Ostermeier e la libertà di fare anche brutto teatro

Thomas Ostermeier

Thomas Ostermeier (photo: Dominik Gigler)

‹‹Cerco di creare uno spazio dove non ci sia paura›› ha raccontato il giovane direttore dello Schaubühne di Berlino Thomas Ostermeier nella chiacchierata con il pubblico che suggella la sua presenza a questa edizione della Biennale Teatro di Venezia, in chiusura oggi.
Il riferimento al suo “Hamlet“, presentato in prima nazionale ad apertura della rassegna, è d’obbligo.
‹‹Un monologo come ‘essere o non essere’ di Amleto spaventa sia attori che registi. C’è la paura del confronto con i grandi maestri del passato, la paura di cadere in banali cliché o quella di risultare solo degli interpreti››.  

La paura mangia l’anima?
Mi sono subito chiesta se fosse effettivamente possibile e se esista davvero uno spazio simile. La paura sembra essere la keyword di questa vita. Non ha età, sesso o nazionalità, spesso è una frana che parte dall’alto, dalla mente, e travolge nel suo corso voce, cuore, corpo. E’ tremore, incertezza, immobilità. Distanze che sembrano irraggiungibili, visioni complesse della realtà che impressionano la retina, rischiando di imprigionare gli animi più delicati e sensibili. Ma sono difficoltà e solitudini che a volte non sembrano condivisibili e che si crede sia meglio nascondere o mascherare.

Ostermeier invece le rende visibili, con poche parole: paura di mettersi in gioco, del cambiamento, di agire. ‹‹Odio Amleto ma lo capisco. Odio il suo modo di non agire, il suo modo romantico, ‘to be or not to be’, ma a volte ho le stesse domande, e mi odio per essere troppo riflessivo››.  
Sono le paure dell’attore-uomo, ma anche quelle di intere compagnie-realtà.  
Racconta che chi lavora nei grandi teatri di repertorio tedesco − se ne contano più di cinquanta − ha paura di perdere il posto di lavoro, di non riuscire più a inserirsi nel mercato, di perdere i privilegi dell’essere dipendente. Tante fortezze, sempre più evidenti in questi anni di crisi, che solo l’uomo è in grado di costruire e di distruggere.
Timori, decisioni procrastinate, desideri di fuga: temi affrontati ultimamente sia a teatro (si veda il tema di fondo di Prospettiva 150 o il ritorno nella ‘seconda patria berlinese’ di Latella, tanto per fare degli esempi attualissimi) che nel cinema italiano (basti pensare alla fragilità e al senso di inadeguatezza che spinge alla fuga il neoeletto pontefice in  “Habemus papam” di Moretti).

Ma alla fuga ci sono anche altre soluzioni o possibili considerazioni: la bellezza delle difficoltà come motivo per andare in scena, la necessità del fallimento e dello sbaglio come atto liberatorio e parte del processo creativo sono pensieri emersi in più momenti degli incontri della Biennale: da quello con gli scenografi Pappelbaum e Clayburgh a quello laboratoriale del video-artista multimediale Àlex Serrano, all’incontro con il regista Jan Lauwers.
‹‹Non è una regola, una forma, o una tecnica quella che dobbiamo cercare, ma la libertà – suggerisce  Ostermeier – La libertà nel coraggio di dare anche delle brutte soluzioni, di fare anche del brutto teatro››.

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