Il circo di Pinter non vola alto

The Flying Pinter Circus

The Flying Pinter CircusHarold Pinter fu insignito del premio Nobel nel 2005. Essendo impossibilitato a presentarsi a causa di gravi motivi di salute, pronunciò il discorso di ringraziamento in videoconferenza. Questo l’incipit.
“Nel 1958 scrivevo che non ci sono grosse differenze tra quello che è reale e quello che è irreale e tra quello che è vero e quello che è falso. Una cosa non è necessariamente o vera o falsa, può essere entrambe: vera e falsa”. Tali parole possono essere usate a mo’ di chiosa per lo spettacolo in questione: “The Flying Pinter Circus”, un lavoro che troverà spettatori persuasi e altri non altrettanto convinti della riuscita del lavoro.

Con un tendone bianco da circo sullo sfondo, tre attori irrompono sul palco vestiti alla Blues Brothers, interpretando brevi scene (piccoli atti unici e interventi ripresi dal discorso di ringraziamento di Pinter, con spezzoni della videoconferenza), intervallate da stacchetti comici con tanto di luci stroboscopiche e musichetta da comiche.

Nel presentare il lavoro gli autori parlano di “minestrone” e “calderone”: due termini che ben si prestano a riassumere la quantità di personaggi e azioni che si sviluppano in poco meno di un’ora di spettacolo, in una ricerca forzata a evidenziare l’assurdità e il paradosso del quotidiano, e nel tentativo di alleggerire la spietata forza delle parole di Pinter. Il tutto accompagnato da una netta critica alla televisione, con riferimenti diretti a programmi di intrattenimento e di informazione, e ai mass media più in generale.

Il rischio che si corre è però quello di mettere troppe cose in scena, di voler troppo mostrare e troppo dire allo spettatore. E a tutto questo non giova l’atmosfera circense e comica che, sebbene alleggerisca, certo non favorisce la linearità di uno sviluppo.
Le scene più riuscite appaiono quelle che si affidano al testo, quelle più asciutte, dove la scenografia è minima e protagoniste sono le parole, il “detto”. Quando invece si ricorre all’uso di oggetti svariati, questi sortiscono l’effetto di un già visto che non giova al risultato. Esempi sono la scena in cui uno degli attori interagisce con una bambola gonfiabile (con tutto ciò che ne consegue) e, di contro, quella in cui viene recitata la poesia “Morte” di Harold Pinter senza alcuno ausilio scenografico.
Resta il merito, riconosciuto a Dario Focardi e Paolo Pierazzini, di aver dato risalto non solo alle parole del Pinter drammaturgo ma anche a quelle del Pinter cittadino, nel tentativo di impedire che la sua lucida e spietata analisi del mondo, un mondo che viviamo e ascoltiamo ogni giorno, cada nel dimenticatoio.

 

THE FLYING PINTER CIRCUS. La lezione di Stoccolma
da un’idea di Dario Focardi e Paolo Pierazzini
con Simone Faucci, Dario Focardi, Paolo Giommarelli
produzione: La Compagnia del Teatro Lux/Teatri della Resistenza
progetto tecnico: Massimo Lupi
durata: 55′
applausi del pubblico: 4′ 09”

Visto a Pisa, CinemaTeatroLux, il 29 gennaio 2010

No Comments

  • fabio bacci scrive:

    onestamente a me è piaciuto molto. trovo nella critica una certa spocchia che rappresenta bene il nostro teatro contemporaneo, attratto fin troppo dalla cosidetta “originalità” tanto per fare e molto poco da una normale ricerca di semplicità e legerezza.

  • rosa marrucci scrive:

    Salve Spettabile Redazione,
    mi viene da ridere a leggere la critica del sig. Menini. Io come altri ed altre abbiamo apprezzato il lavoro in questione. Il pubblico non si è affatto diviso in due come dice il vostro giornalista, la cui lettura dello spettacolo mi pare alquanto superficiale e prevenuta.
    Cordiali Saluti,
    Rosa Marrucci.

  • marco menini scrive:

    Grazie per l’attenzione che mi date. Non credo di aver scritto una recensione negativa, bensì da osservatore perplesso.
    Inoltre non ho scritto che il pubblico si è diviso in due,
    ma che il lavoro “troverà” spettatori convinti e altri meno della riuscita. Questo, a seconda di cosa uno si aspetta
    dalla visione teatrale.

  • rosa marrucci scrive:

    Salve Sig. Menini,
    la ringrazio anch’io per la sua attenzione. Io, da parte mia, come risposta le consiglio di andare a leggersi la recensione dello spettacolo uscita oggi, domenica 7 febbraio 2010, su Il Manifesto a firma G. Capitta.
    Cordiali Saluti,
    Rosa Marrucci.

  • antonello piras scrive:

    gentile sign Menini,
    non so quale sia la sua competenza su H Pinter. Da parte mia ho studiato l’autore ed assistito allo spettacolo al teatro lux di pisa spostandomi da genova per farlo. Ho trovato che forse c’è qualcosa da affinare ma il tutto procede secondo lo spirito della rappresentazione che Pinter stesso avrebbe auspicato: parole asciutte che si scagliano sul pubblico e stacchi violenti che impediscono di rimanere seduti su verità preconfezionate: assurdi richiami al reale. Tutto questo è “il messaggio di pinter” ed è quello che ho potuto vedere a Pisa in tutta la sua espressione. Sinceramente la questione degli “oggetti” che lei solleva non è passata dalla mia mente.
    Le suggerisco anch’io di leggere la critica de “il manifesto” di oggi 7 febbraio.

  • michelle martini scrive:

    … oppure si può in generale smetterla di pensare che siccome Capitta ha detto la sua allora tutti devono pensarla come lui. Non è la prima volta che mi capita di trovare tra i commenti a questo sito raccomandazioni a leggere questa o quella critica. Come se non fosse allora altrettanto legittimo che un seguace di Menini andasse da Capitta a scrivergli: oh, Gianfranco, ma che dici? Forse è meglio che tu vada a leggerti la critica di Marco Menini su KLP. Eppure non lo si fa. Perché?
    Forse perché il punto non è qui, no? Il punto non è creare una critica uniforme, ma forse educare un orecchio molteplice ad ascoltare voci altrettanto molteplici. Sarebbe da criticare il critico che riempie le proprie note semplicemente di opinioni personali, di giudizi di gusto.
    Ma non mi sembra comunque che Menini abbia dato semplicemente una propria opinione, trovo anzi che abbia messo in luce a parole altrettanto aperte e sincere le stesse caratteristiche individuate da Capitta. Con la differenza che ne ha individuato delle possibili debolezze. Il ritmo, il coraggio, l’innovazione sono stati sentiti tanto da Capitta quanto da Menini. Ma uno ha visto nell’uso della variazione un buon medium per trasferire un mondo complesso come quello di Pinter, l’altro ha voluto sottolineare più l’aspetto caotico, che alla lunga rovinava l’equilibrio.
    Non capisco davvero perché sia più “giusto” Capitta che trova il circo non invasivo piuttosto che Menini che lo trova invasivo. E se avessero visto due repliche riuscite con successo diverso?

  • antonello piras scrive:

    non lo si fa perché ESISTONO I CONTENUTI, non tutte le opinioni sono uguali solo perché “opinioni”. Con alcune si concorda, sulla base di conoscenza ed esperienza, e con altre no. Come nel caso della critica di menini che a mio modesto parere non ha colto la “cifra” di Pinter a differenza di Capitta che è uno che conosce bene il teatro di Pinter. Come me, ad esempio.

  • michelle scrive:

    come vorrei commentasse anche pinter…

  • antonello piras scrive:

    eh , pensa che PINTER veniva stroncato dalla critica fino ad un certo punto. Certa critica manierista ha sempre fatto danni.

  • fabio bacci scrive:

    Mi permetto di scrivere nuovamente a proposito di questo spettacolo e della critica di menini e dei conseguenti commenti. Cito una parte della biografia su H.Pinter scritta da G. Capitta, ad oggi la più autorevole voce in Italia sull’autore inglese.

    “Le prime rappresentazioni delle opere di Harold Pinter furono massacrate dai critici. Ad eccezione di Harold Hobson, scrissero tutti che era un autore eccentrico, inaccettabile, incomprensibile, che non aveva nulla da dire. Oggi forse è l’autore più rappresentato al mondo ma, come dice egli stesso, «Adesso sono diventato comprensibile, accettabile, eppure le mie commedie sono sempre le stesse di allora. Non ho cambiato una sola battuta”

    Basterebbe essere inerenti alla lettura dell’autore per capire questo spettacolo e finirla con certi atteggiamenti barocchi e spocchiosi. mi ripeto, ma lo ritengo necessario.

  • michelle scrive:

    A me veramente sembra che ad avere un atteggiamento spocchioso siate proprio voi, Bacci e Piras. Mi ripeterò anche io, ma insisto che non mi sembra proprio che la recensione di Menini avesse un tono manierista, un tono spocchioso, un tono offensivo nei confronti né dello spettacolo né tantomeno di Pinter.
    Io davvero non capisco da dove arriva tutta questa suscettibilità. Quel che accadeva al tempo di Pinter accade ancora oggi. Nonostante sia chiaro a tutti che PInter sia stato una pietra miliare, forse conviene arrendersi al fatto che esistono ed esisteranno ancora critici che non lo apprezzano del tutto. Questo vale e varrà sempre per qualsiasi autore consacrato o meno. Scommetto che sarei in grado di trovarvi qualcuno che non apprezza del tutto Beckett. Io non lo biasimerei, non lo apostroferei dicendogli di mettersi in riga e andare a leggere “la più autorevole biografia di Pinter” per capirlo, piuttosto mi incuriosirebbe capire che cosa trova quel critico di imperfetto in Beckett o PInter.
    D’altra parte lo stesso Pinter si stupisce di come la critica abbia cambiato atteggiamento verso di lui senza che lui abbia cambiato niente del proprio lavoro. Ma non dice: “Oh, finalmente la gente ha capito che sono un genio”. Forse proprio perché pensa che, curiosamente, la posizione degli spettatori e quella dei critici, ad esempio, è influenzata da mille cose diverse. Senza contare che, andando a citare quel passo della biografia, non state prendendo in considerazione il fatto che Pinter è stato anche regista delle proprie opere. Qui la critica di Menini NON ERA CONTRO PINTER, al limite osservava qualche debolezza nella messinscena. Per quanto mi riguarda trovo che nemmeno Capitta possa prendersi la responsabilità di dire quale messinscena di testi di Pinter renda più giustizia all’autore. Credo che nemmeno lo stesso Pinter si sentisse di sentenziarlo.
    Quindi Menini dice: “Le scene più riuscite appaiono quelle che si affidano al testo, quelle più asciutte, dove la scenografia è minima e protagoniste sono le parole, il “detto”. Quando invece si ricorre all’uso di oggetti svariati, questi sortiscono l’effetto di un già visto che non giova al risultato”
    Voi scrivete: “Basterebbe essere inerenti alla lettura dell’autore per capire questo spettacolo e finirla con certi atteggiamenti barocchi e spocchiosi” o “Le suggerisco anch’io di leggere la critica de “il manifesto”” o addirittura “Capitta che è uno che conosce bene il teatro di Pinter. Come me, ad esempio”.

    Chi è tra le due fazioni che ha un atteggiamento spocchioso?

  • uno che passa di qui per caso scrive:

    raramente pinter ha fatto regie dei suoi spettacoli. al massimo li ha interpretati come attore. il regista principe è stato losey. saluti. eppoi nelle critiche basterebbe dire a me pinter non è mai piaciuto e quel che ho visto ne è la conferma stop. una superficialità di fondo nella critica c’è. sarebbe ottuso negarlo.

  • michelle scrive:

    quoto: “nelle critiche basterebbe dire a me pinter non è mai piaciuto e quel che ho visto ne è la conferma stop”
    su questo proprio non sono d’accordo. Che la critica debba occuparsi solo di dire: “a me non è piaciuto” trovo che proprio questo sia un atteggiamento superficiale. Altrettanto sbagliato è che un critico dica semplicemente “a me è piaciuto”. Questo è compito di chi, come noi, apre un dibattito a seguito di una critica, questo è un atteggiamento da commento. Per quanto accreditato possa essere, per quanto numerose siano gli studi pubblicati sull’argomento Pinter, in questa sede il suo, il mio, quello di altri, è e resta un commento. Qui la parte del critico la sta facendo Menini, che scrive su una testata giornalistica.
    Questo di per sé non gli dà il diritto di stroncare spettacoli che semplicemente non gli piacciono, ma anzi gli consegna la responsabilità di dire qualcosa di autorevole. A rendere autorevole la critica non sono solo gli studi compiuti, ma la capacità di osservare, di individuare, non ultima di RACCONTARE quello che accade in scena.
    Sarebbe dunque ottuso anche affermare che una buona critica debba limitarsi solo a dare giudizi di gusto. Ripeto per l’ennesima volta: né Capitta né Menini si sono limitati a un giudizio di gusto, hanno motivato i propri appunti. E se davvero qualcosa all’uno o all’altro è sfuggito? Questo sarebbe motivo di biasimo per Menini ma, insisto, nessuno si permetterrebbe mai di pensare che magari la critica di Capitta non avesse individuato tutto.

  • uno che passa di qui per caso scrive:

    ma in che parte il Sig. Menini ha motivato i suoi appunti? Forse mi sbaglio io. ma rimango fermo nel credere che il pregiudizio abbia avuto il sopravvento e che abbia scritto senza approfondire molto. Ma di “racconto scenico” non ho letto molto nella critica di cui sopra.

  • michelle scrive:

    speravo tanto che i miei commenti cominciassero finalmente ad essere letti non come una difesa a spada tratta della critica di Menini, piuttosto come il tentativo di far decadere un pregiudizio in generale.
    Secondo me non è meglio Menini di Capitta, né credo d’essere io meglio di chi risponde ai miei commenti. Non ho mai affermato questo, ho cercato anzi di far luce su che cosa EFFETTIVAMENTE ci fosse nella tanto criticata critica di Menini che non ci fosse anche in Capitta. Non ho difficoltà ad ammettere che la critica di Capitta fosse piena di riferimenti più precisi riguardanti Pinter e la sua biografia. Non fosse che questo spettacolo NON E’ UNA MESSINSCENA DI UN TESTO DI PINTER, ma UN’IDEA DI DARIO FOCARDI E PAOLO PIERAZZINI che vuole esplorare l’immaginario di Pinter. Ora, si può essere d’accordo o no con i due autori: Capitta era d’accordo, Menini no. Ma non credo che queste posizioni siano in assoluto denigrabili, si potrebbe semplicemente prenderne atto. Anche se non rispecchiano ciò che noi pensiamo del teatro di Pinter, al quale non basta una biografia approfondita per essere “spiegato”, come vorrebbero certe persone qui che rimandano tutti “a scuola” di maestri o testi vari.
    Io l’approfondimento in Menini ce l’ho trovato, magari meno accademico di Capitta, ma con lo stesso livello di attenzione.
    “Con un tendone bianco da circo sullo sfondo, tre attori irrompono sul palco vestiti alla Blues Brothers, interpretando brevi scene (piccoli atti unici e interventi ripresi dal discorso di ringraziamento di Pinter, con spezzoni della videoconferenza), intervallate da stacchetti comici con tanto di luci stroboscopiche e musichetta da comiche” “Nel presentare il lavoro gli autori parlano di “minestrone” e “calderone”: due termini che ben si prestano a riassumere la quantità di personaggi e azioni che si sviluppano in poco meno di un’ora di spettacolo […] evidenziare l’assurdità e il paradosso del quotidiano, “netta critica alla televisione, con riferimenti diretti a programmi di intrattenimento e di informazione, e ai mass media più in generale”…

  • antonello piras scrive:

    Le opinioni non hanno diritto di cittadinanza làddove non abbiano contenuto né senso. L’opinione del Menini non può essere messa sullo stesso piano di una “Critica” eseguita con metodologia ed indagine. Spero vivamente, cara Michelle, che la critica del Menini non derivi “dal non aver fatto mai pace con il teatro dell’assurdo” come hai ipotizzato altrimenti decadrebbe qualsiasi presupposto di onestà intellettuale. Non credo comunque che sia come dici.

  • michelle scrive:

    “Le opinioni non hanno diritto di cittadinanza làddove non abbiano contenuto né senso”, principio inappellabile il tuo, soprattutto quando ci si prende spazio su testate giornalistiche come questa. Su molti blog senza credito alcuno abbondano file e file di opinionisti dell’ultim’ora che pensano che ogni cosa dicano sia legge. In una sede rispettabile e seguita come questa (e lo dico senza alcun interesse personale) bisogna ben pesare le parole. La mia “opinione” :) è che ciascuna critica, laddove è motivata, sia sullo stesso piano. Poi, ovvio, c’è un motivo per cui Capitta scrive per il Manifesto e Menini no. Ma è anche vero che Capitta ha l’età che ha, mentre questo è un giornale di giovani. Non mi sembra comunque un atteggiamento maturo quello di invitare semplicemente un giornalista ad andare a leggersi la recensione di un collega (a tutti gli effetti) come se dovesse andare a scuola da un altro.
    Quanto al finale del tuo messaggio, Antonello, sono d’accordo con te. Spero anch’io che non derivi da quello.
    Ti va se ci andiamo a leggere la critica di Otello a firma dello stesso Menini? Mi sembra sia una mezza stroncatura anche quella… un saluto, sono contenta che si discuta di questo, ravviva il senso della lettura, no?

  • uno che passa di qui per caso scrive:

    come spiega bene alla fine la sig.ra michelle “è una mezza stroncatura anche quella…” beh, quindi si capisce finalmente che menini ha stroncato questo spettacolo e non ha operato una vera critica propositiva, ovvero si è limitato a dire quel che non gli piaceva in maniera superficiale, senza profondità di vedute. concordo con la sig.ra michelle per quanto riguarda il consigliare a qualcuno di leggere la critica di un altro. Però, è anche vero che non si può vivere continuamente nella totale accettazione di quel che scribacchini più o meno leciti scrivono. Probabilmente Capitta ha scritto qualcosa su Pinter, ha avuto modo di parlarci direttamente e quindi può conoscere meglio le parole del drammaturgo inglese a tal punto da poter dedurre se uno spettacolo si aderente o no. Certo rimane ferma la possibilità di dissentire. Basta però motivarla.

  • una che passa di qui per caso scrive:

    come è facile offendere

  • Andrea Cosenza scrive:

    Bello che gli artisti difendano il proprio lavoro con nomi falsi ovunque si scriva male di loro; forse, perdessero più tempo nella formazione e non nelle p.r., non verrebbero sempre stroncati da critica e pubblico.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *