Teatro di figura, danza e ragazzi: il meglio delle ultime stagioni

Jack e il fagiolo magico (photo: Massimo Bertoni)
Jack e il fagiolo magico (photo: Massimo Bertoni)

Teatro di figura: iniziamo da qui la seconda parte dedicata alle migliori creazioni delle due passate stagioni (la prima parte la trovate qui). Diversi infatti sono stati gli spettacoli creati attraverso questo composito e affascinante linguaggio della scena.

Di tenerezza incantevole ci è parso per esempio “Paloma, ballata controtempo” su drammaturgia e regia di Tonio De Nitto, una coproduzione di Factory Compagnia Transadriatica e Teatro Koi, in cui Michela Marrazzi anima, nel vero senso della parola, Paloma, una marionetta ibrida in gommapiuma, tenera e impacciata, attraversata dagli acciacchi di un’età avanzata, alla ricerca del suo tempo passato e soprattutto del suo Alfonso, andatosene troppo presto.
A lei fa da contraltare il fisarmonicista Rocco Nigro che, con tanto di metronomo a fianco, le rammenta come il tempo sia un nemico inesorabile con cui fare i conti, facendole ricordare al contempo, della sua vita, i tanti doveri, inframmezzati dai più intimi piaceri.
L’atmosfera che pervade lo spettacolo è di toccante melanconia, mescolata a sana ironia, dove le melodie in spagnolo di sapore sudamericano intingono ogni cosa di una magia autentica e dal sapore ancestrale.

Eccoci poi a “Il bambino e la formica” dei perugini di Fontemaggiore.
Lo spettacolo narra il tenero rapporto instauratosi tra un bambino, chiuso in una miniera in cui veniva schiavizzato per pochi denari, e una formica, a cui una frana ha distrutto la casa, che lo aiuterà a trovare l’uscita dal buio verso il sole, non prima di avergli insegnato un sacco di cose che lo faranno maturare.
Scritto da Giuseppe Albert Montalto e Massimiliano Burini, che ne cura anche la regia, “Il bambino e la formica” è un piccolo gioiello di teatro di figura di rara fattura, colmo di diversi significati, che giungono ai bambini in modo poeticamente comprensibile: Giulia Zeetti e Andrea Volpi muovono in sintonia i due personaggi, due muppet, un bambino e una grande simpaticissima formica, realizzati da Marco Lucci.

Il teatro di figura è stato anche capace di restituirci splendidamente tre fiabe in modo assolutamente diverso, come forse non avevamo mai visto.
Zaches ci ha regalato una magnifica Cenerentola, immersa in un universo buio, governato da tre umanissime figure stregonesche, potentemente illuminato dalla presenza della protagonista, un pupazzo mosso su nero che, spinta dall’amore e dalla propria consapevolezza di vivere liberamente la propria vita, diventa alla fine una donna in carne e ossa, che esce vittoriosa dal castello del Principe, in scena solo come ombra furtiva.
Luana Gramegna e Francesco Givone, accompagnati da un proficuo tappeto sonoro realizzato da Stefano Ciardi, costruiscono così un teatro totale, dove il teatro di figura primeggia in tutta la sua forza, espresso in ogni suo mutevole aspetto.

Riserva Canini è invece alle prese con “Il Gatto con gli stivali” di Campsirago Residenza, drammaturgia e regia di Marco Ferro. In scena la multiforme e bravissima Soledad Nicolazzi, per una fiaba che qui viene ambientata in una discarica, e in cui la protagonista è una gatta che, muovendosi tra oggetti d’accatto e cassette di legno (che attraverso il teatro di figura diventano oggetti magici, magioni patrizie e castelli incantati) corre in aiuto del suo povero padrone, rendendolo ricco e felice.

Michelangelo Campanale, della compagnia La luna nel letto, regala invece ai bambini una curiosa riduzione della famosa fiaba, proveniente dalla tradizione inglese, “Jack e il fagiolo magico”, e lo fa utilizzando proprio il teatro di figura, proponendolo in piccole dimensioni.
In scena Maria Pascale che, attraverso la narrazione e un gioco teatrale di calderiana memoria, costruito con semplici marchingegni, giocattoli e segni pittorici, ricrea la storia del povero bambino che sconfigge il gigante che abita su su su…, quasi vicino al cielo.

Il rapporto tra attore e marionetta è proposto in maniera densa di suggestioni in “Kafka e la bambola viaggiatrice” del Teatro delle Apparizioni, dal romanzo di Jordi Sierra i Fabra, con l’adattamento e la drammaturgia di Valerio Malorni e Fabrizio Pallara che ne cura anche la regia: è un autentico viaggio alla scoperta del mondo che avviene attraverso l’esplorazione del dolore della perdita, visto come qualcosa che attiene alla natura stessa della vita.
Tutto questo è esplicitato in scena dall’amicizia tra lo scrittore ceco Franz Kafka, interpretato con estrema intensità da Valerio Malorni, che si finge il postino delle bambole, ed Elsi, una bambina  che ha smarrito la sua bambola Brigida, qui rappresentata da un’efficace e vivissima marionetta, creata da Ilaria Comisso e animata da Desy Gialuz.
Kafka, immaginando che Brigida non si sia persa, inventa e legge alla piccola Else, in 21 giorni, ben 17 lettere scritte dalla bambola, provenienti da tutto il mondo. Lettera dopo lettera, le parole scritte riescono a nutrire in modo profondo la relazione tra due esseri così differenti per età e per periodo della vita: una in divenire e l’altra verso il tramonto. Eppure quella relazione non solo è possibile ma è, incredibilmente, necessaria. Si riconosce la spinta alla crescita che lega l’adulto all’infanzia e viceversa, che spinge entrambi a trovare istintivamente un terreno comune in cui crescere.

Eccoci poi a due spettacoli per i piccoli con gli oggetti che diventano mondi esemplificativi, indagando in maniera esemplare il rapporto con l’altro e la ricerca della propria identità.
“L’intruso” è il secondo spettacolo di un complesso progetto rivolto ai piccoli dai 3 ai 6 anni della trilogia “Home sweet home” di Residenza Idra, che nasce dalle suggestioni sul tema della casa, emerse da laboratori effettuati all’interno di una RSA, un dormitorio e un asilo per rifugiati.
Al centro de “L’intruso” vi è la ricerca da parte del protagonista, Scoiattolo, di un intruso che, dalle orme trovate, pare essersi intrufolato nel suo bosco; ha quindi paura che possa addirittura entrare nella sua casa, situata nel Grande Albero. Nella sua indagine incontrerà un serpente, un ragno, un pesce gatto e una farfalla, ma nessuno di loro saprà dirgli qualcosa di certo in proposito. Solo alla fine si accorgerà che quello strano animale altri non era che sé stesso.
Roberto Capaldo, letteralmente a piedi in su, narra ai bambini con mezzi semplicissimi ma di efficace poeticità una storia di condivisione e pregiudizi.

Valentino Dragano di Kosmocomico Teatro, in “Pulcetta dal naso rosso”, interpreta Pulcetta, un clown a cui è capitata una tragedia: ha perso il suo naso rosso, e per questo non fa più ridere. E’ allora che anche lui corre a cercarlo per tutto il mondo, domandando a tutti se lo abbiano trovato. Lo chiede al fenicottero, alle galline, alla giraffa, alla lumaca, ai pesci del mare, perfino alla luna… E tutti, proprio tutti i personaggi che Pulcetta incontra, perfino il mare e un paese con le luminarie a festa, escono miracolosamente dal suo costume, costruito con maestria da Alessia Bussini, mentre sulla scena si rincorrono danze, musiche, canzoni, testi comici e poetici, finché (come del resto fanno tutti quelli che si trovano in difficoltà che pensano insormontabili) si accorge che il naso rosso è sempre stato lì dove doveva essere, dentro di lui, solo che non l’aveva più visto: lui, nella sua ricerca piena di rimpianto e disperazione, non se ne era accorto.

Pulcetta dal naso rosso (photo: Massimo Bertoni)

Pulcetta dal naso rosso (photo: Massimo Bertoni)

Di divertente e poetica sostanza abbiamo poi trovato “Nonnetti” di Coltelleria Einstein su regia di Valerio Bongiorno, nel quale Giorgio Boccassi e Donata Boggio Sola, con estremo pudore, intensità e leggerezza, portano in scena il tema della vecchiaia, coniugando il comico con la melanconia, per riconsegnarci la giornata tipo di una coppia di anziani, pervasa, pur nelle baruffe di ogni giorno, da un sentore di amore condiviso. Uno spettacolo fatto di pochissime parole e di piccoli gesti, di musica quella che ci vuole, elementi sempre significanti, che rimandano al cinema muto ma anche alla poesia di Jaques Tati: un piccolo gioiello che può essere gustato da ogni tipo di pubblico.

Di grande e coraggiosa evidenza abbiamo trovato “Sapiens”, una produzione della compagnia Principio Attivo Teatro sostenuta da La Baracca – Testoni Ragazzi e ATGTP Teatro Pirata, per la regia di Giuseppe Semeraro, scritto con grande valenza drammaturgica da Valentina Diana, che vede in scena sei attori per una tematica insolita nel teatro ragazzi, coniugata in modo inusitato. Viene infatti narrata la storia del mondo, partendo dal passaggio – nella preistoria – tra il periodo dei Neanderthal e quello dei Sapiens, analizzato anche attraverso la storia di due amanti, appartenenti alle due specie, assai diverse tra loro: la prima pacifica, semplice e quasi ingenua; la seconda aggressiva, armata e diffidente. Lo spettacolo, difficilissimo sulla carta, risulta alla fine molto divertente e istruttivo, grazie al registro parodistico scelto, mai banalizzato e ben agito dagli interpreti. La messa in scena poi è impreziosita da un bellissimo lavoro sulle ombre che dona al racconto scenari selvaggi e allo stesso tempo poetici, e consente una bella profondità allo sguardo dello spettatore. Il racconto così risulta possedere un significato universale, dove quella che viene proposta non diventa solo “una” storia ma la “nostra” storia.

Sapiens (photo: Massimo Bertoni)

Sapiens (photo: Massimo Bertoni)

Per i piccoli ci piace segnalare altri due spettacoli de La Baracca Testoni Ragazzi: “Cornici” e “Tangram”.
Il primo, diviso in tre atti, è un’elegia dedicata alla mancanza di una persona cara, che ci può portare ad essere più vicini a chi ci sta accanto. E’ quello che succede a Giada Ciccolini e Sara Lanzi, figlia e madre (o nonna e nipote, poco importa), da tempo lontane, che alla fine dello spettacolo si trovano, quasi per caso, sulla tomba del rispettivo marito e del rispettivo padre.
Prima le due performer fanno rivivere i loro sogni, rispetto anche ai ricordi che hanno della persona amata, solo disegnandoli su semplici rettangoli di ardesia. Alla fine tutto quel mondo di ardesia nera si trasforma in un piccolo cimitero dove le due donne ritornano a parlarsi, presumibilmente dopo anni di incomprensioni reciproche, ciò che avviene spesso nella vita reale.

“Tangram” ha invece come protagonista il famoso rompicapo cinese che dà il titolo allo spettacolo, un quadrato perfetto che si divide in sette forme geometriche, da cui è possibile creare una serie pressoché infinita di figure.
In scena Matteo Bergonzoni, di nuovo Giada Ciccolini e Lorenzo Monti, mossi dalla fervida mente di Andrea Buzzetti, inventano personaggi e mondi, costruendoli insieme davanti agli occhi dei bambini, invitandoli a considerare come insieme si possano costruire tanti mondi e modi possibili.

E così di rimando: si possono mettere in relazione due mondi che sembrerebbero inconciliabili come l’opera e la musica etnica dell’Africa? Certo che si può, e lo ha fatto intelligentemente “Black Aida”, una coproduzione TGTP con associazione Arena Sferisterio su drammaturgia di Simone Guerro, che ha curato la regia con Filippo Ughi di Piccoli Idilli. L’incontro tra i due mondi viene realizzato raccontando ai bambini l’Aida di Giuseppe Verdi. L’infelice storia dell’amore tra la principessa etiope Aida e il capitano dell’esercito egizio Radames è narrata da Bintu Ouattara con l’aiuto da una parte del soprano Fiammetta Tofoni e dall’altra dall’attore musicista Souleymane Diabate, che con i suoi particolarissimi strumenti, Balafon, Ngoni e Tama, rispettivamente uno xilofono, un’arpa e un tamburo ascellare, accompagna musicalmente (e non solo) i vari momenti dell’opera. È così che il pubblico dei bambini viene nello stesso tempo avvicinato all’opera di cui vengono cantate o alluse le arie più famose, persino la celebre marcia trionfale, e a una cultura, al medesimo tempo ricca, di cui aveva solo una vaga idea, confinata spesso in un folklore dai contorni indistinti.

Finiamo la nostra analisi con uno spettacolo di danza: “Gira Gira, danza la vita” creazione di Teatri Imperfetti/Maria Ellero e Déjà Donné, proposto per bambini piccolissimi. Protagonista una Dea Bimba, interpretata da Vittoria Franchina, che gira e gira muovendosi alla scoperta del mondo in cui si trova: in questo modo tutto diviene reale perché lei lo sogna e lo pensa. Ciò che illumina questo spettacolo è come l’atto di scoprire divenga contemporaneamente anche quello di creare. Ed è così che allo spettatore viene restituita quella potenza creatrice che nel mondo lo differenzia dalle altre creature, che da una parte il bimbo riconosce immediatamente, e che dall’altro l’adulto riscopre.
Le coreografie di Virginia Spallarossa e Maria Ellero, la regia della stessa Ellero e le musiche originali di Sergio Altamura riescono a trasmettere benissimo la semplicità della forza primigenia, espressa nella creazione attraverso la danza.

Come si è visto da questa doppia escursione, il teatro ragazzi è stato capace – nonostante le difficoltà legate alla pandemia – di coniugare in modo esemplare, nelle due stagioni passate, tutti i linguaggi della scena, per offrire al suo pubblico, attraverso un teatro sempre originale, la possibilità di divertirsi e, nel medesimo tempo, di entrare con profondità nelle mille sfaccettature di cui è composto il mondo che viviamo e che ci piacerebbe immaginare. [Articolo realizzato con la preziosa collaborazione di Rossella Marchi].

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