Teatro e disabilità. Riflessioni, dubbi e prospettive

Teatro e Disabilità - le forme del corpo nascostoTeatro e disabilità, le forme del corpo nascosto. Si è scelto di intitolarlo così il confronto pubblico che si è svolto lo scorso venerdì, 11 novembre a La Spezia, a conclusione di un progetto biennale, partito nel 2009, curato da Renato Bandoli per CasArsA Teatro e sostenuto dalla Fondazione Carispe e dalla Regione Liguria, con la partecipazione di Fondazione Canepa, provincia della Spezia, A.S.L. 5 Spezzino e i distretti socio sanitari n. 17 Riviera Val di Vara, n.18 Spezzino e n. 19 Val di Magra, in collaborazione con l’Istituzione per i Servizi Culturali del Comune di La Spezia e del Centro culturale giovanile Dialma Ruggiero.

Il confronto si è articolato in due sezioni: quella mattutina, moderata da Chiara Corradino, ha visto un confronto tra le istituzioni e le realtà sociali coinvolte nel progetto, per cercare di tracciare un bilancio e riflettere su nuove prospettive e opportunità, e si è concluso con la proiezione di un filmato dedicato ai tre spettacoli realizzati nel progetto.

In quella pomeridiana, condotta da Goffredo Fofi, dal titolo “Disabili e teatro – diritti all’espressione e alla creatività”, si è parlato degli aspetti culturali, sociali e teatrali che hanno accompagnato il progetto a cui hanno partecipato 60 disabili del territorio provinciale della Spezia. Alla giornata hanno partecipato con testimonianze e riflessioni anche Patrizia Tempesti, Paola Sisti, Massimo Paganelli, Fosca Bettinotti, Chiara Luparini, Stella Maggiani, Emanuele Braga, Massimiliano Civica, Bobo Rondelli, Attilio Scarpellini, Alessandro Ratti, Daniele Passeri, Cristiana Suriani ed Emanuela Cattaneo.


La prima ed unica sensazione personale che mi permetto di riportare è quella di un’atmosfera intima, un legame forte, quasi familiare, tra tutti i partecipanti del progetto e in questa emanazione di energia si notano i frutti di un lungo lavoro che ha unito i protagonisti, senza distinzione di sorta.
Sia le istituzioni che i finanziatori del progetto nei loro interventi hanno sottolineato il principale problema del taglio delle risorse, reale ostacolo in vista di un ulteriore sviluppo del progetto, di cui tutti sottolineano l’importanza e l’ottimo esito, soprattutto dal punto di vista di una “creazione del benessere di tutti”. Anche le psicologhe coinvolte hanno evidenziato i forti aspetti positivi del progetto, sottolineando un lavoro ben strutturato che ha influenzato in modo positivo tutti i soggetti coinvolti a vari livelli nell’iniziativa.
Non è possibile, in un articolo, riportare la totalità degli interventi. Proveremo quindi a mettere in luce alcune delle riflessioni emerse.

Chiara Corradino, coordinatrice del progetto, ricostruisce nel suo intervento la lunga storia che sta alle spalle del progetto. Teatro e disabilità parte da lontano, nel 1999, con un lavoro teatrale fatto agli inizi con l’associazione P.Le.I.A.Di. (Per Lerici Insieme Associazione Disabili) e dal 2006 con CasArsA Teatro insieme a Maurizio Lupinelli (si può vedere, a tale proposito, l’intervista rilasciata da Renato Bandoli sul sito della Fondazione Cassa di Risparmio La Spezia).   

Emerge in tutto questo una volontà di fare teatro, non terapia, in un progetto che ha seguito due obiettivi: quello formativo professionale e quello formativo relazionale, testimoniato quest’ultimo dal tangibile senso di gruppo che pervade i partecipanti del progetto (genitori, disabili, psicologhe, operatrici e artisti) e sottolineato dall’intervento delle due psicologhe che hanno supervisionato l’iter, le dottoresse Luparini e Maggiani.

Maura Cinquini dell’associazione P.Le.I.A.Di, portavoce di alcuni dei famigliari partecipanti al progetto, si dimostra molto orgogliosa del lungo percorso iniziato con Lupinelli e Bandoli. Anche lei, a nome di tutti i genitori, si augura che il progetto vada avanti e che i semi buttati finalmente germoglino. Augurio espresso anche da Emanuele Braga (Balletto Civile) che auspica che i cittadini si approprino finalmente di uno spazio pubblico e che riescano a gestirlo, rivendicando una loro autonomia, un loro esserci rispetto alle istituzioni, in una sorta di percorso dal basso di autodeterminazione.

A tal proposito si mostra assai interessante l’intervento di Goffredo Fofi che sottolinea come sia cambiata, nel corso degli ultimi anni, la situazione dell’handicap in Italia. Fofi vede nell’auto-organizzazione una delle chiavi per reagire alla stagnante situazione sociale italiana, anche come argine nei confronti delle nuove crisi e delle nuove battaglie sulle risorse (acqua, petrolio) che saranno le vere protagoniste dei tempi futuri. Fofi non vede le istituzioni italiane degli ultimi trent’anni all’altezza, e sottolinea come si debba scongiurare il pericolo che questi gruppi (auto-organizzati), fagocitati dal sistema, cedano alle pressioni della politica, finendo anche loro per trasformarsi in istituzioni, burocratizzandosi.

Non tutti hanno subito tuttavia questa metamorfosi, continuando a portare avanti progetti interessanti: un esempio è il Progetto Sud di Lamezia Terme (CZ). Il critico mette in luce come i modelli fallimentari siano stati quelli “verticali”, ovvero le grandi organizzazioni a modello verticista, tipiche del ‘900, mentre di questi tempi stiano tornando in auge i modelli di cooperazione, di mutuo aiuto. Fofi nutre la speranza di una ricostruzione sociale attraverso piccole comunità, del tipo di quelle del dopoguerra, fondate sul mutuo soccorso, che cerchino un dialogo più stretto con le istituzioni.

La parte più viva dell’incontro è il dibattito pomeridiano introdotto da Renato Bandoli, che espone interrogativi interessanti che ruotano attorno al rapporto tra disabilità e teatro. Il dilemma di fondo è se siano i disabili un’occasione per il teatro o se sia vero il contrario, e se tutto il lavoro che ha portato ai tre spettacoli finali – “Il cielo è il cielo” (Civica/Rondelli), “L’uccello di fuoco” (Balletto Civile), “Impuniti” (Maurizio Lupinelli) – comprenda anche un risvolto artistico.

Gli interventi degli artisti coinvolti in prima persona offrono punti di vista che rendono una testimonianza diretta del lavoro e delle difficoltà iniziali, dei dubbi e degli interrogativi che ancora permangono in molti di loro.

Il primo a intervenire è Massimiliano Civica, che ricorda i forti dubbi iniziali nell’accettare di partecipare. Questi si fondavano sul fatto che i disabili non agiscono come attori, bensì interpretano e dicono solo loro stessi, nell’incapacità di compiere uno scarto tra la loro vita e quello che vanno a rappresentare. Così Civica sentiva in qualche modo di “utilizzarli”, di fare quasi un Grande Fratello del dolore, portando in scena il contraccolpo emotivo che essi venivano a provocare nello spettatore. E questo, fin da subito, era stato il suo dilemma, poiché forte era l’interrogativo riguardante cosa “guardassero” realmente gli spettatori.

Così, nel suo lavoro, “Il cielo è il cielo”, con Rondelli, Sambati e la Cristiani, ha provato a denunciare questo fatto, cercando di far notare agli spettatori i percorsi emotivi di chi guarda. E, alla fine di questo lavoro, ha infine confessato: “ I miei dubbi permangono”. Non ha infatti trovato una netta risposta a domande quali: “Lo spettacolo per chi è?”, o se il lavoro svolto riguardi l’arte o la terapia e che cosa sia in fondo meglio per gli attori in scena. Resta il fatto, ha aggiunto Civica, che “noi abbiamo rubato qualcosa ai ragazzi”, e questo ha fatto sì che lo spettacolo non sia un lavoro del regista, ma un lavoro fatto assieme, finendo per essere composto da momenti della loro vita e da tutti quegli “squarci di mistero” che essi hanno provocato in lui. “I ragazzi – afferma – mi hanno insegnato che si può condurre lasciandosi guidare”.

Anche Emanuele Braga (Balletto Civile) ci parla del lavoro condotto dalla compagnia per “L’uccello di fuoco”. In sostanza alla base del lavoro c’è stata la ricerca di una partitura fisica nella quale ciascuno potesse trovare un personale modo di capire come eseguirla e in questo tentativo di comprensione, in questo cercare di capire, sta la vera emancipazione. Così è stato per l’Uccello di fuoco di Stravinskij, in cui la partitura musicale è messa in uno squilibrato rapporto contrappuntistico con la partitura di azioni danzanti e di parole attuate dal gruppo dei disabili partecipanti.

Tra i molti interventi, la voce di Emanuela Cattaneo, educatrice che segue i ragazzi da anni e che li conosce e li segue anche fuori dall’esperienza sul palco, ha portato una testimonianza diversa, fuori dal coro, meno distaccata e più coinvolta. La sua citazione finale ha riacceso il dubbio di fondo, già espresso da Civica. “Ho distribuito del pesce o ho insegnato a pescare?”. 

Nei tre interventi finali, quelli di Massimo Paganelli, Attilio Scarpellini e Goffredo Fofi, la riflessione si è allontanata dal palcoscenico per cercare di trovare uno sguardo più esterno. Così Paganelli ha sottolineato come sia importante che queste iniziative abbiano come ossatura un pensiero non omologato e come questo debba esistere ancora prima del teatro. Inoltre ha sottolineato come non ci sia, a suo parere, una grande differenza tra “teatro” e “teatro fatto coi portatori di handicap”, e riallacciandosi all’intervento di Fofi della mattinata ha sottolineato come, quando si parla di disabili, in Italia ci sia ancora molto da fare, perché l’handicap è ancora marginalizzato, messo da parte, come se il malato fosse qualcosa che inficia la lucentezza della normalità.

Attilio Scarpellini ha invece raccontato la sua esperienza di spettatore del lavoro di Civica e Rondelli, “Il cielo è il cielo”. Ha sottolineato come, innegabilmente, ricollegandosi all’introduzione di Bandoli, la disabilità sia stata in effetti una risorsa spettacolare, una risorsa anche di critica alla società e siano molti in Italia a lavorare in questa direzione (un esempio su tutti Pippo Delbono). Scarpellini sottolinea come questo crei in sostanza un problema, poiché l’arte tenta di servirsi di qualcosa di non artistico per parlare della vita. Ma sottolinea al contempo come il lavoro di Civica/Rondelli, che ha visto insieme alla figlia – elemento emozionale forte per lui -, abbia abbassato i confini della marginalità di ciascuno e si sia venuto a creare, durante la messinscena, un clima di fusione che solo il teatro può dare. E il pubblico presente in sala ha reagito come a un qualunque spettacolo di teatro.

L’intervento conclusivo è ancora quello di Fofi, che prendendo spunto dagli interventi di Civica e di Rondelli, ha parlato della necessità di “liberare lo scemo che è in ciascuno di noi”. Fofi ha visto nella frase del cantautore livornese il fondamento del vero processo educativo, ovvero quel liberare la nostra parte infantile, invece di “liberare lo stronzo che è in noi”, ha affermato in maniera provocatoria. E in fondo è ciò che ci insegnano a fare i politici e la televisione, quest’ultima vera responsabile dell’uccisione dell’infanzia e dello stupore, valori che l’individuo deve recuperare.

E un progetto come Teatro e disabilità è un progetto che serve alla comunità intera degli adulti, in quel quotidiano in cui si cerca di farci diventare stupidi per poter esser meglio governati. La condizione dell’infanzia non è rispettata nel nostro mondo e così non rispettiamo il futuro e noi stessi. È importante, conclude Fofi, che siano portati avanti i lavori con la disabilità, che vengono a essere operazioni fondamentali per riscoprire un mondo infantile con il quale, in età adulta, va garantita una dialettica. E questo è un problema che investe anche il teatro, che deve riscoprire questa necessità primaria.

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  • Bruno Cerutti ha detto:

    Molti anni fa ad un seminario Denis Gaita (La Stravaganza) – musicologo, musicista, psichiatra e psicoanalista – mi lasciò questa riflessione:”E’ il teatro ad essere terapeutico per l’handicap oppure é l’handicap ad eseere terapeutico per il teatro?”. Provocazione che ha indirizzato il mio lavoro in questo campo e che mi ha costretto (e credo tocchi chi opera in questo settore) a inventare una nuova poetica, a non piegare la poesia, l’identità e la bellezza bislacca di queste persone a una forma teatrale codificata, a ricercare strade nuove, nuove modi di fare ma anche di guardare. Nuovi attori e nuovi spettatori.

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