Progetto Goldstein: fra totalitarismi e letterature. Partendo da Eliot

Terra Desolata

Terra DesolataLa donna alla scrivania, l’uomo piantato a sbarrare l’ingresso: due glaciali SS presidiano l’atrio. Insieme al tagliando d’entrata, accompagnato da un “bitte” sapientemente scandito, riceviamo tutti una bandierina con la svastica. È finzione, d’accordo, eppure in qualche modo mi viene da rispondere uno sbilenco “danke”. Tanto per stare al gioco.

La “Terra Desolata” viene presentato come primo capitolo di una trilogia che mette in consonanza i totalitarismi con le letterature del mondo, continuamente influenzanti gli eventi e dagli stessi eventi influenzate. In questo primo “round” a tirare il carro c’è nientemeno che Thomas Stearns Eliot, maestro di cultura, affondo critico e spirito allegorico, ma soprattutto imperatore del senso ermetico, poeta puro. E in questo adattamento del Progetto Goldstein, Eliot è poeta della parola, ma ancor più del suono, del respiro, del sussurro. Costretti come dentro una cella a respirare la fitta nebbia dei versi del poeta inglese, ci muoviamo lentamente nella sala, prendiamo posto, attendiamo che qualcosa si compia. La scena ospita parati e mobili di un soggiorno anni Trenta, ma il pavimento è coperto d’erba e foglie secche, come in un cimitero autunnale. Come in una Terra Desolata.

L’adattamento riguarda una contestualizzazione, ma le scelte sul testo sono molto severe: nessuna storpiatura, quasi nessun taglio. Nessuna censura viene applicata al testo del poeta. Eppure forse il gioco è qui, ed è un gioco doppio: da un lato presentare un testo integrale nel quale affondano e comandano i cardini di una contestualizzazione forzata (operazione autoritaria), dall’altro far fluire quello stesso testo, in tutta la sua integralità, lasciando spesso a un nastro preregistrato il compito di scandire bene le parole. Agli attori non rimane che inseguire le sillabe con un labiale a volte fedele, a volte no, ma sempre costretto ad altrui volontà. E quando parlano non recitano, declamano (altra operazione autoritaria).
I racconti s’incrociano e le storie veleggiano a un vento che volentieri somiglia a quello della “Spoon River” di Edgar Lee Masters, disegnando epitaffi e apologie di una cultura afferrata alla gola e strangolata da un pugno di ferro. Una cultura messa a tacere, un pensiero cui non è più permesso esprimersi in prosa, che deve dire quel che sente distillato dai filtri di versi a sillabe incatenate. Tale – e con dovuti riferimenti al presente – è il rapporto cultura-potere messo in scena dal Progetto Goldstein in questo breve (forse troppo) primo capitolo.


La drammaturgia ne esce vincitrice grazie alle parole alate di Eliot e grazie a un sapore di riverenza che, per dovere o prudenza, la compagnia concede loro. La severa – e dunque per certi versi poco dinamica – iconografia della svastica e dell’uniforme da gerarca rasenta la didascalia, rischiando di soffocare il ritmo del messaggio, specialmente se sottolineata da un doppio monologo (uno bastava) di Fabio Morgan nella gestualità e nei panni rigorosi del Führer in persona e da un intermezzo burlesque à-la-Dietrich. A conti fatti, dunque, qualche sbavatura qua e là, ma a stemperare è sempre pronto quel timore reverenziale nei confronti della materia testuale e del messaggio, qualità sempre più rara nel lavoro di chi fa teatro di ricerca.

Peccato non aver cavalcato meglio l’onda dei pamphlet che, in chiusura, piovono dal cielo, mentre una voce legge il comunicato sulla corruzione della cultura, dando il via alla grande opera di infrastruttura ideologica tra nazismo e comunismo, la prossima tappa del Progetto Goldstein. Tanto che, uscendo, ci viene regalata una bandierina rossa con falce e martello. Sospiro di sollievo? Forse no.

LA TERRA DESOLATA
di T. S. Eliot
regia: Fabio Morgan
produzione: Progetto Goldstein
interpreti: Fabio Morgan, Katia Caselli, Martin Emanuel Palma, Andrea Carvelli, Angelica Schneider
scene e costumi: Alessandra Muschella
musiche: Marco Scattolini
durata spettacolo: 50’
applausi del pubblico: 1’

Visto a Roma, Rialto Sant’Ambrogio, il 25 marzo 2009

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