The Repetition. Milo Rau e il rituale catartico del teatro

The Repetition. Histoire(s) du théâtre (I) (photo: Hubert Amiel)
The Repetition. Histoire(s) du théâtre (I) (photo: Hubert Amiel)

Il regista e drammaturgo svizzero Milo Rau con i suoi spettacoli ci ha sempre coinvolto e molto intrigato, sia per i temi trattati sia, soprattutto, per il modo originale utilizzato per metterli in scena, recentemente da lui stesso sintetizzato in una frase che ben lo esprime: “Punto di partenza del mio lavoro è come la realtà può essere influenzata dal teatro e, al contrario, come possa essere rappresentata sulla scena”.

In “Empire” quattro migranti, nel medesimo tempo attori professionisti, raccontavano la loro dolorosa odissea davanti ad una telecamera, seduti in una vecchia cucina.
In “Five Easy Pieces” Rau invece metteva in scena le vicende di Marc Dutroux, il Mostro di Marcinelle, responsabile di quattro delitti a sfondo sessuale a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta; in scena anche un gruppo di bambini, posti sul palco in modo significativo e dirompente, a rappresentare i momenti chiave delle indagini.

Con “The Repetition. Histoire(s) du théâtre (I)”, che abbiamo visto al Piccolo Teatro di Milano, Milo Rau ritorna, se possibile in modo più profondo, agli snodi dello spettacolo precedente, raccontando questa volta l’orribile omicidio a sfondo omofobo di Ihsane Jarfi avvenuto nel 2012.
Rau trae spunto da quella vicenda per ricostruirla in teatro con attori professionisti e non, proseguendo ancora una volta nel lavoro di ricerca su uno dei temi fondamentali del suo percorso: la possibilità di mettere in scena la violenza. Dunque, ancora i meccanismi della rappresentazione artistica si mescolano con quelli spesso imperscrutabili e insensati del male che imbeve la nostra società, proprio a sottolineare il ruolo del teatro quale antica esperienza rituale e catartica.


Prima di procedere alla rappresentazione di come quel male si è presentato, il regista svizzero interroga attori e non-attori protagonisti della messa in scena in modo ironico, scoprendone le poche certezze e le mille fragilità, ed evidenziandone l’assoluto valore sociale. Nel medesimo tempo vengono raccontati i luoghi dove tutto si è perpetrato, Liegi e le sue periferie, mostrandone il declino economico a causa della chiusura delle fabbriche siderurgiche e il conseguente nuovo climax, dove gradualmente la violenza si è insinuata nelle maglie della disperazione.

Solo dopo si comincia ad entrare di petto nella vicenda di Ihsane Jarfi, ricostruendo sulla scena la sua terribile esecuzione ed il seguente processo, che emerge attraverso le testimonianze di chi lo ha vissuto in prima persona, ricostruite dopo un lavoro minuzioso di indagini sul campo.
Il teatro, con la sua violenza, con il vero/finto feroce pestaggio, con la vera/finta morte di Ihsane, si sovrappone a immagini proiettate su uno schermo, spesso fuori sincrono, che accentuano in modo ripetitivo lo scontro tra il reale e la sua ricostruzione.

E’ voluto – è vero – il desiderio di togliere ogni tentativo di emotività allo spettatore per ciò che vede in scena, ma “The Repetition. Histoire(s) du théâtre (I)” dissemina il suo percorso di vari bellissimi momenti in cui la vita trionfa sulla morte, dove l’esistenza si prende la sua rivincita, riconsegnandoci il proprio valore, come quando il fidanzato di Ihsane Jarfi, allertato da una veggente, mesi dopo il delitto, riconosce in un coniglio il suo amato, o come quando l’attore che interpreta il ragazzo ucciso intona il bellissimo “The Cold Song” di Purcell, che ama tanto.

Ponendo domande, seminando citazioni da Shakespeare a Szymborska, il regista fa emergere un “manifesto per un teatro democratico del reale”: si interroga, ci interroga, sul reale valore del teatro, e al contempo domanda se sia lecito che il palcoscenico possa grondare sangue, anche se in realtà è finto. Ci racconta anche che il teatro, qualsiasi sia la realtà rappresentata, ha da sempre l’infinito valore sociale e morale di ritrarla, come del resto Rau sa fare magistralmente.

The Repetition. Histoire(s) du théâtre (I)
ideato e diretto da Milo Rau
testo a cura di Milo Rau e della compagnia
drammaturgia e ricerche Eva-Maria Bertschy
scene e costumi Anton Lukas
video Maxime Jennes, Dimitri Petrovic
suono Jens Baudisch
luci Jurgen Kolb
con Sara de Bosschere, Sébastien Foucault, Johan Leysen, Tom Adjibi, Suzy Cocco, Fabian Leenders
production management Mascha Euchner-Martinez, Eva-Karen Tittmann
team tecnico per la tournée: camera Jim Goossens-Bara, Maxime Jennes, Moritz von Dungern; luci Sylvain Faye, Sebastian König; suono Pierre-Olivier Boulant, Jens Baudisch; sovratitoli François Pacco
tour manager Mascha Euchner-Martinez
produzione International Institute of Political Murder (IIPM), Création Studio Théâtre National Wallonie-Bruxelles
con il supporto di Hauptstadtkulturfonds Berlin, Pro Helvetia, Ernst Göhner Stiftung e Kulturförderung Kanton St.Gallen
coproduzione Kunstenfestivaldesarts, NTGent, le Théâtre Vidy-Lausanne, le Théâtre Nanterre-Amandiers, Tandem Scène Nationale Arras Douai, Schaubühne am Lehniner Platz Berlin, le Théâtre de Liège, Münchner Kammerspiele, Künstlerhaus Mousonturm Frankfurt a. M., Theater Chur, Gessnerallee Zürich, Romaeuropa Festival
Spettacolo in francese e fiammingo con sovratitoli in italiano

Età consigliata: a partire dai 16 anni

durata: 1h 40′

Visto a Milano, Piccolo Teatro, l’8 maggio 2019

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *