conosce le regole della disciplina.


Bellissimo e audace è invece “The Rain”, film di Pontus Lidberg: storie d’amore e di ordinaria passione tra esseri umani che vivono sotto la pioggia. Il coreografo svedese riesce senza dubbio a unire film e danza in modo efficace ed emozionante: la coreografia è finalmente portata fuori dal palcoscenico e immersa nella vita di ogni giorno; la pioggia cade senza riserve sui volti innamorati, sulle strade di una città qualunque e su mobili e oggetti quotidiani.
La macchina da presa non è uno sguardo freddo e ostinato, ma sa cogliere e selezionare questi reperti umani suggerendo una poesia possibile, e realizzabile. Il passo a due tra i due performer, una vera e propria lotta d’amore e passione, ci fa forse capire cosa ci era mancato il venerdì prima al teatro Astra guardando “Together” di Alpo Aaltokoski.

Il percorso al castello prosegue poi con “Muualla”, una performance giocata tra acrobatica e danza aerea: la parete di una sala del castello si trasforma in una sorta di animazione 3D dove tutto è pronto a scomparire o modificarsi nel giro di qualche secondo.
La protagonista è la finlandese Ilona Jäntti, artista residente all’Helsinki City Winter Garden e vecchia conoscenza anche per Teatro a Corte. Nonostante la sua innegabile bravura e la peculiarità insita nella performance, “Muualla” non sembra essere qualcosa di più di un gioco per bambini.
Ilona è abile a giocare sulla parete nei modi più inverosimili, tuttavia la performance resta fredda e legata più a un esercizio di destrezza e abilità e meno a una ricerca più sostanziale e umana. Non sentiamo il brivido della donna sulla corda né ci sembra che il pubblico smetta di respirare per non disturbare il gioco serio dell’artista finlandese. Sentiamo invece un ripetersi di trovate eseguite quasi con una meccanicità che non fa sicuramente parte del fascino, del mistero e soprattutto della magia tipica delle arti circensi.

I francesi Kumulus

I francesi Kumulus (photo: Jean-Pierre Estournet)

Ma veniamo a “Silence encombrant” di Kumulus, lo spettacolo più atteso della giornata. Si tratta di una suggestiva performance di strada ospitata nel parcheggio del castello, sul cemento arso dal sole di luglio.
Il pubblico viene ricevuto da due operatori ecologici che, dopo aver spazzato per terra per qualche minuto, aprono poi chiassosamente un grosso rimorchio da camion. In un veicolo così ordinario, che siamo abituati a vedere parcheggiato a bordo strada, è invece contenuto tutto il materiale scenografico e umano di Kumulus.

Dopo il fracasso iniziale veniamo inondati da detriti di ogni sorta e da una polvere bianca che si poggia senza sosta su ogni cosa.  Scopriamo pian piano che il cumulo di rottami è popolato da strani personaggi vestiti di stracci e dal volto truccato. Morti in vita?
E’ proprio su questo scenario apocalittico che gioca la compagnia francese, guidata da Barthélemy Bompard: una schiera di barboni e di sopravvissuti del mondo moderno che accumulano pezzi di latta, macerie urbane, bambole rotte e finestre aperte.

I personaggi di “Silence encombrant” sembrano inorganici come le cose con cui incessantemente ricoprono l’asfalto. Un concerto di rottami per un’umanità di sopravvissuti, un’umanità silenziosa ma che ancora sa emozionarsi e sorridere.
Commovente lavoro sulla società moderna e sull’ansia del possesso, “Silence encombrant”, come le migliori performance di strada, sa incantare il bambino quanto il critico più severo. Di per sé in scena non accade nulla, nessuno dice niente e nessuno fa niente. La bambinaia, la prostituta, la giovane svampita, il vecchio burbero ma tenerone: personaggi qualunque in un mondo qualunque, ognuno perso nella propria quête esistenziale, che sia impilare scarpe o mettere a posto giochi per bambini. Una missione che deve essere portata avanti a qualunque costo perché, se anche non esiste più un mondo da abitare, nell’universo di Kumulus – che ispira la propria poetica a Pina Bausch e Alain Platel – finché c’è l’uomo c’è speranza.

Ogni personaggio è perfettamente costruito ed elevato a maschera, grazie anche ad una regia che fa di questo spettacolo un momento obbligatorio di riflessione ma anche di comicità. Espressionista, crudo e buffo, Kumulus propone così un lavoro di forte impatto e di grande maestria attorale.
Alla fine i nostri amici mostruosi diventano sempre meno inquietanti e sempre più umani: pian piano si spogliano, mostrando corpi deformi e sproporzionati. Il container è ora vuoto e i personaggi sono tornati di nuovo bambini. Finalmente nudi come quando sono venuti al mondo, senza più oggetti che si frappongano tra loro e la vita.

Un sincero inno alla vita ma anche un’amara presa di coscienza sulle miserie umane e sulle follie individuali. Uno spettacolo da vedere, non fosse altro per apprezzarne il carattere corale, una sfida non da poco considerati i nostri tempi.
 

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