The Twelve: da San Pietroburgo i fotogrammi di Alexandrinsky Theatre sulla Rivoluzione Russa

The Twelve (photo: Anastasia Blur)
The Twelve (photo: Anastasia Blur)

“Sento un rumore terribile, che cresce dentro di me e tutt’intorno a me”. Così il poeta simbolista russo Aleksandr Blok (1880-1921) commentò, nel gennaio del 1918 il suo poema “The Twelve” sulla Rivoluzione di Ottobre. Erano freschi gli eventi che avevano rovesciato il regime degli Zar. Fresco era il sangue di quegli eccidi, come la neve di Pietrogrado.

Un filo sottile lega quegli eventi e la simbologia del sacrificio di Cristo. Tra rivoluzione e rivelazione, “The Twelve” narra la marcia di dodici soldati bolscevichi attraverso una Pietrogrado sferzata dal vento invernale. “Twelve”, dodici, è numero fortemente simbolico: dalle fatiche di Ercole alle tavole delle leggi romane ai mesi dell’anno, ai segni dello zodiaco, alle tribù d’Israele, per finire con gli apostoli cui l’autore pare ispirarsi.

Il giovane regista Anton Okoneshnikov allestisce la trasposizione scenica del poema di Blok a Milano, nell’ambito della rassegna “Le stagioni russe in Italia”. Il Piccolo Teatro Studio Melato, con la sua forma circolare, si adatta all’originale linguaggio scelto per presentare il lavoro. Il perimetro della sala è scandito da quattro maxischermi. Gli attori vestiti di nero, a gruppi di tre, calzano anfibi militari. Il pubblico è dentro il cerchio, assediato da un impetuoso ritmo di voci, colpi di tosse, movimenti, passi cadenzati, grida, sospiri, respiri, risate.


La versione milanese dello spettacolo vede in scena i giovani attori dell’Alexandrinsky Theatre accanto agli allievi del Russian State Institute of Performing Arts.
Nella prima scena un cono di luce immortala a uno a uno gli attori. Sono dodici ritratti, ovali come cammei. Una voce dall’accento russo fuoricampo esprime sogni e desideri di ciascuno. I loro orizzonti circoscritti (sognano una casa, un amore, un lavoro) sembrano ordinari e banali rispetto alle velleità sovversive (libertarie e cruente) dei loro coetanei di cent’anni fa.
Nel buio, bagliori rossi, lampi, luci che s’inseguono. Neve, vento, fatica, grida di libertà. Voci contrastanti: chi è il traditore? Il borghese, il bolscevico o il prete?

Ma il centro della pièce è la città di Pietrogrado. Okoneshnikov, l’artista Elena Zhukova, la videoartist Maria Varakhalina, creano uno scenario avvolgente e distopico. Il pubblico è accerchiato. Daniil Koronkevich e Daniil Grigoryev ai suoni disegnano il respiro della città. È il naufragio di un popolo tra i fumi della Grande Guerra e i vagiti di un conflitto civile ancora più devastante. La drammaturgia è frammentata come la verità, come il vento che spazza la neve ai margini delle strade. Frammenti di testo volano come schegge: brani della liturgia ortodossa, canti rivoluzionari, filastrocche ammiccanti, canzonette popolari. È una sequela di lamenti, richiami, persino inviti di prostitute. Si passa di continuo da un registro elevato a uno grossolano e beffardo. È un turbine linguistico, acuito dal marciare cadenzato dei performer-soldati, che a tratti diventa corsa, inseguimento, ridda, tra buio e penombra. C’è una complicità cameratesca tra i dodici performer di questo spettacolo ritmato, marziale. I video ne propongono i primi piani: immagini sdrucite da film muto, pallori funerei, sbotti d’allegria, smorfie di stupore, occhi trasognati.

Simboli spiazzanti collegano immanente e trascendente, politica e spiritualità, con tutta la loro carica ambigua. Le domande rimangono senza risposta. Nella scelta cromatica il nero, simbolo della notte e della morte, è raramente squarciato dal bianco, simbolo di una purezza mai totale, screziata, intermittente, accecante. Il rosso, segno di pericolo, di lotta politica o di linfa vitale, emerge solo a sprazzi.

Blok evoca un nuovo ordine, dove bene e male si confondono e logorano a vicenda. Paradossalmente, le domande di senso di questo testo, ora che Russia e Occidente rifluiscono dal comunismo al capitalismo e alla sperequazione, risultano attuali e urgenti, esattamente come cent’anni fa, quando il processo era inverso. Merito di Okoneshnikov è aver colto questi sottintesi, e averceli restituiti con un linguaggio originale e dinamico.

THE TWELVE
basato sull’omonimo poema di Alexander Blok, regia Anton Okoneshnikov
scene Elena Zhukova, video Maria Varakhalina, suono Daniil Grigorijev, Daniil Koronkevich
cameraman Alexey Edoshin
coreografia Alexey Salogub
direttore musicale Ivan Blagoder
pianista accompagnatrice Inna Andreeva, violoncello Vasily Mikhaijlov
con Nikolay Belin, Ivan Efremov, Viktor Shuralev, Vasilisa Alekseyeva, Oksana Obukhovich, Dmitry Buteev, Timur Akshentsev, Nadezhda Alekseeva, Vladimir Malikov, Daria Malyushenkova, Anna Stepanova, LyubovShtark, KadochnikovaEvgenya
produzione AlexandrinskyTheatre, San Pietroburgo
Spettacolo in lingua russa con sovratitoli in italiano (a cura di Prescott Studio)

durata: 1h
applausi del pubblico: 3’ 30”

Visto a Milano, Piccolo Teatro, il 2 dicembre 2018

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *