Teatro Nucleo: le tenebre nel nostro salotto. Intervista

Tenebra (photo: mantoz.it)
Tenebra (photo: mantoz.it)

Niente è più normale della ferocia, della violenza, della superbia e della cecità dell’uomo. Così normale da vivere tranquillamente nel nostro salotto, accampate sul nostro divano.

All’interno del Totem Festival di Ferrara abbiamo avuto modo di spiare, durante le prove, i meccanismi nascosti del lavoro teatrale per “Tenebra” di Natasha Czertok e Davide Della Chiara del Teatro Nucleo, con il supporto del britannico Joseph Conrad Institute. Uno spettacolo che, seguendo il manifesto della storica cooperativa teatrale nata nel ’74 a Buenos Aires, mette a repentaglio il ben pensare e i falsi buonismi dell’uomo occidentale perché, partendo dalla vicenda del romanzo “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad, mira a cancellare tutti i veli, i filtri e le sovrastrutture che ci siamo costruiti, riportandoci dentro noi stessi, mostrando quanto c’è di falso e violento dietro ogni tassello materiale delle nostre vite.

Kurtz, colonizzatore impazzito per brama di potere e onnipotenza, vive in uno spazio-tempo sospeso e imprecisato, avvolto da un ritmo quotidiano pesantemente monotono. E’ un uomo annoiato, cieco, superbo e sicuro del proprio agire e pensare, incapace di qualsiasi empatia verso il prossimo. Un uomo apatico che, di fronte a morte e violenza, gioca senza divertirsi.


Il ritmo dello spettacolo riflette l’atteggiamento dell’uomo occidentale, messo sotto un mirino implacabile, sotto l’occhio accusatore dell’artista, che solo sembra poter comunicare la verità. C’è infatti un dialogo costante tra il “dentro” e il “fuori” la scena, rivelato da elementi precisi: le frequenti risate da sit-com americana durante i momenti di maggior tensione emotiva; la meticolosità delle sequenze di azioni fisiche, partiture non assorbite e volontariamente decifrabili, che mettono in evidenza il burattinaio che ne muove le fila; la presenza del musicista in scena, anche voce narrante.
Questi dettagli e la costruzione scenografica, che rompe la quarta parete attraverso una porta che conduce i personaggi nel mezzo del pubblico, dimostrano non solo la presenza dell’artista quale lettore e rivelatore di un messaggio, ma anche la nostra inevitabile partecipazione a quella realtà.

A stanare Kurtz e ad aprire a noi spettatori quella porta è Marlow, personaggio che cerca la pace, ma a volte la vuole ottenere con la guerra, ricordandoci molti episodi della politica internazionale contemporanea. I due protagonisti diventano archetipi dell’uomo, che oscilla tragicamente tra i due poli della bontà proclamata e della superbia violenta.
Violenza e scontro tra i due saranno quindi immediati.

Le idee rimangono intrappolate dietro maschere sociali tanto mostruose quanto reali. La voce narrante esplicita l’orrore dell’immigrazione nelle coste siciliane di questi anni consegnando allo spettatore ciò che fino a quel momento poteva solo supporre: lo schiaffo crudo di una verità che – rinchiusi nel proprio salotto – si preferirebbe non vedere, non udire e non affrontare. “La verità è di cattivo gusto”, conferma Kurtz.

Come è nato lo spettacolo?
Durante un progetto in una periferia abitata da moltissimi immigrati africani. Pur presentando i due personaggi di Conrad, Marlow e Kurtz, non fa altro che metterci davanti ad un enorme specchio, tutt’altro che deformante, accusando il mondo occidentale di cecità e superbia.

Il nesso tra Conrad e la tematica trattata è evidente. Partendo dal testo, in che modo si sono trasformati i personaggi?
Ci siamo immaginati un incontro impossibile tra i due, in una specie di presente cristallizzato. Come se ad un tratto due mondi si scontrassero. Abbiamo cercato un linguaggio corporeo e gestuale per rappresentare il conflitto. Per arrivare all’intimo dello spettatore abbiamo pensato di collocarli in un salotto, eletto a simbolo dell’inedia e dell’individualismo, che ci paiono caratterizzare buona parte dei vissuti dell’uomo contemporaneo.

Il ritmo dello spettacolo è volutamente (e rischiosamente) sospeso. Che ragionamento c’è dietro questa scelta?
Avevamo bisogno di un meccanismo che permettesse allo spettatore di entrare in connessione con un tipo di follia particolare, un’apparente ossessiva apatia, volta a contenere, o per meglio dire rimuovere, una folle avidità, quella che portò Kurtz – in un lontano passato – a compiere atti terrificanti, trasformandosi in una specie di semi-dio in quella terra lontana e “selvaggia” che era stata individuata come bacino di materie prime per il primo mondo. Ieri erano avorio, gomma, diamanti… oggi si chiamano coltan e silicio, ma le cose non sono molto cambiate. Abbiamo individuato nel “tempo” quel meccanismo: un tempo lento, dilatato, che permette di osservare i particolari e le stranezze di un personaggio che ci somiglia in modo inquietante.

Qual è stata la vostra ricerca sul linguaggio?
All’inizio pensavamo lo spettacolo solo in inglese. Il romanzo in lingua originale ha parti che potrebbero essere benissimo testi di brani hard-core di denuncia. In sé è abbastanza aggressivo. Abbiamo così cominciato a studiare lo spettacolo scrivendo canzoni con quei testi; di queste ne sono poi rimaste solo alcune parti. L’inglese è inoltre la lingua della colonizzazione per eccellenza. Essendo comunque il pubblico italiano poco avvezzo a spettacoli in inglese abbiamo preferito avere anche chiavi di lettura più chiare in italiano. La musica e il musicista in scena interagiscono con i personaggi e con la narrazione. Essendo nati prima i brani musicali, ci siamo appoggiati su quelle suggestioni per sviluppare il conflitto tra i due personaggi.

Dietro alle scelte sceniche ci sono riferimenti televisivi?
Abbiamo preso spunto da “Rabbits”, un lavoro di video-arte di David Lynch. L’atmosfera e le suggestioni ci sembravano calzare con i rimandi crepuscolari del romanzo. Le risate gregarie fanno parte del repertorio di strumenti che il mezzo televisivo usa per dirigere l’emozione dello spettatore, per pilotarne gli stati d’animo. In qualche maniera “colonizzano” il nostro immaginario, per parafrasare Latouche.

Prossime date?
Saremo a settembre a Torino, alla Cavallerizza Occupata, con un laboratorio sull’utilizzo teatrale degli spazi urbani e con “Tenebra”. Il progetto della Cavallerizza Irreale, nato con lo scopo di restituire questo spazio meraviglioso alla cittadinanza in alternativa alla vendita ai privati da parte del Comune, è un tipo di azioni prezioso per la città, e abbiamo colto con piacere l’invito a sostenere il progetto.

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