Tramedautore 2016. Fra le tensioni della drammaturgia europea

Andrea Cosentino in Lourdes (photo: Manuela Giusto)

Focus sull’Europa per la XVI edizione di Tramedautore, il festival internazionale che apre, come di consueto, la stagione teatrale milanese. Curata da Outis con la direzione artistica di Angela Lucrezia Calicchio e Tatiana Olear, la rassegna 2016 analizza, attraverso il teatro, le tensioni che attraversano il Vecchio Continente: «La crisi economica, la gestione del fenomeno migratorio, le relazioni familiari e sociali, la violenza, l’etica della cittadinanza, fino alle interrogazioni sul proprio destino, argomento ricorrente nel teatro nord europeo e non solo».

Dieci drammaturgie italiane, macedoni, montenegrine e norvegesi sono state ospiti del Piccolo Teatro Grassi tra il 15 e il 25 settembre. Una rassegna inorganica per generi, temi, livelli artistici: opere rifinite, tra le cose migliori viste quest’anno; e lavori ancora grezzi, a volte pretenziosi, entrati nel lotto dei partecipanti con il piglio sbarazzino di una vacanza last-minute.

Riuscito lo spettacolo d’esordio, “Det er Ales” (“Lei è Ales”), tratto dall’omonimo romanzo del norvegese Jon Fosse, per la regia di Gianluca Iumiento. Un testo intimistico. Un uomo, Asle (lo stesso Iumiento), a bordo di una piccolissima barca sfida ogni giorno l’acqua tetra del fiordo, e sembra Geppetto alla deriva verso il pescecane. Una donna, Signe, s’interroga sul bisogno di fuga e solitudine del marito. Signe bifronte: due donne (Maria Sand è la versione giovane, Daniela Giordano quella anziana) che provano a guardarsi allo specchio, e vagano con la mente nel presente e nei ricordi, alle radici di un amore.
Asle e Signe giovani, due fantasmi in flashback, un destino sfibrato che si allarga all’albero genealogico di Asle. Una saga familiare segnata dal dolore e dall’urgenza di ripartire. Signe anziana, i ricordi, i rimpianti, le domande: quel che resta di una vita.


Le parole chiave di questa drammaturgia di spazi (fiordo, montagna, cielo, casa) campeggiano sulla scena in lingua norvegese. Le parole dell’anima sono invece mute, e arrivano al cuore col supporto di strumenti scenici inconsueti come luci e fumo colorato, tapis roulant e ventilatore.
I personaggi entrano ed escono da sé stessi, si raccontano in prima e terza persona. Si fa metateatro. Si riproducono i suoni della natura. Avvertiamo la fragilità di una barchetta, piccolo guscio sopra l’abisso. Agitazione degli elementi, inquietudine dell’anima. Uno spettacolo visionario e irriverente, che rievoca “Il vecchio e il mare” di Hemingway. Un’atmosfera naif. Un fascinoso quadro del nord Europa, esaltato da una regia ingenua.

Una smorfia incerta accompagna la visione di “Who the fuck started all this – Hurtling stillness (“Chi cazzo ha iniziato tutto questo – Instabile immobilità”), coproduzione macedone-norvegese, testo di Dejan Dukovski riscritto da Agate Øksendal Kaupang.
L’opera, interessante da leggere e analizzare, esplora le conseguenze della guerra nei Balcani di cui l’autore è stato protagonista. La riscrittura vorrebbe sviluppare “temi già presenti nell’originale: la sindrome post-traumatica, la violenza sessuale, l’abuso di potere, il razzismo e la crisi dei rifugiati”. Peccato però che, oltre a una fisiologica difficoltà del pubblico italiano ad apprezzare l’humour balcanico, la drammaturgia sia evanescente e frammentata. Anche la regia è slegata. Il palcoscenico è terra di nessuno. Gli attori sembrano principianti in fase di training. Le buone intenzioni rimangono in potenza, dilapidando anche la portata politica del libro di Dukovski.
Non basta un romanzo famoso a creare uno spettacolo che unisca storia, mistero e suspense.

Così come non bastano un motivetto, luci soffuse e il richiamo alle vicende di Caravaggio in fuga da Malta, a proiettare lo spettatore nel thriller. “Il colore del sole” di Gian Maria Cervo, liberamente ispirato al romanzo di Andrea Camilleri, regia di Franco Eco, è opera inconsistente per la presenza di attori acerbi, per l’intrusione insistita in scena del drammaturgo che, con tecnica metateatrale, interagisce con il pubblico e gli attori, spiega i cambi temporali, fornisce indicazioni di lettura, parafrasa l’ovvio e l’incerto. Il lavoro è ancora in fase di studio, ma che queste esercitazioni avvengano in uno dei templi del teatro contemporaneo, ci sembra un’aggravante anziché un’attenuante.

Ci si attendeva di più anche da “Quando il sale non era l’unico fiore”, del siciliano Joele Anastasi, regia di Benedetto Sicca. Una storia di profughi, violenza e innocenza. L’umana fragilità dei bambini protagonisti della pièce si scontra con la xenofobia, in questo testo che Anastasi riscrive dal celebre “Lilleskogen” di Jon Jesper Halle. Ci si attendeva che Sicca, con la propria poetica intimista, temperasse lo stile iperrealista, a volte iperglicemico di Anastasi, drammaturgo e regista di Vucciria Teatro.
Invece si allarga a macchia d’olio un eccesso di teatralità che non giova al lavoro. L’improbabile gioco di bimbi, le scelte fantasiose in termini di scenografia (la coralità plastica e disordinata di resti umani alla deriva, ai piedi di una passerella in legno), la recitazione accalorata, non sono supportate da una drammaturgia debole, nella quale, ad esempio, i termini “clandestino” e “profugo” sembrano sinonimi. Il testo languisce, è confuso. La regia, densa di suggestioni, è una cornice greve per questo disegnino su foglio di carta.

Brillante, spaccone, è “Little Europa” di VicoQuartoMazzini, testo di Gabriele Paolocà, che approfondisce ed estremizza le differenze presenti all’interno della comunità europea.
La pièce parte da “Il piccolo Eyolf” di Ibsen per tradirlo impudentemente. I protagonisti sono una donna scandinava snob, il marito immigrato dai modi un po’ rudi, il loro figlio di nome Europa, mostriciattolo impacciato affetto da una strana forma tumorale e lacerato da carenze affettive. Amore litigarello senza nulla di bello. Sferzante satira sul sogno europeo mai realizzato. Recitazione in inglese sovratitolato, ancora più paradossale in tempi di Brexit. Eccessi kitsch, stereotipi. Citazioni a iosa: da “Bianco rosso e verdone” a “Mary Poppins”, da “Elephant man” a “Jurassic Park”. Finale con parodia esilarante di Elton John, e carrellata di quadri obsoleti di un’Europa implosa sul proprio passato. Bravissimi i protagonisti (Michele Altamura, Gemma Carbone, Gabriele Paolocà e Maria Teresa Tanzarella) capaci di interpretare con vivacità un testo dissacrante, demenziale, senza troppe velleità filosofiche o ideologiche.

Un buon lavoro è anche “Lourdes”, vincitore dei Teatri del Sacro 2015, libero adattamento di Luca Ricci dell’omonimo fortunato romanzo di Rosa Matteucci. Un affresco di varia umanità sinceramente devota, simpaticamente credulona.
Andrea Cosentino è abile a ricostruire atmosfere, pensieri, suggestioni di pellegrini in viaggio verso una meta classica della cristianità. Colpisce il linguaggio misto tra l’aulico e il dialettale, nel solco del Fo di “Mistero buffo”. L’accompagnamento musicale dal vivo di Danila Massimi dilata i suoni e le atmosfere en plein air. Questa sapida, multicaotica storiella ‘on the road’ si chiude nel segno del raccoglimento e della meditazione. Ma è complicato, per il pur bravo Cosentino, mantenere per tutta la durata del monologo il ritmo incalzante dell’abbrivio. Inoltre l’epilogo manzoniano qui risuona come un’appendice sbrigativa e banale.

Andrea Cosentino in Lourdes (photo: Manuela Giusto)

Andrea Cosentino in Lourdes (photo: Manuela Giusto)

Niente fuori posto in “Esilio” di Mariano Dammacco, secondo capitolo della “Trilogia della Fine del Mondo” prodotta dalla Piccola Compagnia Dammacco, cui dedicheremo nei prossimi giorni un approfondimento.
Protagonista è un uomo contemporaneo alle prese con le proprie piccole fragilità, esasperate dalla perdita del lavoro e del proprio prestigio sociale. Uno Charlot disorientato dagli abiti sproporzionati e dall’incedere fantozziano, interpretato da una Serena Balivo in stato di grazia.
Non manca nulla in questo spettacolo surreale che esorcizza lo psicodramma con sprazzi di comicità e crea movimento con danze sghembe da carillon, facendoci riflettere sulla nostra condizione di esuli dell’identità.

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