La Terra Santa di Kacimi riletta da Corrado Accordino

Alberto Astorri disegnato da Renzo Francabandera
Terra Santa

Terra Santa

Era andato in scena in prima nazionale lo scorso gennaio al Teatro Filodrammatici di Milano, il “Terra Santa” di Mohamed Kacimi per la regia di Corrado Accordino.
L’abbiamo visto invece a Monza qualche giorno fa, al Binario 7, allertati da amici che ne segnalavano la qualità.
E agli amici dobbiamo dar ragione. Il lavoro merita.

L’autore del testo: Mohamed Kacimi, nato in Algeria (a El Hamel nel 1955) e trasferitosi a Parigi negli anni ’80, è poeta, romanziere e drammaturgo. Si è fatto apprezzare anche in Europa per il suo impegno: i testi raccontano un Medio Oriente in cambiamento, fuori dalle scritture di maniera.
E’ autore di “Quando Nina Simone ha smesso di cantare” (Einaudi) e “Boqala” (Donzelli), ma “Terra santa”, allestito per la prima volta in Italia, è uno dei suoi testi più interessanti, che lo ha portato nel 2007 al Premio della Giuria al Grand Prix de Littérature Dramatique.

La trama: Alia (Claudia Negrin) e Yad (Alberto Astorri), vivono col figlio modello Amin (Francesco Meola) in una città-tipo del Medio Oriente, sotto un’occupazione occidentale-tipo, con il militare americano-tipo a pattugliare un quartiere-tipo. Loro vicina di casa è la giovane Imen (Silvia Pernarella), ormai rimasta sola col gatto Gesù da quando la madre, Carmen, è stata fatta sparire ad un posto di blocco. Il soldato Ian (Michele Bottini), fra un’irruzione e l’altra, finisce per essere militarmente e violentemente di casa nella vicenda.

La regia: Accordino, in un buon lavoro complessivo di resa del testo al servizio di attori e viceversa, fa un paio di scelte pregevoli, sia sceniche che concettuali. Innanzitutto svuota gli spazi e, grazie a scene e costumi di Anna Bertolotti e Mariachiara Vitali, crea un vuoto penetrabile, visibile, a metà strada fra naturalismo e antinaturalismo. Delle case restano le impalcature, che ci rendono le pareti dell’universo privato trasparenti. L’interno è invece arredato quasi regolarmente. Dunque lo spettatore è già al limitare tra finzione e verità.
La guerra si percepisce in modo chiaro, con il soldato vestito in mimetica di tutto punto, ma non se ne ode traccia sonora. Senza la banale eco di razzi fuori scena, questo silenzio di bombe immaginate, di elicotteri ronzanti, di bombardamenti notturni finisce per diventare assordante per la sua assenza.
Insomma la Terra, la guerra e la Storia ci sono ma non si vedono, non si sentono. E al contrario si vedono e si sentono benissimo.

Alberto Astorri disegnato da Renzo Francabandera

Alberto Astorri visto da Renzo Francabandera

Gli interpreti: il resto è nella assai degna e viva interpretazione dei protagonisti della pièce che, per questa co-produzione Skene’ Company / La Danza Immobile, danno vita ad un esito collettivo pregevole, senza inutili sbavature ed eccessi.
Pur nel rispetto del buon lavoro di tutti, non è possibile non far menzione dell’interpretazione di valore assoluto di Alberto Astorri, uno dei maggiori talenti della scena milanese, allievo di Leo de Berardinis e inspiegabilmente ancora poco impegnato in spettacoli a circuitazione nazionale.
Astorri (che sarà fra i protagonisti della prossima regia di Renzo Martinelli a Teatro i) riesce a dare la giusta desolata e rassegnata asperità al ruolo di un padre ormai votato all’alcool e apparentemente incapace di scelte radicali, che vive il suo ossimoro emotivo con il figlio Amin (un Francesco Meola che ci fa scoprire le sue interessanti giovani doti di attore sincero e intenso). Un padre cui sono affidate battute che beccheggiano fra l’inspiegato di Tolstoj e la velata bestemmia per un mondo che non lo accoglie più, per un dio che non esiste più nel sogno e nel segno tangibile: “Un Dio che si mette a proibire l’alcol non è un buon Dio: è un rompicoglioni”.
Questo padre sarà capace di dare alla pièce un finale incredibile, figlio solo di quel mondo ancora tutto da decodificare per valori e intenzioni che è la terra araba.
Lo spettacolo di Accordino, il testo e le belle interpretazioni, ce ne restituiscono una chiave di lettura non banale.

TERRA SANTA

di Mohamed Kacimi
con: Alberto Astorri, Michele Bottini, Francesco Meola, Claudia Negrin, Silvia Pernarella
scene e costumi: Anna Bertolotti e Mariachiara Vitali
disegno luci: Chiara Senesi
assistente alla regia: Elena Redaelli
regia: Corrado Accordino
traduzione: Monica Capuani
co-produzione: Skene’ Company / La Danza Immobile
durata: 1h 15′
applausi del pubblico: 2′ 16”

Visto a Monza, Teatro Binario 7, l’8 maggio 2011

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  • Alex Bompiani ha detto:

    Alberto Astorri.. è l’unico attore decente di questo spettacolo, anche se non di grande intensità. Gli altri attori sono assolutamente mediocri e attingono a cliché al limite del comico. La regia è assolutamente prevedibile: intrisa di movimenti di scena inutili e ridondanti. Le entrate e le uscite degli attori sono incontrollate: non si capisce da dove entrino e da dove escano questi individui(da una porta? Da un balcone? Da una via?). Per tutto lo spettacolo non si capiscono le relazioni tra i personaggi: a metà spettacolo capisci che c’è un padre e una madre, peccato che non siano mai in relazione credibile( anche nella non relazione). Attorialmente è uno spettacolo mediocre, la regia è fiacca, scontata degna di una filodrammatica impegnata.
    Non basta trattare di un tema drammatico perché il risultato della pieces sia davvero drammatico.

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