IX Testimonianze, ricerca, azioni. Akropolis e l’utopia realizzata

Kokoro di Luna Cenere (photo: Andrea Macchia)
Kokoro di Luna Cenere (photo: Andrea Macchia)

Lavoro, ricerca e tanta pragmatica utopia, tangibile nel programma della IX edizione di Testimonianze, ricerca, azioni. O, per dirla con le parole di Marco De Marinis, “Akropolis è a tutti gli effetti un’utopia realizzata”.
Non sono serviti gli accorpamenti dei poli di ricerca né il crollo del ponte Morandi, a meno di un chilometro, per scoraggiare una realtà che, anzi, ne esce rafforzata.

“Quest’anno siamo diventati ministeriali” sottolinea con orgoglio Veronica Righetti, direttrice organizzativa. Il festival di Teatro Akropolis è l’unico festival multidisciplinare riconosciuto dal MiBAC in Liguria. Oltre al FUS è arrivato anche il sostegno di Compagnia di San Paolo a consolidare i contributi locali di Comune di Genova e Regione. Una sorta di chiusura del cerchio iniziata nel 2017 con la vittoria del premio Ubu per l’originalità e l’importanza dell’attività editoriale di AkropolisLibri.

A novembre il teatro di Sestri Ponente ha potuto così offrire al pubblico 23 spettacoli, ospitando 65 tra artisti e studiosi, oltre a tre presentazioni di libri e due workshop.

Il festival ha aperto i battenti proprio in teatro, con la performance di danza “Eoika”, di Sabrina Vicari e Federica Alloisio, alla loro prima collaborazione. Come emerge dal greco del titolo, tutto è qui finalizzato al “come se”, vale a dire a quel verosimile che da sempre caratterizza il teatro, all’illusione della visione dove la realtà si confonde con l’immaginazione.
Le danzatrici diventano così elementi di un grande corpo comune, avvolte da un drappo rosso che, lentamente, ridarà forma alle due protagoniste sul finale. La luce fioca dell’inizio, la lontananza ricercata dal pubblico, daranno poco a poco spazio ad uno svelamento rassicurante ma sempre effimero. Gli effetti stroboscopici dei cambi, il trucco che copre solo parti del corpo, il disegno compulsivo sulla pelle dell’altro rimandano a chiari universi pittorici. Tra tutti le “doppie facce” di Sebastian Bieniek che compaiono, quelle sì in modo inequivocabile, sui “volti spezzati a metà” delle due performer siciliane. Uno stravolgimento totale del concetto stesso di dualità, che si fa carico di una forza comunicativa importante per sparire nel nulla sul finale.

La danza ha costituito un fulcro fondamentale per tutto il festival. Ecco allora ospiti tre spettacoli provenienti da “Anticorpi XL – tracce di giovane danza d’autore”, network composto da 32 operatori su 15 regioni italiane: una vetrina per conoscere nuovi artisti che Akropolis porta avanti da ormai tre anni come punto di riferimento ligure del progetto.

Nella prima delle tre performance è nuovamente una parola, stavolta francese, a comporne il titolo, “Chenepan”, cioè monello. Autori e protagonisti Francesco Colaleo e Maxime Freixas, fondatori della Cie MF. Il loro lavoro è intriso di una dimensione ludica: i due danzatori si rincorrono, intrecciano, respingono per ritrovarsi a sottolineare l’origine giocosa della danza. Non mancano il salto della corda, quello della campana ed altri must dei passatempo da strada, che rafforzano un contatto fisico sempre più evidente, enfatizzato dal nulla circostante di una scena vuota. Resta solo il corpo, e la voglia di esplorarne tutte le potenzialità arrivando al pubblico con particolare intensità.

Più vicino al mimo è invece “Non ricordo”, che vuole spingersi in una misteriosa esplorazione di ciò che evoca il complesso processo del ricordare. Simone Zambelli ne è l’assoluto protagonista, solo in scena e alle prese con un ritmo serrato di gesti che si ripetono inesorabilmente. Il tentativo disperato di riuscire a fissare, ad afferrare ciò che è stato ma che non è più, i tagli della luce che creano a loro volta un loop meccanico dal quale non si riesce ad uscire creano un sottofondo di dolore inespresso, all’interno del quale la razionalità non riesce ad intervenire e lascia spazio al cuore.

Ed è sempre il motore del corpo al centro di “Kokoro”, dal giapponese mente e cuore. In scena Luna Cenere è sola e completamente nuda, lontano da chi guarda, di schiena e in fragile equilibrio sulle spalle, a testa in giù. Una luce fioca ne disegna la muscolatura, mentre i movimenti lenti e precisissimi scolpiscono nell’aria immagini uniche. E’ il tentativo di toccare un universo poetico fatto di continue figure caleidoscopiche. La danzatrice sembra usare il corpo come un mimo utilizza la mano per proiettare figure su un telo, tante ombre cinesi che, però, fuggono qui dal didascalico per raccontare – grazie al raro virtuosismo tecnico della protagonista – una storia che è inevitabilmente diversa per ciascuno.

E’ qualcosa di altro e inatteso “Nuovo Eden”” di Jessica Leonello. Nonostante si tratti di teatro di figura, la performance porta con sé un universo molto lontano dal mondo metaforico e sognante al quale normalmente è connesso l’utilizzo di maschere e puppet. La protagonista utilizza una struttura cubica movente, collocata al centro della scena, per portarci, ruotandola ogni volta, nei vari ambienti del racconto. L’anziano Cesare, alle prese con l’età che avanza e alla ricerca del figlio, s’imbatte in altre figure toccando con mano l’inarrestabile cambiamento urbano e sociale di un mondo che non riesce più a comprendere.
La protagonista, indossando le maschere e muovendo un puppet, talvolta contemporaneamente, dà corpo e voce a tutti i personaggi e riesce a creare, sulla scena, una continua metamorfosi di ambienti, voci e facce che diventano metafora di un tempo fluido e contemporaneo.

E’ invece una produzione firmata Akropolis “Pragma. Studio sul mito di Demetra”. In scena quattro attori: Domenico Carnovale, Luca Donatiello, Alessandro Romi e Aurora Persico, giovane Persefone al suo debutto (dopo aver frequentato Arabesco, il laboratorio annuale della compagnia).
La ricerca di Clemente Tafuri e David Beronio indaga il mistero posto all’origine stessa del teatro. L’analisi, come di consueto nel loro lavoro, parte dalle fonti greche e dai molti studi filosofici per arrivare sulla scena a quadri dopo un lungo lavoro sul gesto e sullo sforzo di annullare la razionalità per dare spazio alla natura e a tutte le sue pulsioni. Uno spettacolo “pieno”, che parte con un ribaltamento importante: il ruolo di Demetra è interpretato da un uomo, fulcro di una vicenda che trova radice nella ciclicità delle stagioni a cui si affianca il ritorno, anch’esso ciclico e forzato, di Persefone nel regno dei morti. Akropolis fa quindi i conti con gli albori della cultura occidentale e realizza una performance misteriosa e piena di interrogativi.
In scena c’è molto buio ed è il corpo l’assoluta presenza. A lui i due registi affidano il compito di esprimere tutto, nel rispetto di una condizione arcaica dove il pensiero non aveva ancora elaborato le parole giuste per dare una risposta poetica. Il fiato degli interpreti è la loro sola voce, mentre i muscoli si contraggono e le relazioni sfociano in un animalesco controllato, ripetuto, sezionato in gesti e movimenti che rimandano ad un rito collettivo tangibile pur nella sua assoluta incomprensione.

Pragma

Pragma

All’interno della nona edizione del festival Testimonianze Ricerca Azioni una giornata è stata dedicata alla danza Butoh. Un’alternanza di performance e riflessione che ha visto a confronto, a Palazzo Ducale, i vecchi maestri con le ultime generazioni di artisti. Un momento raro, che ha soddisfatto l’aspettativa di cui era carico.
La prima performance a cui abbiamo assistito ha visto come protagonista uno dei danzatori più importanti al mondo, attivo ininterrottamente dagli anni Settanta tra Europa e Giappone, Masaki Iwana e fondatore dell’istituto per la ricerca Maison de Butoh Blanc in Normandia.
I portoni della scenografica Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, con i suoi stucchi cromatici e i lampadari di cristallo si aprono in punta di piedi per i pochi ammessi a partecipare all’attesa “Vie de Ladyboy Ivan Ilitch”. L’enorme cornice accoglie gli spettatori che si accomodano, a terra e sulle sedie, su tre lati di un grande tappeto bianco, a formare una sorta di abbraccio, seppur lontano. Agli angoli le piantane delle luci sembrano sparire nell’altezza infinita dello spazio. Una purezza sacra avvolge tutto, evidenziata da un bianco dominante ed etereo. La sensazione è quella di essere all’interno di un sogno freddo. Il danzatore compare da un lato, alle spalle del pubblico e, lentamente, si sposta verso la sua scena per collocarsi lontano da noi, a terra, in posizione fetale.
Mai ci si aspetterebbe quello che sta per succedere, descritto con precisione nelle parole dello stesso protagonista: “un danzatore Butoh deve esporsi completamente all’oscurità della propria esistenza… tale esposizione dovrebbe essere così completa da avvenire sotto un sole bianco, una luce perfettamente pura e limpida”. La sicurezza di un contesto così splendido, solido, chiaro diventa luogo deputato ad un declino lentissimo, tanto spietato quanto dolce, durante il quale Masaki Iwana non mette a nudo il corpo, come spesso accade nelle sue performance, ma porta in scena una discriminazione sessuale metaforica subita a piccole dosi violente, all’interno della quale la vita cerca di rimanere tale pur impersonando la morte. Il superfluo è eliminato da subito mentre il guscio lentamente si schiude per arrivare da terra in piedi. I movimenti portano senza possibilità di fuga ai limiti della luce, quasi addosso al pubblico, e provengono tutti dall’interno, dall’inconscio, risvegliati da un rito sciamanico che travalica il performer, pur abitandolo.

Si realizza l’utopia espressa da Endo Tadashi secondo cui il danzatore Butoh non deve danzare ma essere danzato. La tensione che non lascia mai i muscoli del corpo in scena si trasferisce tutta a chi osserva. Anche il volto ne è coinvolto ed amplifica gli stati d’animo con espressioni fantastiche che portano in un mondo altro rispetto a quello rassicurante dell’inizio. Lo spettacolo è intriso di un’umanità che ci meraviglia proprio per la sua straordinaria incomprensione.

Imre Thormann in Enduring Freedom (photo: Julian Veg Lavado)

Imre Thormann in Enduring Freedom (photo: Julian Veg Lavado)

Di livello altissimo anche “Enduring Freedom”, portata in scena da Imre Thormann, allievo diretto di uno dei padri fondatori del Butoh, Kazuo Ohno. Una rara occasione di vederlo in scena visto che, normalmente, non ripete mai i suoi spettacoli più di una volta l’anno.
Ai pochissimi spettatori presenti (la performance è rivolta ad un numero molto limitato di persone) è chiesto di indossare una tuta bianca fornita dall’organizzazione e completa di cappuccio. Stavolta il luogo deputato è l’adiacente Sala del Minor Consiglio, sempre a Palazzo Ducale. All’aprirsi del portone ci si accomoda su sedute che delimitano uno spazio scenico rettangolare, sul perimetro del quale sono installate luci tubolari al neon di colore bianco. Unico elemento presente all’interno del rettangolo, in un angolo, è una sedia identica a quella degli spettatori.
Il danzatore entra in scena dalle spalle del pubblico e si accomoda. E’ vestito normalmente (jeans, maglione marrone di lana, scarponcini e cappello). Dopo un lungo respiro si alza e lentamente si spoglia di tutti gli abiti.
Inizia qui un viaggio difficile da descrivere a parole e lontano da ogni orizzonte definito. E’ l’attivazione di un percorso fluido dove il danzatore esegue un ascolto profondissimo di sé, sempre lontano dall’artificio.
Il corpo dà vita a contrazioni muscolari intense, il suono sordo delle ginocchia che precipitano a terra colpisce il pubblico, a meno di due metri di distanza. Mano a mano che la performance procede il sudore invade tutto, occhi, braccia, petto, mentre iniziano a scendere le prime lacrime sui volti di chi guarda.
Niente può distrarre da ciò che succede, nonostante non ci sia nessuna musica, nessuna parola, nessun piccolo pretesto d’intrattenimento. La testa calva e lo sguardo teso in involontarie smorfie straniate contribuiscono a stordire quelli che sono, ormai, complici involontari di una voragine che sta risucchiando un individuo totalmente in balia delle continue cadute e della palese impossibilità di reggersi.
Poi, lentamente, tutto si placa e, come davanti ad un nastro che inizia a riavvolgersi, ritroviamo Imre Thormann seduto sulla sedia, vestito, di nuovo. E riusciamo finalmente a rilassarci con lui, felici di questa inaspettata sopravvivenza che ci riguarda.

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