‘Tra la terra e il cielo’ le visioni multiple di Barberio Corsetti

Tra la terra e il cielo
Tra la terra e il cielo

Tra la terra e il cielo (photo: Achille Le Pera)

C’è tutto un grande spazio riservato alla multimedialità, alla multi-visione, al multistrato dell’aridità emotiva. Ecco che cosa c’è tra la terra e il cielo.

Giorgio Barberio Corsetti arriva a segnare con il suo Fattore K il palco del Vascello, spazio tra i più versatili del parco teatri romano, portando con sé vagonate di sperimentazione tanto su quello spazio che sulle relative potenzialità espressive. La drammaturgia riveste un ruolo importante in quella che sembra l’evoluzione, forse troppo complicata, di uno spunto narrativo vagamente sfuggente.
Senza troppo pudore – com’è consuetudine di Barberio Corsetti – si mettono in tavola personaggi che apertamente si dichiarano essere simboli di qualcosa di più ampio, archetipi di concetti primari con cui il teatro ha da sempre a che fare.

Mettendo al bando ogni sofisticheria narrativa, nel primo quadro ci si presentano il diavolo e l’angelo in persona, rispettivamente il bravissimo Andrea Di Casa e la pulitissima Fiora Blasi. Saranno loro, metà luminosa una (in costume da vecchia infermiera), metà oscura l’altro (canotta rosso fuoco e posticcio scuro in testa) a dare il ‘la’ alla storia, che mette in scena la faticosa giornata di cinque personaggi, archetipi pure loro. Un terribile avvocato cardiopatico, un mago truffatore sull’orlo del suicidio (interpretati dal focoso Filippo Dini), un meccanico dal cuore grande (ancora Di Casa), un’acida conduttrice depressa per il fallimento come madre (Federica Santoro) e una candida cameriera mai sconfitta (Blasi). Le storie s’incrociano, si allontanano, poi si riprendono e si annullano a vicenda (la consulenza drammaturgica è del giovane Giampiero Rappa), non senza qualche caduta di ritmo, data soprattutto dal parallelo un po’ forzato con i personaggi delle carte dei tarocchi maneggiate dal mago impostore.

Sulla carta al servizio della storia, ma molto spesso libero dalle redini della necessità, un complesso marchingegno multimediale che, grazie a due telecamere, set in miniatura, centro palco tutto pitturato in blu e un maxischermo, inserisce i corpi degli attori in sfondi digitali. In altre parole, la tecnica cinematografica del ‘blue screen’ (un software sensibile al colore blu sostituisce ad esso sfondi digitali pre-realizzati o filmati live mixandoli in un video ibrido proiettato al maxischermo) si mette al servizio dei cambi scena, mutando “set” solo nella versione filmata, mentre gli attori recitano su sfondo blu. Efficace, senza dubbio, divertente, specialmente per i primi minuti, ma forse meno funzionale del previsto.

Insomma restiamo a teatro e, nonostante i microfoni piazzati in terra, ci arrivano prima, forti, le voci naturali degli attori, così come, nonostante il simpatico gioco di cambio di sfondo, resta più interessante veder sudare gli attori su un palco monocromo, più appassionante allora stare a vedere se i servi di scena in tuta blu piazzeranno i pannelli d’appoggio con precisione e se le loro piante dei piedi, camminando, compariranno o no nello schermo come insetti fantasma accanto agli attori che nel frattempo, però, stanno portando avanti la storia. Confusione? Sì. Voluta?

Magari anche, ma allora, su quasi due ore di spettacolo, si sente il bisogno di appigli drammaturgici più saldi, ché il bene e il male che bisticciano attorno a forme umane ben stereotipate presto non bastano più a tirare il carro della narrazione appassionante e appassionata.
Di certo un lavoro di gran precisione quello tecnico supervisionato da Gianluca Cappelletti, ma una parabola un po’ lieve resta quella drammaturgica, più simile a un apologo tirato probabilmente troppo per le lunghe.

Tra la terra e il cielo c’è spazio anche per la redenzione di chi si macchia di peccati di omissione, per la punizione ai malvagi e l’encomio ai giusti. C’è spazio, in fondo, soprattutto per la rassegnazione nei confronti di una vita che, così densa di ingranaggi e costrizioni tecnologiche e tecnocratiche, lascia poco o niente ai sentimenti sinceri. Eppure, curioso, le chicche più interessanti non le offre la storia; si condensano invece in fragili perle di gestualità, dispensate soprattutto da Di Casa e Santoro: il genere di finezza a cui, bisogna riconoscerlo, Barberio Corsetti presta fortunatamente sempre molta attenzione.

TRA LA TERRA E IL CIELO
di Giorgio Barberio Corsetti e Giampiero Rappa
regia: Giorgio Barberio Corsetti
produzione: Fattore K
interpreti: Federica Santoro, Filippo Dini, Andrea Di Casa, Fiora Blasi
scene: Cristian Taraborrelli
costumi: Maria Schindler
direzione tecnica e luci: Gianluca Cappelletti
durata: 1 h 45’
applausi del pubblico: 2’ 30’’

Visto a Roma, Teatro Vascello, l’8 aprile 2009

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