Trend: torna la drammaturgia britannica. E Panici veste Harrower

Trend 2013Anche quest’anno non manchiamo l’appuntamento con Trend, la rassegna a cura di Rodolfo di Giammarco che, tra le mura trasteverine del Teatro Belli di Roma, ci dà la possibilità di saggiare ciò che accade sulla scena britannica, selezionando quelli che dovrebbero essere i testi più interessanti (spesso di autori già pienamente affermati in patria) e affidandone la messa in scena a compagnie italiane schierate su diverse direzioni di ricerca.

Dall’incontro transnazionale nascono cortocircuiti stilistici quasi sempre interessanti, dove scrittura e pratica scenica, entrambe così legate ai rispettivi contesti locali, si scambiano energie e distorsioni ottiche, dando vita a prodotti finali che sicuramente contribuiscono ad ampliare le vedute soprattutto della nostra drammaturgia nazionale.

Nell’edizione di quest’anno, oltre all’Harrower di “Buono con le persone”, di cui parleremo a breve, e oltre a “Sette melodie per flauto” di Sam Hall, messo in scena dalla Fabbrica dell’Attore del Teatro Vascello (stasera la seconda replica), ci aspetta un’ampia sottorassegna dedicata a Tim Crouch, uno dei drammaturghi inglesi più rappresentati in Italia negli ultimi anni, intitolata appunto “Tim Crouch a pezzi”, che dal 7 al 10 aprile, grazie al lavoro dell’Accademia degli Artefatti e del Teatro della Tosse, ci proporrà “My arm”, “Banquo” e “Peaceblossom”. A seguire, l’11 e 12 aprile, con la regia di Marco Calvani, sarà interessante conoscere con “Stoccolma” la drammaturgia di Bryony Lavery, un’autrice che, al contrario dei precedenti, è ancora sostanzialmente inedita nella nostra scena teatrale.
A chiudere, il 13 e 14 aprile, Roberto Rustioni presenterà il risultato del suo lavoro su “Essere norvegesi”, dello scozzese David Creig.

Ma veniamo al testo di David Harrower, “Good with people”, e alla resa scenica a cura dell’Argot Studio: Tiziano Panici, oltre alla regia, interpreta il ruolo del protagonista Evan Bond, un giovane infermiere volontario in Pakistan che torna nella città dove è cresciuto, Helensbourgh, per il “matrimonio bis” dei suoi genitori.
Alla reception dell’albergo di cui è ospite incontra Helen Hughes (Vanessa Scalera), che nel corso del dialogo, scopriremo essere la madre di un amico d’infanzia di Evan.

Non è la prima volta che la penna dello scozzese David Harrower si affaccia nel nostro Paese, e questo ci permette di cominciare a farci un’idea dei nodi focali della sua scrittura: come in “Blackbird”, spettacolo che ha avuto un’ampia circuitazione negli scorsi due anni, al centro della drammaturgia ci sono due personaggi separati dalla differenza d’età, e proprio in questo iato anagrafico si tessono le tensioni e le attrazioni sotterranee del testo.
Come in “A slow air” (visto proprio a Trend 2012), Harrower utilizza il dialogo fra due personaggi che vengono da una situazione di incomunicabilità per far emergere, poco a poco, non solo le storie personali a motivo di quel silenzio, ma anche le tensioni sociali, i non detti della comunità in cui i drammi dei protagonisti hanno le loro radici.

In “Good with people” l’elemento latente è l’episodio di bullismo di cui il figlio di Helen è stato vittima e di cui Evan è stato complice: una ferita mal rimarginata, attraverso la cui fessura Harrower cerca di raccontare la difficile convivenza, nella piccola provincia scozzese, tra le famiglie dei militari trasferitesi in città per l’apertura di una nuova base navale e gli abitanti del posto, spaventati dal possibile inquinamento nucleare delle acque e per questo diffidenti verso i nuovi arrivati.

Proprio nella capacità di dare forza al contingente, rendendolo capace di superare sé stesso e di rendere il dialogo una narrazione polifonica di un’intera società, “Good with people” ci è sembrato però sensibilmente inferiore ai testi precedenti dello scozzese. Non che manchino tutti i segni del drammaturgo esperto e pienamente padrone dei suoi mezzi (la capacità di condurre la parabola della vicenda a una certa compiutezza; l’abilità con cui si evita lo stereotipo del trauma infantile, trattando l’episodio di bullismo senza accentuare troppo i toni tragici e oscuri; i giochi linguistici, come quando si scambia il significato astratto di “chiave” come “soluzione del problema” con quello concreto o come quando, per associazione fonica, si chiama in ballo l’affare Dreyfus), ma il dialogo fra Evan ed Helen raramente riesce a coinvolgere lo spettatore oltre la curiosità per l’evolversi delle reciproche seduzioni, della sensualità prima nascosta e man mano più evidente.

Questa sorta di chiusura su di sé che pesa sul testo, almeno nella sua riformulazione italiana, ha reso inevitabilmente meno efficace anche il lavoro di Tiziano Panici. Sia chiaro che, anche qui, non mancano gli elementi di interesse: la scenografia è minimale ma sfruttata in modo poliedrico (un tubo attraversa orizzontalmente e verticalmente la scena, sia disegnando i contorni dell’hotel e della reception, sia evocando la liquidità temporale del dialogo grazie agli effetti luce), i tempi interni del dialogo assecondano con efficacia la graduale evidenza della rete di provocazioni fra i due protagonisti, ed altrettanto riuscita è la scelta di non concentrare la sensualità sul corporeo ma soprattutto sul verbale.

Tuttavia gli intermezzi musicali e visivi, che Panici usa per segnalare i salti temporali tra le cinque scene, finiscono per amplificare con la loro ripetitività la scarsa ampiezza del dialogo, frammentando il ritmo lì dove sarebbe forse stato meglio accelerare.
Il sottotesto, ovvero la crisi matrimoniale di Helen, lo shock seguito alle violenze subite dal figlio, i pregiudizi degli abitanti della cittadina che in qualche modo hanno favorito il bullismo di Evan, emerge dai tratti più espliciti del testo, ma non vivifica in profondità né l’atmosfera generale della scena, che rimane appunto conclusa nel gioco erotico fra i due, né la recitazione di Panici, troppo ridotta ad una frigidezza monolitica, quasi beckettiana, la cui carica provocatoria non assume forza proprio perché priva di sensibili evoluzioni; molto più a suo agio la Scalera, in grado di trasformare con naturalezza in una presenza scenica credibile le difficoltà legate a un personaggio di cui Harrower offre un bozzetto più che un ritratto.

Il finale, così, lascia la sensazione di un incontro ben raccontato ma pieno di potenziale inespresso. Difficile stabilire quanto ciò sia da rintracciare nel testo, senz’altro non il migliore di Harrower, e quanto sia invece dovuto a scelte registiche che, probabilmente volendo fare il contrario, hanno finito per mettere in risalto il biografismo del testo.

Bravo con le persone (Good with people)
di: David Harrower
regia di: Tiziano Panici
con: Tiziano Panici, Vanessa Scalera
compagnia: Argot Studio
traduzione di: Natalia di Giammarco
progetto visivo: Andrea Giansanti
musiche originali: Marco Scattolini
costumi ed elementi di scena: Marta Genovese
organizzazione: Katia Caselli
contributo artistico: Alice Spisa e Francesco Frangipane
durata: 50′
applausi del pubblico: 2′

Visto a Roma, Teatro Belli, il 3 aprile 2013
Trend XII edizione – 2013


 

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