Etre. Fare teatro, perifericamente

Teatro Periferico

Teatro Periferico (photo: Domenico Semeraro)

Bisogna inerpicarsi al confine fra Italia e Svizzera per arrivare a Cassano Valcuvia (VA), in quel lembo di terra montano che si fa cuneo nel Canton Ticino, delimitato da lago Maggiore e lago di Como. Già a dirlo si capisce come non si stia parlando di un territorio neutro, ma di uno di quei luoghi magici dove fare arte, e teatro nello specifico, ha un senso quasi animistico, di legame con la terra.

E’ qui che Promoarte/Teatro Periferico, associazione dedita alla promozione culturale e artistica di progetti teatrali e musicali composta da undici elementi ha stabilito la sua residenza, vincendo nel 2009 il bando Etre (Esperienze Teatrali di Residenza) della Fondazione Cariplo.

La produzione attualmente in circuitazione, “UmidoeVento”, nasce da laboratori, letture degli scrittori di questa terra. In “UmidoeVento” questi autori, le loro invenzioni scritte sul territorio, le loro parole, trovano un’incarnazione, diventano essi stessi protagonisti dello spettacolo come personaggi, per un’opera omaggio agli autori, alle loro atmosfere, ai colori e alle figure del lago. L’idea nasce dall’idea drammaturgica di Loredana Troschel, e si basa su testi di Piero Chiara, Liala, Guido Morselli, Gianni Rodari, Vittorio Sereni e della stessa Troschel.
In una scenografia, ideata da Salvatore Manzella con Giuseppe Losi, e che pare venir fuori da qualche film di Greenaway, si muovono, come invitati ad un banchetto cerimonia, gli interpreti Enzo Biscardi, Giorgio Branca, Elisa Canfora, Alessandro Luraghi, Laura Montanari, Raffaella Natali, Loredana Troschel, Dario Villa e Giovanni Battista Storti.

Il lavoro, che nasce dalle letture di scrittori autoctoni, cerca un legame di senso e parole, in un gioco che contrappone, come in un montaggio analogico, le sequenze poetiche più delicate, provando a costruire anche un carattere ai diversi personaggi. La messa in scena dura un’ora e mezza e, dopo il pout pourri letterario, lascia maggior spazio ad un’incarnazione fisica della parola.

Rimaniamo ben impressionati dalla sequenza (il primo finale) in cui questi personaggi si abbandonano al lago, quasi risucchiati dalla sua immobilità immanente, una sequenza assai ben diretta e giocata fra suggestioni felliniane, con la banchina che diventa luogo per gli ultimi addii, con fermi immagine della memoria, qualcosa che in pittura, visti anche gli interessanti giochi di luce, potrebbe stare fra Hopper e Vettriano. Sulla drammaturgia sarebbe bello lavorare in sottrazione: c’è un po’ troppo di tutto e questo fa sì che, nel complesso, l’opera risulti lunga e appesantita da alcune parentesi di registro grottesco e da un (secondo noi) inutile doppio finale, in cui viene introdotta la figura del critico teatrale, che nulla aggiunge, anzi toglie all’equilibrio emotivo che ben si era consolidato sull’immobilità di cui abbiamo detto.

Con il prevalere della logica del meno, di quello che prossimo è all’indispensabile (logica di cui sempre e non solo in questo caso siamo tifosi), emergerebbero alcune idee che soprattutto sul versante del lavoro fisico e dell’immagine scenica risultano pregevoli, ma che vengono offuscate dal tentativo di mescolare troppo i registri, fra la commedia, la poesia, il teatro fisico e quello d’immagine.

Paola Manfredi, regista della compagnia, ha maturato in questo contesto il suo linguaggio fatto di lavoro sull’attore, partendo dall’organicità del corpo e accettando la contaminazione con il metodo di indagine del professor Duccio Demetrio sulle biografie, sulle storie, su cui a lungo la compagnia ha indagato.

Paola, come è nata l’urgenza del vostro progetto artistico?

Volevamo uscire dalla città e cercare un pubblico nuovo, “vergine”. Scegliere un luogo, meglio se di frontiera,  e stabilirci lì per cercare di vincere una scommessa: un piccolo teatro che tenta di mantenersi in virtù del rapporto creato con la popolazione, che ne diviene strumento di rappresentazione, ma anche arricchimento e di emancipazione. Abbiamo trovato un piccolo teatro liberty, ristrutturato da una lungimirante amministrazione comunale, e insieme gli abbiamo ridato vita.

Il vostro nome tradisce un senso di isolamento che è proprio di chi fa arte. E’ un sentimento che continuate a provare in forma tangibile? Qual è il vostro rapporto con il territorio?
Per noi  il termine “periferico” non ha un’accezione negativa, tutt’altro. Viviamo con una sorta di orgoglio il fatto di esserlo. Anche se avessimo lavorato in città, cosa che peraltro ci è accaduta nel passato, saremmo stati periferici nella città. Essere periferici è uno stile, uno stato d’animo, un modo di percepire. È essere “uncool”, controtendenza, gente da panchina.

E proprio parlando di rapporto con il territorio, senz’altro il vostro ultimo spettacolo va nella direzione di un dialogo, di un confronto e di una ricerca di segni e radici…  
“UmidoeVento” parla del lago. Io sono convinta che tutti i luoghi abbiano un’anima. Noi vediamo il paesaggio intorno a noi, ma c’è un’architettura di sentimenti, di forze, di pensieri, che stanno dietro al paesaggio, che nel nostro caso è una tavolozza verde circondata da montagne, finita, senza infinito. Abitare un posto significa diventare camaleonticamente dello stesso colore. Per questo definisco le residenze “nuove geografie poetiche”.

Quali sono i vostri progetti futuri?  
Questa volta non sarà un progetto che riguarda le nostre valli. Da molti anni, oltre a fotografare il territorio, cerchiamo di raccontarlo attraverso le storie delle persone. Racconteremo la storia dell’ex-manicomio di Limbiate, un comune della periferia milanese in cui abbiamo lavorato per anni prima di trasferirci qui, e questa volta con l’aiuto di altre residenze sorelle: delleAli, Teatro in-Folio e Ilinx.
 

5 Comments

  • Paolo ha detto:

    A me è piaciuto tanto “il secondo finale” quello del critico che viene “riposto” nelle scenografia(dal cameriere silente(bravissimo!)) e viene annullato, letteralmente mangiato dai personaggi. Lo trovo un finale a suo modo inquietante e simbolico: gli autori, i personaggi e le storie vivono di vita propria e ogni critica contemporaneo dovrebbe saper entrare con la giusta compostezza e competenza in luoghi d’arte difficili, come la letteratura … il critico di UmidoeVento, invece, è un critico fastidioso, presuntuoso e saccente, è di disturbo al godimento dell’opera; ed è, forse, anche per questo che nell’articolo qui sopra si dice che la figura del critico “(..) toglie all’equilibrio emotivo che ben si era consolidato(..)”; credo che questo fosse l’intento della regista che ha saputo fare una scelta rischiosa: interrompere l’apatico godimento delle atmosfere, peraltro bellissime, create fino a quel momento, per riportarci al punto di partenza. In quel momento ho sentito di essere risvegliato: è come se mi fosse stata richiesta attenzione, quasi a dirmi “lo spettacolo non è solo atmosfere”. Perdonate ma ho sentito la necessità di commentare, perché amo gli autori: Sereni, Chiara, Morselli sui quali sto scrivendo la mia tesina. Ho visto lo spettacolo a Bovisio Masciago(MI) in provincia di Milano qualche settimana fa, e mi è piaciuto molto. Bravissimi tutti gli attori. Paolo Marotto

  • Renzo ha detto:

    L’immagine di suo (e solo l’immagine della fagocitazione, non il contorno e la figura macchiettistica abbozzata in pochi minuti) non è brutta e potrebbe utilmente essere recuperata nella parte centrale dello spettacolo, che soffre più di stanca, dove il ritmo si allenta moltissimo e servirebbe qualche epifania emotiva come appunto potrebbe essere questa fagocitazione generale.
    E’ un bene riuscire a vedere la poesia in quello che vuole rileggere la poesia.
    E’ giusto anche conoscere i critici, sapere che capacità hanno di guardare. Non tutti sono superficiali. Ce ne sono alcuni che guardano a fondo, che sanno riconoscere l’arte nell’arte, le citazioni trasversali, le costruzioni emotive e mentali di chi fa teatro. Quelli diventano punti di riferimento, pungolo, stimolo.
    E questo è un bene per il teatro che non cerca solo gli Osanna.
    Lei comunque fa bene a vedere il teatro, ma la prego, non entri nell’ottica manichea dei critici che non sanno, che è uguale ai pittori che imbratttano le tele, ai teatranti che si agitano di qua e di là. Lasciamo i luoghi comuni e guardiamo il caso per caso, il persona per persona, lo spettacolo per spettacolo. Solo questo consente discernimento e giusta ponderazione.
    Nulla vale in eterno.
    In bocca al lupo per la sjua tesina

  • Paolo ha detto:

    Renzo grazie per il commento, perdoni il ritardo: mi sono concesso qualche giorno di vacanza;
    credo, però, che lei abbia equivocato il mio pensiero: per indole, ed educazione non mi ha nemmeno sfiorato il pensiero “dei critici che non sanno”, io ho un profondo rispetto per i critici nella loro accezione ideale: capaci, preparati e sensibili. La figura del critico capace è una figura che si costruisce negli anni, con lo studio ma anche con l’osservazione costante del panorama culturale mondiale; quando parlo di “panorama culturale”, parlo di ogni tipo di manifestazione culturale, non solo letteraria, teatrale, figurativa.
    Tornando al “critico” di Umidoevento credo che sia una figura che possa essere equivocata se non si conoscesse la storia degli autori presi in esame dalla pieces: Liala, dai critici, è stata sempre considerata un autrice da belletto, Chiara nonostante i suoi successi fu purtroppo scoperto anche dalla cinematografia di consumo che paradossalmente ne svilì(incomprensibilmente) il valore letterario, e Morselli, in particolare, è un autore che ha rincorso tutta la vita le porte chiuse del riconoscimento del suo valore, e fu riconosciuto postumo; è per questo, credo(spero), che l’autrice di Umidoevento abbiano scelto di introdurre nello spettacolo anche questa figura del critico, un ombra velenifera e ingombrante nella vita di questi autori, che entra in scena con macchiettistica leggerezza, per finire poi divorato dai personaggi degli autori stessi. Personalmente non ho individuato momenti di fiacca nello spettacolo, ma io l’ho visto in un’unica replica a Boviso Masciago(MI) e li tutto mi sembrava funzionare ad orologeria. Non saprei suggerire dove debba stare quella scena all’interno della scansione drammaturgica, quella scena comunque richiede una preparazione e , secondo me, non può che trovarsi in prossimità del finale se proprio non piacesse alla fine(anche se da critico non mi spingerei a suggerire soluzioni grammaturgiche); ma il teatro non è come la letteratura: è più libero e forse tutto è possibile. Spero di aver chiarito meglio il mio pensiero su questa scena finale. Paolo Marotto

  • manfredi paola ha detto:

    Ciao Paolo e ciao Renzo. Scusate se intervengo. Avrei preferito contattare Paolo separatamente, ma non ci conosciamo e ho trovato troppi profili facebook a nome Paolo Marotto , e non volendo sbagliarmi scrivo qui. Caro Paolo, la replica che hai visto a Bovisio ha funzionato bene, anzi oserei dire benissimo, ma in quell’occasione abbiamo avuto due giorni per l’allestimento, mentre al festival, come sempre per altro in situazioni di questo genere, i tempi sono stretti (due ore) e la prima replica ha risentito di una fatica e di una fretta che certo non ha favorito il lavoro. Tra l’altro dopo il primo spettacolo a Bergamo ho operato alcuni tagli che reputo salutari. In quanto al critico, sì, questa figura deve la sua esistenza e la sua caratterizzazione, alla rapporto difficile di questi autori con la critica, Morselli e Liala per primi, ma anche Chiara. E’ una letteratura di provincia, non solo perchè descrive la provincia, ma perchè non è stata presa in considerazione dalla critica ufficiale, almeno non come gli autori avrebbero voluto, tanto che lo Zendralli è un critico che esce dalle pagine stesse di Chiara. Ma non intendevo certo fare un’opera di riabilitazione. Il rapporto che ho avuto con questi autori è stato dialettico, non volevo celebrarli e nemmeno descriverli didascalicamente. Mi interessava e mi interessa questo loro “sentirsi fuori” , il legame che hanno con queste acque, chiuse dalle montagne, lontane dalle città. Provincia sciupata, fané, grottesca, pettegola, borghese, falsamente dorata, come la cornice che troneggia sul tavolo. C’è qualcosa di decadente e marcescente che mi appartiene. Una depressione lacustre e una la possibilità di uno sguardo introspettivo che solo l’acqua ferma concede (pensare che sono nata in una casa sul porto di una cittadina marina!) Beh.. Voglio solo aggiungere che sono davvero contenta di aver letto questi commenti, mi sembra che lo spettacolo continui a vivere nelle vostre parole. Da sempre sono felice di mettere in discussione il mio lavoro e di rapportarmi appunto “dialetticamente” a critici e spettatori. Ben vengano entrambe le opinioni.

  • Paolo ha detto:

    E’ esattamente quel che ho visto. Complimenti x il suo lavoro, che ho goduto fino all’ultimo minuto. Vorrei dirle però che il personaggio di Ferranini nn e’ ben delineato, nn é solo burbero. Grazie per la sua risposta. Paolo Marotto

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