Teatro Sociale di Gualtieri: quando l’idea non è utopia

Teatro di Gualtieri

Il Teatro (rovesciato) di Gualtieri

È una storia molto curiosa quella del Teatro Sociale di Gualtieri, un piccolo comune in provincia di Reggio Emilia a ridosso dell’argine del Po.
Anche il fiume, con le sue inondazioni, è protagonista delle vicende che, nel corso dei secoli (è proprio il caso di dirlo), hanno determinato la sorte del teatro, tra fasi felici e dolenti.
Quella di oggi? Sarebbe felicissima, a tratti prodigiosa per l’eccezionalità degli eventi, anarchici e suggestivi, che hanno permesso la restituzione di questo spazio alla comunità, se non fosse che… anche al Teatro Sociale di Gualtieri domina lo spettro della più assoluta instabile precarietà.

E pensare che il teatro sorge all’interno di una monumentale fortezza, che per antonomasia è simbolo di stabilità e resistenza, il palazzo Bentivoglio, eretto a cavallo tra ‘500 e ‘600.
Già nel ‘700, però, il palazzo è parzialmente in rovina e viene “occupato” per lo svolgimento di varie attività cittadine.
Nasce in questo periodo il primo teatro, il Principe, con struttura all’italiana, di buona fattura barocca, edificato nelle stanze a pian terreno occupate dal medico e dal chirurgo.

Teatro Sociale di Gualtieri

I lavori alla zona della platea

Gravemente danneggiato alla fine dell’Ottocento a causa di un incendio, probabilmente causato dal rovesciamento di una lampada a olio durante una rappresentazione, l’amministrazione tenta un’opera di recupero, ma ahimè, proprio come oggi, i soldi sembrano non bastare mai. Si propone una strategia: coinvolgere i cittadini, i privati, per vendere loro un pezzetto di teatro, un palco. Viene fondata la Società Teatrale, coi palchettisti proprietari dei palchi per 99 anni.

Il nuovo e più ampio spazio, creato «a cultura e diletto della cittadinanza», è inaugurato nel 1907 e accoglie stagioni operistiche di grande successo, veglioni e feste da ballo, organizzate per lo più – scusate, ma adoro le note di colore – da un gruppo di giovani operai dai soprannomi curiosi: Malghes, Ciapela, Silvion, Iupèn… Si facevano chiamare “La Palanca Sbusa”, il soldo bucato. Largo ai giovani, insomma. Una volta il detto non suonava sarcastico.

Nel 1951 entra in scena il grande fiume: il Po rompe gli argini, Gualtieri è allagata. In teatro, che nel frattempo è diventato anche cinema, l’acqua raggiunge i palchi di primo ordine, tanto che ancor oggi rimane il segno lasciato dalle acque. Ma non sarà l’alluvione a fermare l’attività, che proseguirà fiorente per tutto il dopoguerra, bensì il cinema.
Poi, nei ’70, nemmeno la Settima Arte basta più per animare la sala del Sociale, dove si proiettano per lo più pellicole a luci rosse.
Nel ’79 il teatro viene chiuso a causa di seri problemi strutturali. Passano gli anni, i fondi per i lavori di consolidamento non arrivano, e gradualmente il teatro comincia a perdersi anche nella memoria dei gualtieriesi.
Dopo 99 anni, nel 2004, la Società Teatrale dei palchettisti cessa di esistere: il teatro è definitivamente dimenticato.

Poi, accade “il fatto”. Nella primavera del 2006 un gruppo di ragazzi alla soglia dei vent’anni varca per la prima volta i cancelli del perenne cantiere. È una folgorazione: lo spazio, anche dopo tutti gli interventi subiti, appare magnifico. Manca il palcoscenico, ma questa mancanza rende il luogo ancora più interessante.

Teatro Sociale di Gualtieri

I lavori di lucidatura della platea

Brilla un pensiero comune, che il teatro possa essere utilizzato nelle condizioni in cui versa.
Come un golpe pacifico, come un Teatro Valle Occupato ante litteram, con il tacito consenso dell’amministrazione comunale, organizzano una vera e propria occupazione “ri-costruttiva”: spalano carriole di ghiaia e terra per livellare il terreno, costruiscono un impianto elettrico volante per illuminare nuovamente platea e palchetti, portano in teatro un pianoforte… Sale l’entusiasmo tra chi si è rimboccato le maniche e rientra a casa pieno di polvere, e monta la curiosità tra i gualtieresi che hanno capito che bolle qualcosa in pentola.
A questo punto occorre un evento, occorre clamore, occorre scuotere le coscienze di tutti i compaesani per risvegliare la memoria di quel teatro che giace inutilizzato.
A Gualtieri irrompe quindi la notizia: è indetta un’asta pubblica per la vendita del Sociale e dei suoi arredi. Il Comune è sommerso dalle proteste.

La sera del 27 luglio 2006 il delegato di un’agenzia immobiliare di Milano, incaricato della vendita, raccoglie in piazza una folla sconcertata, oltre trecento persone, e la introduce all’interno del teatro.
Per alcuni lo spirito è quello dell’ultima visita, del commiato. Per altri, l’occasione di valutare effettivamente lo stato dell’immobile e forse proporsi come acquirente, magari in società, com’era stato per i palchettisti del secolo scorso, dopotutto…
Una volta dentro, però, improvvisamente tutto si capovolge e l’asta pubblica si trasforma in evento: si manifestano le arti, musica, poesia, letteratura, scultura, pittura e danza. Chiamano in causa gli spettatori, chiedono loro di ribellarsi all’abominio della vendita. Sono pronte a un suicidio collettivo nel caso in cui nessuno risponda all’appello di rivolta. E i gualtieresi rispondono: abbattono a picconate il muro che chiude una delle porte del teatro e liberano le arti e il teatro.

I ragazzi “del golpe” intanto si riuniscono in una associazione culturale, che prende il nome del teatro. L’unico modo per poter aprire e far vivere quello spazio è dimostrare che è possibile utilizzarlo nelle condizioni in cui si trova, perché tanto i fondi per una ristrutturazione effettiva, che al contempo non snaturi la meraviglia di quello spazio ritrovato, non ci sono. Continuano a lavorare indefessamente, anche se lentamente, nei ritagli di tempo, nei fine settimana.

Nel 2008, grazie ai lavori eseguiti dai ragazzi, lo spazio appare così diverso da convincere l’amministrazione a un contributo minimo, ma effettivo: l’installazione di un impianto elettrico a norma e lo svolgimento delle pratiche per l’agibilità.
Il coup de théâtre lo agisce ancora l’associazione, organizzando una stagione teatrale estiva a costo zero per il Comune e in tempi colossalmente rapidi: mentre si stende la programmazione e si cercano fondi alternativi, si costruisce la cabina di regia, si rimontano le porte, le finestre, le inferriate, vengono costruiti il banco ed il pavimento della biglietteria, vengono montate le staffe di sostegno per i fari di scena, i cancelli, la rampa per i disabili…  
Alle 4 di notte della vigilia dell’apertura, il 6 giugno 2009, è montata l’ultima insegna. Come un sogno che si avvera, il Teatro Sociale di Gualtieri è pronto.

«Con sforzo titanico, dopo quasi trent’anni di chiusura – racconta Rita Conti, una dei ragazzi dell’associazione – siamo riusciti a restituire alla cittadinanza questo luogo di spettacolo». Lo spazio, che ha già ospitato nelle prime due stagioni artisti di fama internazionale, è una struttura suggestiva e flessibile che può accogliere spettacoli di vario genere, «con un difetto – prosegue Rita – ossia, l’assenza del palcoscenico».
Ma quello che sembrava un vuoto emblematico si è invece dimostrata una suggestiva risorsa e, come sottolinea ancora la portavoce dei ragazzi del “golpe”, «quello che poteva essere considerato un enorme limite, ossia l’impossibilità di usare il teatro in maniera convenzionale, in realtà ha aperto molte più possibilità».

Magnifico il modo in cui è stato reinventato, ribaltato, “al contrario”, dove la platea su cui si affacciano i palchetti, convenzionalmente territorio del pubblico, è diventata un palcoscenico per attori e musicisti. E per rimanere fedeli all’idea di uno spazio ritrovato e non museificato, si è scelto di non snaturare questo ambiente nudo, di non falsificarne la storia: niente fronzoli quindi, e nessun restauro per stucchi, decorazioni e velluti.

La biglietteria del Teatro Sociale di Gualtieri

La suggestiva biglietteria del Teatro Sociale

La sobrietà è un valore, ma spesso è anche conseguenza delle mille difficoltà che il popolo dei teatranti è chiamato ad affrontare. Per questo l’ultima rassegna del Teatro Sociale, appena conclusa, è stata intitolata “Teatro in Rada”, proprio come un veliero che, per non affondare nella tempesta, smette di navigare, e resta riparato in rada, in attesa di tempi migliori.

Il Teatro Sociale di Gualtieri resta uno spazio “sospeso”, e quell’aura da cantiere aperto né vuole né può scrollarsela di dosso. È necessario rimboccarsi continuamente le maniche per tappare buchi veri (architettonicamente parlando) e simbolici.
Per far questo ci si può fermare, certo, oppure rispondere con una nuova sfida. Come è stato per le serate di “Cantiere Aperto”, con il pubblico chiamato a partecipare armato non solo di chiacchiere, ma anche di stucco e cazzuole, avvitatori e martelli, per lavorare gomito a gomito con l’associazione.
Una chiamata alle armi, insomma, che rende quello spazio, ancora, una reale esperienza sociale.

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