The show must go on. Jérôme Bel divide il pubblico, tra partecipazione e fuga

The show must go on
The show must go on

The show must go on (photo: Mussacchio Laniello)

Metto le mani avanti. Questo articolo potrebbe urtare la sensibilità dei lettori più “delicati” e di quelli che non apprezzano il linguaggio acceso. Contiene infatti le parole: tette, culo, cazzoni, vaffanculo e, per rimanere in tema con lo sfintere più amato, faccia da culo.

Seconda cosa: Daniela, direttore di Klp, mi deve un grazie perché ho rinunciato a telefonarle alle ore 23.45, all’uscita da teatro, per dirle «non ti puoi rendere conto».

Terza cosa: la dirò alla fine.

Quarta: il sottotitolo. Uno non basta, perché quell’“ovvero” rimasto in sospeso apre le porte ad una serie illimitata di accezioni.
Ovvero… il paradosso del danzatore
Ovvero… la danza dei corpi muti. Al buio
Ovvero… le retour de la Merde d’artiste
Ovvero… la gara a chi coglierà la provocazione nel modo più intelligente
Ovvero… concerto per cd
Ovvero… come farsi rimborsare i biglietti
Ovvero… la virtù della faccia da culo
Ovvero… come contenere la mia amica Fabiana e trattenere la signora Lucia. Ossia, le mie vicine di posto.

Eppure nel foyer del teatro nulla avrebbe lasciato presagire nulla. Pubblico numeroso, ben vestito e dallo sguardo sveglio, con moltissimi giovani. Ci accomodiamo come sempre e come sempre lo spettacolo inizia in ritardo.
Ma che importa, c’è grande attesa per questa coreografia culto di Jérôme Bel, considerato l’erede di Pina Bausch, che con questo ‘classico d’avanguardia’ “basato su una successione di diciotto canzoni pop per ognuna delle quali Bel ha concepito una coreografia ironica e apparentemente semplice, ma in realtà ricca di virtuosismi, che privilegia un’illustrazione letterale della canzone”, dal 2001 gira il mondo nei più grandi teatri e nel 2005 vince il prestigioso premio statunitense Bessie Award.

Giù le luci. Entra un tecnico, che scopriremo essere un dj, o meglio uno che cambia i cd davanti al palco, rovinando peraltro la visuale. Buio.
Parte un brano del musical “West side story” in modo quasi sciatto, come fosse tronco. Tutto rimane buio.

Il dj cambia cd. Alla fine del secondo brano, “Let the sunshine” (da “Hair”) è ancora buio. I borbottii in sala annunciano una lieve perplessità del pubblico. A me viene ancora solo da sorridere.
Qui entra in scena la mia vicina di posto, quella verso destra, che per convenzione chiameremo signora Lucia: una bella signora di mezza età con una borsa piena di ciondoli argentati, un particolare non da poco e capirete più tardi perché, che in tono serio e preoccupato fa: «Forse i ballerini sono in ritardo… magari hanno avuto un problema col pullman».
Non credo signora, ma di fatto il buio regna ancora sovrano anche all’inizio del terzo brano.

Entra ora in gioco la mia amica Fabiana, la vicina di posto a sinistra, che da sanguigna qual è viene colta da un attacco di ridarella che la spinge a giustificarsi: «Scusa, scusa, ma ‘sta situazione è surreale».
Ma ecco! Ecco! Durante il terzo brano – “Come together” dei Beatles – sotto una luce fioca sul palco… magia: compaiono i ballerini! Caspita quanti sono: uno, due… venti.

«Oddio, non hanno l’aspetto dei ballerini» fa la signora Lucia. In effetti sembrano tutti appena usciti da un centro di igiene mentale, ma la cosa lì per lì sembra anche molto poetica: una carrellata di casi umani di almeno tre generazioni vestiti come al ristorante di un villaggio turistico, che di lì a poco ci avrebbero stupito e divertito con la “successione di diciotto canzoni pop per ognuna delle quali Bel ha concepito una coreografia ironica e apparentemente semplice, in realtà ricca di virtuosismi”.
Ma di fatto non accade proprio nulla. Quelle strane figure stanno lì, in schiera, ferme sul palco e ci guardano pure.

«Pensa che balleranno prima o poi?» fa ancora la signora Lucia. Non saprei, signora… non saprei.
Invece sì, dopo un po’, dopo un po’ tanto a dire il vero, qualcuno si muove. C’è chi sculetta, chi sgambetta a ritmo, altri muovono la testa, ma nulla di più. Sembra una comitiva, un po’ ubriachella, trasferitasi in discoteca.

Durante il brano successivo succede finalmente qualcosa di lampante ed il teatro intero pare animarsi. Venti danzatori al ritmo di “I like to move it move it” – quella della tribù di lemuri del film “Madagascar”, per intenderci – sembrano finalmente proporre qualcosa, una coreografia semplice fondata su un gesto unico ripetuto in modo ossessivo: far ballonzolare le tette, la pancia molle e la tenda del teatro, un coito, smuovere il culo, una masturbazione, una leccata… Tutto in chiave ironica, non c’è che dire.

Ma il tutto finisce in fretta, e il nulla apparente riprende possesso del palco in modo inversamente proporzionale alla platea, dove invece si diffonde nervosismo insieme ad una incontenibile ilarità. «’Sta compagnia è una croceee!» fa la signora Lucia, ma stavolta viene ripresa dalla serissima tipa coi capelli di Barbie seduta davanti: «Ssssccchhhh!»
È la volta di Lionel Richie e Tina Turner, e quei corpi sembrano ancora svuotati di ogni stile o significato. Ma dove sono questi virtuosismi? Ah ecco! Forse nel plié fatto con le scarpe da tennis o nell’inaspettata spaccata con una gonna di jeans che pareva stretta.

Il pubblico, non c’è dubbio, è colpito dalla provocazione di questa danza senza danza, così lontana da quella comunemente intesa. Qui l’azione danzata si fa concetto e diventa teatro attraverso il paradosso.
Ed il non-sense raggiunge il culmine quando il palco si svuota, ancora e a lungo, degli interpreti, o li vede impegnati in coreografie beffarde ed irriverenti nei confronti della rigida dottrina della danza, come nella Macarena.

Il pubblico è spaccato: una parte è travolta dalla provocazione e partecipa divertita battendo le mani, cantando e ballando, come Fabiana che, con la sua cultura musicale molto “pop & cool”, in pratica conosce a memoria tutte le canzoni; l’altra parte del pubblico è invece sbalordita, attonita, innervosita. Alcuni lasciano la sala o si lanciano in improperi nei confronti dei vicini di posto più allegri.
La signora Lucia, colta da un attacco di dolorosa passione, si scaglia contro quelli seduti dietro di noi con un «Ma che applaudite?? Se andate in una balera vedete quelli che ballano meglio di ‘sti cazzoni sul palco!», spalleggiata dalla vicina, che sottolinea come sia necessaria «una bella faccia da culo per portare ‘sta roba a teatro».

Per lei e per tanti altri lo spettacolo è davvero troppo. Probabilmente lo considerano una presa in giro nei confronti della nobile arte del balletto e di un pubblico pagante, tanto che la signora Lucia fa per andarsene. A nulla servono i miei inviti alla pazienza, alla disponibilità verso la scoperta, ad adottare un’altra chiave di lettura, magari più giocosa e meno rigida di fronte alla provocazione. Fatto sta che, nell’andarsene, si trascina via mezza fila di persone con la sua borsa di pendagli d’argento, tutti con le magliette rimaste incastrate a quei cosi.

Ci sono poi anche i seriosi. Quelli della serie: “La danza è danza: una faccenda distinta e serissima anche quando sembra fatta in maniera idiota per un pubblico di idioti, come voi che ballate sulle poltrone invece di stare seduti, e fate tutto questo baccano con le vostre risatine stucchevoli o, peggio, volgari”. E’ la tipa con i capelli di Barbie della fila davanti che, durante uno dei momenti che suscita maggiore ilarità fra il pubblico, si lancia in un surreale: «Ssssccchhh! A teatro non si ride!».

Ed è proprio qui che parte l’incontenibile Fabiana. Insignita del titolo di “Paladina delle arti avanguardistiche” e in rappresentanza dello schieramento più dadaista del teatro, tutta sudata e ormai parte integrante della compagnia di Jérôme Bel, lancia alla tipa coi capelli di Barbie il suo più sonoro vaffanculo. Della stessa fazione, probabilmente, la ragazza che urla ai ballerini: «We love youuu! You are so mad!». Non ricordo se il momento in questione fosse quello in cui i danzatori, ognuno dotato di un proprio lettore cd e di una propria colonna sonora, cantavano il ritornello delle rispettive canzoni, con un effetto esilarante considerato il mix di titoli (tra cui citiamo, per amor di cronaca, “We are the world”, “I Love Rock’n’roll”, “I’ve got the power”, “I want to teach the world to sing” – che, per inciso, è quella della pubblicità della Coca Cola che andava sotto Natale negli anni ’80), oppure quello in cui, sulle note sempiterne di “Imagine”, il teatro si è trasformato in uno stadio pieno di accendini e braccia al vento. Anche se il palco era vuoto.
O, ancora, quello di “Titanic”, dove veniva “solo” riproposta la famosa scena del volo a prua della nave.
E così fino alla fine, più o meno, dove sulle note dell’ultima canzone, manco a dirlo “The show must go on” dei Queen, gli interpreti non hanno fatto altro che sdraiarsi sul palco. Buio. Fine.

La terza cosa di cui accennavo all’inizio è questa: se scrivere di teatro di solito non può esimersi dal “raccontare” il teatro, ciò può diventare necessario quando si trattano spettacoli come questo. Il paradosso, poi, è quanto sia più divertente raccontare le cose accadute in platea piuttosto che lo spettacolo di per sé.

Se in genere è possibile evocare atmosfere e situazioni con poche parole, in questo caso sembra doveroso spenderne molte per veicolare il significato globale di una serata in cui ciò che avveniva sul palco era legato a doppia mandata a ciò che accadeva sotto.
Questo perché “The show must go on” non nasce per raccontare qualcosa – che può essere accolto o meno con entusiasmo dal pubblico – od incantare con uno stile, ma nasce proprio per provocare delle reazioni, in un crescendo di partecipazione ed avversione dal quale non è possibile esimersi.
Uno spettacolo non da capire, non da comprendere. Ma da vivere (e subire?).
Per questo do’ 4 stelle (ah! ste’ stelle!): perché lo spettacolo centra il bersaglio, provocando una rottura e compiendo la sua missione. Pur essendo uno show inesorabilmente brutto.

THE SHOW MUST GO ON
ideazione, direzione e coreografia: Jérôme Bel
con: Esther Snelder, Pere Faura, David Fischer, Muriel Corbel, Peter Vandenbempt, Marco Tortrice, Thibault Lac, Dina Ed Dik, Matthias Breitenbach, Henrique Neves, Coralie Bernard, Gisèle Pelozuelo, Viviana Moin, Eric Affergan, Aldo Lee, Marie-Louise Gilcher
dj e direttore tecnico: Gilles Gentner
musica: Leonard Bernstein, David Bowie, Nick Cave, Norman Gimbel e Charles Fox, James Roy Horner, Waylon Jennings, Mark Knopfler, John Lennon e Paul Mac Cartney, Louiguy, Galt Mac Dermott, George Michael, Erick “More” Morillo e Mark Quashie, Edith Piaf, The Police e Hugh Padgham, Queen, Lionel Richie, Antonio Romero Monge e Rey Ruiz, Paul Simon
assistenti: Frederic Seguette, Olga de Soto
casting: Barbara Van Lindt, Jérôme Bel
produzione: Theatre de la Ville [Parigi], Gasthuis [Amsterdam], Centre Choreographique National Montpellier Languedoc-Roussillon [Montpellier], Arteleku Gipuzkoako Foru Aldundia [San Sebastian], R. B. [Parigi], R.B. Jérôme Bel è sostenuta da Direction regionale des affaires culturelles d’Ile-de-France
e da Cultures France per i tour internazionali
con il sostegno di Nuovi Mecenati, Servizio Culturale dell’Ambasciata di Francia, La Francia si muove

durata: 1h 30′
applausi del pubblico: 2′ 43″

Visto a Civitanova (MC), Teatro Rossini, il 26 giugno 2009
Civitanova Danza 2009

 

No Comments

  • Grazia ha detto:

    Concordo su tutto, tranne che sulla capacità di colpire.
    Anche nel grottesco dev’esserci della poesia.
    Questo spettacolo con l’arte non c’entrava nulla.
    Ancor meno con la danza.

  • Patrizia Isidori ha detto:

    Cara Alessia, sono la signora che hai chiamato Lucia, ma mi piace di più il mio nome. Non è stato difficile riconoscermi, se non altro per i pendagli argentati della mia borsa.Ti ringrazio del complimento: bella signora di mezz’età: Ho letto il tuo articolo, che mi è molto piaciuto,, sei molto brava a scrivere ed hai colto la surreale realtà di quella infelice, per me, serata. A parte il fatto che avevo sfidato l’influenza e mi ero fatta carico dei kilometri da San Benedetto, dove vivo, per godere di uno spettacolo di danza, e invece… so bene quello che cerco, è per questo che non ho raccolto i tuoi suggerimenti a proposito di aspettare e vedere se sarebbe accaduto qualcosa di decente o magari leggere lo spettacolo con una certa ironia. Il mio unico erore è stato non documentarmi prima e fidarmi del marchio di qualità (?) che ha sempre rappresentato per me CivitanovaDanza, che seguo da i suoi albori, quando gli spettacoli si tenevano nello spazio all’aperto della Barcaccia. Quando avevo la tua età vedevo di tutto e di più, è fisiologico e serve per documentarsi, conoscere e crescere, ma ora scelgo quello che voglio vedere e la “sòla” di venerdì no l’ho ancora digerita. Non capisco proprio come la direzione artistica abbia inserito un tale squallido spettacolo di sperimentazione estrema, in fondo vi sono i luoghi preposti, nella nostra area c’è, per esempio, Polverigi, ma non a Civitanova! Dovrebbe essere sempre chiaro ciò che si propone, akmeno per onestà e chi è interessato ci va. Credimi non cerco i balletti sulle punte in tutù, dei programmi di Civitanova diserto sempre tali spettacoli, mi piace molto la danza moderna,ma la DANZA e non mi va di perdere il mio tempo in ciò che non mi interessa.
    Anche io scrivo per una rivista on line, si chiama Musicult e sono stata molto combattuta se ignorare lo spettacolo di Bel o scrivere la recensione e stroncarlo, ora che la nausea dell’influenza e di Lo show must go on mi sta passando e dopo il tuo piacevole articolo forse la scriverò.
    Spero di incontrarti venerdì, questa volta conosco bene il Balletto di Roma e Monteverde e se non sono tutti impazziti…
    Mi scuso, se più che un commento è una comunicazione personale.
    Ciao
    Patrizia

  • Alessia Raccichini ha detto:

    Che gioia ritrovarla signora Lucia! Anche se, mi scuso, dovrei chiamarla Patrizia ormai…
    Venerdì sarò a Polverigi, manco a dirlo, ma spero davvero di incontrarla ad un altro appuntamento di Civitanova Danza, magari quello della Frigo o chissà.
    Intanto la cercherò sulle pagine della rivista per cui scrive, dove spero di trovare anche un suo bell’articolo sullo spettacolo di Bel.
    Le devo un aperitivo cara Patrizia per avermi… “ispirata”. E se non dovessi riconoscerla cercherò la sua borsa coi pendagli d’argento!
    Un saluto, a presto.
    Alessia

  • kiara copek ha detto:

    Alessia, questo articolo è fantastico. grazie. Nella scrittura hai riportato esattamente il senso dello spettacolo che hai visto, la forma grottesca e ironica usata oggi per rappresentare il grande vuoto delle arti. Sono felice che Jerome Bel sia stato a Civitanova, perché credo sia importante che le signore Lucie di turno conoscano un po’ di avanguardia, non si può continuare ad ammirare solo il balletto di roma, se no facciamo il gioco di questo governo che vorrebbe togliere i fondi a tutte le avanguardie e lasciar fare arte solo agli stabili. per carità, ben venga la tradizione, ma siamo più indietro di tutti gli altri paesi, il nuovo non è capito, la rottura fa arrabbiare, sembra che non siamo mai pronti ad una riflessione sullo stato dell’arte, invece vogliamo solo vedere danzatori che danzano e attori che recitano.
    sono molto triste.

    kiara copek

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