Teatro e realtà. Ultime immagini da Lugano

Stacey Sacks

Stacey Sacks dallo Zimbabwe alla Svizzera

Spostare la centralità del problema dalla massa all’individuo, attraverso il teatro e la sua funzione nella realtà: non intrattenimento, ma un nuovo linguaggio, per il pubblico del 2013.

Dietro la maschera di un festival che ha suscitato più spesso emozioni sorridenti e positive rispetto ad inquietudini e torment(on)i, è interessante, stimolante e – perché no – confortante, scoprire che il teatro non è destinato a morire di vecchiaia, anzi: con il tempo, il “bambino” si sviluppa, ed è semmai “la ripetizione dei meccanismi teatrali consolidati a mettere noia”, come scrive Fittissimo, il giornale del 22° FIT redatto da un gruppo di giovanissimi spettatori.

Non un teatro come luogo di una realtà altra, e nemmeno così fortemente politico da pretendere di portare con sé lo sviluppo collettivo culturale e sociale, il teatro contemporaneo rappresentato da questo FIT sembra abbandonare un concetto di popolo, ormai troppo allargato da diventare astratto, per individuare, cioè trovare gli individui, non che lo rappresentano ma che ne sono sostanza, per interpretare così davvero il nostro mutamento, politico, sociale e culturale.

L’individuo come realtà e memoria collettiva è il protagonista di “Reality” che racconta la storia di Janina Turek, casalinga di Cracovia che per oltre mezzo secolo ha annotato e archiviato tutto ciò che faceva, descritta poi dal giornalista russo Mariusz Szczygiel nel libro che dà il nome al progetto di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini andato in scena al FIT.

Anche in “Pictures from Gihan”, il nuovo spettacolo di Muta Imago debuttato a Lugano, di cui vi abbiamo ampiamente parlato nei giorni scorsi, dove la Storia torna dal particolare: si tratta dell’enorme folla di piazza Tahrir protagonista della primavera araba in Egitto che rivive attraverso il turbine di immagini, tweet, video, parole e slogan realizzati e raccolti da Gihan, venticinquenne blogger egiziana.
I performer in scena, manipolando e mescolando le sue tracce, cercano di ricostruire una storia e di stare il più possibile vicino ai fatti, di capire come è cambiata la vita delle centinaia di migliaia di persone che nel febbraio 2011 hanno sfidato la paura del regime.

Come accaduto a Stacey Sacks che, attraverso l’ironia e la fisicità della clownerie, ha trovato la forma artistica e personale per raccontare la situazione del suo paese natale, lo Zimbabwe sotto il regime di Mugabe: attraverso le caricature del Presidente “nella sua notevole grandezza, Generale glorioso, eccezionale tenente, onnipotente colonnello, comandante Majestic, sua Signoria il Sovrano, robusto capo Superiore”, i personaggi dello spettacolo “I shit diamonds”, tutti interpretati dalla performer che attualmente vive esiliata in Svezia, offrono un sorriso pieno ma consapevole, tutt’altro che superficiale sul tema tragico e reale.
Rispetto alla gag muta del clown tradizionale, la comicità di Stacey Sacks si basa tanto sulla fisicità quanto sulla parola che, sospendendo il giudizio, rappresenta quel ridicolo e quella vulnerabilità che risiedono in ognuno di noi. Persino in Amleto, probabilmente.

PLEASE, CONTINUE (HAMLET)

PLEASE, CONTINUE (HAMLET)

Icona, simbolo del teatro e della letteratura, la figura ritorna ad essere semplicemente un ragazzo, un nome famoso usato per preservare l’anonimato delle persone coinvolte davvero nel fatto di cronaca accaduto in un sobborgo popolare di Marsiglia e diventato poi caso giudiziario, dal quale Yan Duyvendak e Roger Bernat hanno attinto per “Please, continue (Hamlet)”.
Un giovane uccide il padre della sua amica, lei lo accusa di assassinio, lui sostiene che è stato un incidente; l’imputato si chiama Amleto, la vittima Polonio e l’accusatrice Ofelia.
Sono gli unici interpretati da attori, mentre tutti gli altri, dal giudice al procuratore pubblico, dall’avvocato difensore al perito psichiatrico sono professionisti reali che si prestano all’adattamento spettacolare.

Tutt’altro che una messa in scena: il caso è trattato secondo le regole della procedura giudiziaria (finora 50 volte, in 22 delle quali Amleto è stato assolto) e manca un copione, gli unici testi sono verbali, perizie e interrogatori contenuti nel dossier sul caso.
Il risultato è sorprendente e, davanti a un gioco così perfetto e funzionante, viene da chiedersi se la Giustizia (come “il giusto e lo sbagliato” in generale), non sia esattamente frutto un’interpretazione. Del resto, è stato lo stesso Procuratore, nei panni di sé stesso, a chiarire che “le prove non servono: anche se un cellulare avesse ripreso il fatto, comunque non potremmo sapere se Amleto in quel momento pensasse davvero che ci fosse un topo dietro la tenda”.
E allora, tra realtà e adattamento teatrale è confusione totale o estrema vicinanza? Un fatto solo è inconfutabile: il lavoro di Duyvendak e Bernat è un pezzo geniale di teatro che possiamo solo sperare che giri presto l’Italia.

David Espinosa

David Espinosa ha presentato al Fit Mi Gran Obra

Altro punto di vista sulla realtà, ma questa volta solo attraverso il binocolo, è stato “Mi Gran Obra”, definito dall’autore David Espinosa un ‘proyecto ambicioso’.
E in effetti lo spettacolo è un pezzo prezioso di artigianato e di arte contemporanea, una chicca imperdibile per chi, non fermandosi alla definizione più stretta di teatro, è disposto ad accomodarsi insieme ad altri 19 spettatori disposti in ordine di altezza intorno a un tavolo, e a inforcare un mini binocolo per assistere alla realtà, riprodotta in scala 1:86, perché a grandezza naturale sarebbe stato per un artista di teatro impossibile.
Ma solo economicamente. 
 

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