Tramedautore 2011. Au revoir Africa

Rita Maffei in 'The Syringa tree'

Rita Maffei in ‘The Syringa tree’ (photo: Nicola Boccaccini)

Partecipare, che in italiano è tanto “assistere” quanto “intervenire”, è invece in teatro l’idea del sentirsi parte di qualcosa che accade nel momento. Ma è sempre così? Succede davvero che, chiusi in un edificio più o meno teatrale, seduti in una platea più o meno convenzionale, ci “sentiamo parte” di quanto accade sul palco? Siamo sicuri che, proiettati nell’universo di un testo, realistico, realmente esistito o del tutto inventato, e convinti a seguirlo, invitati a scrutarlo, ce ne “sentiamo parte”?

Immaginate allora di trovarvi nel cortile del teatro, in particolare del Piccolo di Milano, ancora al di qua della soglia di ingresso, totalmente fuori dalla finzione teatrale, e ancora saldamente ancorati alla “realtà”; immaginate di sedervi dove capita, magari per terra in questo cortile, stando attenti però a formare un semicerchio che verrà chiuso da due sedie, dove c’è un cantastorie e, accanto a lui, un traduttore.
Il cantastorie è Manfeï Obin, un “griot” della Costa d’Avorio che, da circa un quarto di secolo, porta in giro “racconti”; in pratica “esporta” le storie che, durante la sua infanzia, raccontavano i vecchi saggi del villaggio Akyé.
La scorsa settimana lo ha fatto a Milano, ospite del festival Tramedafrica.

Immaginate allora di trascorrere un’ora (“perché poi la lingua del griot si scioglie” assicura Manfeï Obin) incantati come bambini: nessun effetto speciale – se non quel piccolo cilindro che si usa per simulare il rumore dei tuoni -, nessun testo di riferimento, nessun palco, ma solo la parola, un po’ mimata e un po’ cantata. Ma soprattutto, tramandata da generazioni.

Come gli antichi aedi, i griot africani esistenti, o meglio “resistenti”, sono pochi, e gli unici che mantengano questo patrimonio di racconti, sintesi della mentalità africana, dei suoi valori e degli insegnamenti dei padri ai figli: brevi favole orali, in cui spesso i protagonisti sono animali antropomorfi, e che si chiudono con la tradizionale “morale”.
Il pubblico è il cerchio intorno al griot e al suo racconto: chiamato talvolta a rispondere, ecco allora che si sente davvero partecipante.


Immaginate poi, nel corso della sera stessa o delle successive, di trovarvi nello stesso contesto, il Piccolo Teatro; questa volta, però, siete seduti comodi in platea: sul palco, c’è Roberto Trifirò che, insieme a Mamadou Dioume, interpreta il testo di Athol Fugard “The train driver – Il conducente del treno”.
Autore e testo vengono ancora dal Sudafrica, ma questa volta le parole sono lette e recitate, in modo impeccabile, ma inevitabilmente mediate rispetto alla loro origine.

La sera seguente è la volta di un’altra autrice sudafricana, Pamela Gien, autrice di uno spettacolo considerato “tour de force”: “The Syringa tree” infatti, condensando gli anni che vanno dall’inizio dell’apartheid all’attuale Sudafrica libero, presenta una ventina di personaggi, tutti interpretati dall’unica attrice in scena, in questo caso, Rita Maffei. Ma soprattutto, il testo racconta una storia d’amore, tra bianchi e neri, “proibito” dalla segregazione razziale.
Proprio come una delle tante favole raccontate dal griot qualche sera prima, ma stavolta ci attendono quasi due ore filate che Rita Maffei, sola, sostiene magistralmente, o rispetto all’ora abbondante del “Train driver” letto e interpretato da Roberto Trifirò.

Nonostante le ottime rappresentazioni teatrali, dopo quasi due settimana di Tramedafrica, c’è una certa malinconia nel vedere i griot ospiti al Piccolo fare le valigie, e nel sapere che nessuna delle prossime rassegne, festival o rappresentazioni che ci aspettano in questa nuova stagione teatrale inizierà con una “festa” che ci faccia davvero sentire parte di una cerimonia, come è invece successo in apertura di festival. Sarà davvero difficile incontrare un Michel Koffi Fadonougbo che ci accoglie dicendo: “Ognuno ha dentro di sé il Vudù, senza sapere come esprimerlo”, e nemmeno, a spettacolo finito, verremo salutati con un “che ognuno di voi ritrovi la pace uscendo da questa sala”. O, almeno, non succederà per un altro anno ancora.

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