The walk. In cammino con Amal per riscrivere la storia

Amal in giro per il mondo (photo_ walkwithamal.org)
Amal in giro per il mondo (photo: walkwithamal.org)

Amal è una marionetta alta 3 metri e mezzo che necessita la manipolazione di tre tecnici e che raffigura una bambina siriana di nove anni in fuga dalla guerra. È al centro del più grande Festival itinerante mai realizzato a sostegno dei rifugiati: rappresenta infatti milioni di bambini e bambine che scappano in cerca di speranza e futuro in Europa. Ha iniziato il suo viaggio al confine tra Siria e Turchia, si è imbarcata in Grecia e raggiungerà l’Inghilterra dopo un percorso di 8000 chilometri, attraverso Italia, Francia, Svizzera, Germania e Belgio. Prima del tour, in ogni Paese sono stati avviati lavori sul tema insieme a gruppi di bambini locali e per l’arrivo di Amal nelle varie tappe sono state create delle performance in collaborazione con artisti e partner del territorio. Il progetto Walk with Amal è curato da Good Chance Theatre in collaborazione con Handspring Puppet Company, i creatori delle marionette di War Horse che hanno costruito il corpo di Amal. Ci sono nomi importanti e pluripremiati dietro la produzione: Stephen Daldry, Tracey Seaward, David Lan. La direzione artistica è di Amir Nizar Zuabi.

Patrick Glackin, il direttore di produzione della compagnia, ci racconta che “con la sua statura, Amal afferma ‘Io sono qui’ e non è possibile non vederla. Si offre al mondo per portare in evidenza un tema e costruire un’interazione. Spesso non c’è relazione nell’incontro con i rifugiati, l’atteggiamento predominante è di paura e rifiuto. In ogni tappa finora tutte le comunità hanno accolto questa piccola grande rifugiata con festa ed entusiasmo”.

Anche all’arrivo a Milano di Amal, per la performance all’interno del cortile del Chiostro Nina Vinchi del Piccolo Teatro, il pubblico saluta festante con applausi e interesse, mentre i bambini esultano entusiasti. Una rappresentanza di tutte le popolazioni del mondo, messa in scena dalle storiche marionette di Carlo Colla & Figli, le dà il benvenuto. Amal interagisce, ride, impara, salta. È un incontro senza parole, fatto di ritmi. Lei è enorme e le marionette Colla molto piccole, ma il dialogo è possibile, un gioco.

“Qualcosa, in Amal, provoca una reazione molto forte nelle persone che incontra, e questo è esattamente quello che qualunque artista vuole e ricerca con il proprio lavoro – ci spiega Amir Nizar Zuabi, direttore artistico del progetto – Non c’è niente di voyeuristico nell’incontro del pubblico con Amal, piuttosto si tratta di una proiezione che le persone fanno su questa bambina, attribuendole intenzioni, significati, storia, e in questo modo entrano in relazione con lei e simbolicamente con la realtà dei rifugiati”.

Il concept della performance di Milano è stato ideato da Marta Cuscunà e da Lacasadargilla: la prima è impegnata da anni nel lavoro di ricerca con il teatro di figura sul tema delle resistenze femminili, i secondi sono una ensemble che lavora con teatro, cinema e arti visive per produrre spettacoli, installazioni, concerti e attività di formazione. Il centro della loro idea è una metafora visiva molto potente e di impatto.

Senza alcun preavviso, il cortile del Chiostro si accende: una fila di fuochi d’artificio agganciati al secondo piano dell’edificio proietta scintille luminose, che cadono sulle teste di Amal e delle marionette Colla. L’effetto è straniante, perché se tradizionalmente i fuochi sono associati ai festeggiamenti, in questo caso sembrano rappresentare qualcosa di diverso per una bambina che scappa dai bombardamenti e dalla guerra. Non c’è possibilità di rifugio nel cortile, né riparo, si può solo cercare di evitare, in mezzo al fumo, le scintille che cadono dall’alto. Se qualcuna di queste dovesse colpire le marionette di legno e stoffa le danneggerebbe per davvero. Il pubblico è protetto, al riparo di porte di vetro che separano le arcate del Chiostro, dove è seduto, dal cortile in cui avviene la scena. In questa prima parte della performance non c’è rumore, i fuochi sono silenziosi e sembra di vedere un film di guerra senza sonoro. Quando le fontane di scintille finiscono, un applauso libera il sollievo, ma solo per un istante. In crescendo, i fuochi riprendono e stavolta sono le batterie a terra, rumorose e amplificate dall’esplosione all’interno di barili di latta. Nel fumo, in mezzo ai colpi assordanti, Amal, bambina-marionetta, si tiene la testa, si copre gli occhi. I bambini tra il pubblico urlano alle esplosioni più forti. Il fumo oscura la vista, si scorge Amal, sola, che respira a fatica. Le marionette Colla sono tutte a terra, scomposte.

Quando i fuochi d’artificio finalmente terminano, il pubblico è in completo silenzio, partecipe della performance. Non c’è da applaudire per uno scenario del genere. Anche i bambini sono in silenzio. I manipolatori mostrano le piccole marionette, che non sono semplici oggetti inanimati, sono carichi del simbolo della vita strappata con la violenza. Amal guarda il pubblico, si direbbe dritto negli occhi. Il volto è costruito ad arte, non ha atteggiamento accusatorio o vittimista. L’espressione è quella seria e dignitosa dei bambini che hanno vissuto esperienze troppo brutte per essere raccontate.

Per Tracey Seaward, uno dei produttori del progetto, “Amal è fragile, delicata, come simbolo e come pupazzo; serve protezione per lei. Il manipolatore centrale infila le gambe come trampoli e si addossa la gabbia toracica sulle spalle, dall’interno muove i comandi per la testa mentre altri due marionettisti si occupano delle mani con manipolazione a bastone. Ma Amal non è un vestito che indossano, si tratta di un canale di espressione artistica attraverso il corpo. Fino a un attimo prima è come una bambola appoggiata a terra, pochi secondi dopo è viva, ha personalità, è agile, spigliata, è vento. Amal rappresenta tutti i giovani portatori di idee nuove e cambiamento e per questo è anche forte e resiliente. È una espressione di femminile diverso dallo stereotipo della femminuccia”.

Con grande dignità, Amal porta in evidenza un contenuto con cui dobbiamo fare i conti. Alla fine della performance, arriva da lontano un canto, collettivo, delicato, che allevia il silenzio pesantissimo. Il ritornello de “La donna cannone” cantato da un coro di bambini si libera nell’aria: “E con le mani amore, per le mani ti prenderò/ E senza dire parole nel mio cuore ti porterò”. Non annulla quello che è successo prima, non è consolatorio, ma propone il passaggio verso un futuro possibile, di sostegno reciproco, di superamento, di collettività. Amal e il coro di bambini si incontrano, giocano, come sanno fare i bambini anche quando non si conoscono. La tensione si scioglie in un applauso finale.

La performance di Amal è accentratrice di esperienza, un rituale vivo che lavora in maniera potente con i simboli, genera vibrazioni e promuove collettività. La marionetta gigante è l’oggetto magico che riproduce la vita, la simbolizza, la rappresenta e la amplifica. Troppo spesso in Italia il teatro di figura è relegato ai bisogni d’intrattenimento dei bambini, come forma espressiva “semplice”: si tratta invece di un’arte che può dire molto sulle tematiche adulte e complesse, proprio per le sue caratteristiche di astrazione, sintesi e suggestione. Il pupazzo è intrinsecamente legato al rito, al doppio, all’animazione intesa come evocazione di un’anima in un oggetto inanimato. E per le sue tradizioni storiche e sociali si presta molto bene alla narrazione di storie di potere, emarginazione e conflitto.

Con oltre 250 partner e artisti coinvolti, questo festival itinerante ha un’organizzazione complessa, mastodontica, implica una collaborazione tra Paesi, una comunicazione efficace e cooperativa per risolvere problemi, una catena di mani che lavorano tutte nella stessa direzione. È così che si può auspicare una risposta europea al dramma dei rifugiati, con un’accoglienza coordinata, preparata, per tracciare un percorso di arrivo per chi è costretto a scappare. Simbolicamente, Amal ha bisogno di un gruppo di persone che la tenga su, che la sostenga nel cammino e la aiuti quando è in difficoltà. E questo è vero per ogni singolo essere umano, a prescindere da origini e biografia. La costruzione di legami forti e vivi costruisce la rete perché nessuno cada perduto.
Amal, in arabo, vuol dire speranza.

THE WALK – Amal: una bambina alla fine del mondo
concept Marta Cuscunà e lacasadargilla
da un progetto di Andrea Morbio e Riccardo Giacconi
con la collaborazione della Compagnia Marionettistica “Carlo Colla & Figli” e di Mudec – Museo delle Culture di Milano
The Walk è un progetto prodotto da Good Chance, Stephen Daldry, David Lan e Tracey Seaward
in collaborazione con la Handspring Puppet Company, con la direzione artistica di Amir Nizar Zuabi
È presentato a Milano dal Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e da EMERGENCY

Durata: 25′

Visto a Milano, Piccolo Teatro, il 17 settembre 2021

 

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