La Trilogia di Mozart chiude ‘al sicuro’ la stagione del Regio di Torino

Le Nozze di Figaro (photo: teatroregio.torino.it)
Le Nozze di Figaro (photo: teatroregio.torino.it)

Tra facezia e tragicità, opera buffa e dramma, filosofia e gioco, la trilogia di Wolfgang Amadeus Mozart “Le nozze di Figaro”, “Don Giovanni” e “Così fan tutte” ha chiuso la stagione 17/18 del Teatro Regio di Torino all’insegna della sapiente ambivalenza che caratterizza l’inimitabile triade, tanto nella parola quanto nell’espressività musicale: questo è il cerchio magico dell’ispirazione mozartiana e dell’effervescenza di Da Ponte, che appongono il loro immortale sigillo al racconto dell’inesauribile battaglia tra i sessi, delle primigenie pulsioni umane e della folle journée che è, in fin dei conti, tutta la vita umana.

Tre grandi opere, tre grandi direttori, tre grandi registi: 25 solisti di fama internazionale e l’Orchestra e il Coro del Teatro Regio hanno animato il palco torinese e reso omaggio a un florilegio musicale che è vanto e meraviglia della cultura occidentale.

Mozart compose il trittico tra il 1786 e il 1790: da lì ogni piega del capolavoro è stata esplorata, rimessa in discussione, letta e riletta dando così vita a un gioco ancora ininterrotto di reviviscenza e reintepretazione, vera sfida e privilegio per direttori, cantanti, registi e orchestre.
Il Teatro Regio ha proposto allestimenti già noti, ma mai presentati in successione, mostrando così il filo narrativo che lega le tre opere.


Le danze si aprono con “Le nozze di Figaro” per la regia di Elena Barbalich, ambientato in una scenografia dal gusto strehleriano curata da Tommaso Lagattolla e Andrea Anfossi alle luci.
Gli apparati mobili che costituiscono la scenografia mutano posizione a seconda di quanto è raccontato in scena, ma rimangono sempre gli stessi: l’efficacia di tale sistema è vincente, in quanto conferisce continuità alla narrazione (purtroppo interrotta da una lunga pausa) e mette in luce gli aspetti fondamentali della vicenda.

Barbalich colloca il suo Figaro nella piena luce della Rivoluzione Francese (la prima dello spettacolo era stata tre anni prima, nel 1786), rivitalizzando così il contesto storico laddove Mozart e Da Ponte avevano privilegiato la voluttuosa storia d’amore alla satira sociale.
La regia funziona e sottolinea, senza eccedere nella dura dicotomia, l’opposizione uomo dissoluto e irresponsabile / donna dedita e ligia ai doveri del cuore e della famiglia.

L’Orchestra e il Coro del Regio, diretti da Speranza Scappucci (nominata recentemente direttore musicale dell’Opéra Royal de Wallonie-Liège), tuttavia scalfisce la morbidezza delle sonorità mozartiane preferendo un’incalzante dinamicità che mette in difficoltà i cantanti, la cui incertezza nei momenti più impervi è ben tangibile.
Malgrado ciò, da un punto di vista canoro la sensualità è preservata grazie al basso baritono di Simone Alberghini (il conte d’Almaviva), sicuro e robusto nel fraseggio, abile ed elegante nell’interpretazione – d’altra parte Alberghini ha debuttato al Regio a vent’anni, e da lì ha interpretato con passione ruoli mozartiani e rossiniani. Maria Grazia Schiavo interpreta Susanna, delicata e ricca di sfumature come pochi personaggi femminili del mondo operistico sanno essere, e dona al palco torinese tocchi di commozione e partecipe sentimentalismo, specialmente nell’aria finale. La rivedremo successivamente nei panni di Donna Anna nel “Don Giovanni”, in sostituzione a Erika Grimaldi. Composta ma intensa è Serena Farnocchia nel ruolo della sofferente Contessa d’Almaviva. La cantante ha già conquistato le scene italiane con la “Bohéme”, il “Simon Boccanegra”, “Falstaff” e “Turandot”: ruoli intimamente tenaci e sensibili, vera incarnazione del femmineo.
Figaro è Paolo Bordogona, ben rodato sul comico e sull’opera buffa, mai bozzettistico eppure, forse, troppo abituato a questo genere di personaggi e dunque non sempre originale.

Il “Don Giovanni” firmato da Michele Placido è immerso in una gotica notte di dissolutezza. I fermenti drammatici dell’opera vengono convogliati in una scenografia fortemente mediterranea, ma priva della calorosa luce che potremmo aspettarci. È uno scuro che opprime, e che probabilmente Mozart non aveva in mente, per quanto il dramma giocoso si apra con un omicidio e si chiuda con l’Inferno: ma il compositore e il suo fedele librettista fanno coesistere i due elementi senza lasciare spazio alcuno alla prevaricazione dell’uno sull’altro.

Don Giovanni

Don Giovanni

Il baritono Carlos Álvarez rafforza l’irriducibile icona della lascivia con la sua voce robusta e potente, e convince appieno con l’eccellente esecuzione delle tre arie solistiche (“Fin c’han dal vino”, “Deh vieni alla finestra”, “Metà di voi qua vadano”) fino al rifiuto del pentimento finale: è veramente lui a mantenere viva la rappresentazione sfaccettata che è cuore pulsante dell’opera – e non stupisce, dato che aveva già trionfato nel 1999 al fianco di Muti nella stessa parte.

Don Giovanni è il seduttore, l’uomo del “catalogo”, il farfallone, ma anche molto altro. Basti notare che Leporello (un eccellente Mirco Palazzi, applauditissimo dal pubblico) sta al fianco del suo padrone in un duplice movimento di ammirazione/repulsione, leggibile con chiarezza nel suo canto e nelle sue parole; così come il Commendatore di Gianluca Buratto è torvo e solenne nella scena finale quanto determinato e sicuro in vita. Il duetto di chiusura, in effetti, vibra di fosca grandezza, anche grazie alla splendida esecuzione dell’Orchestra e del Coro del Regio, diretti dal giovanissimo Daniele Rustioni (attualmente direttore stabile dell’Opera di Lione e già noto alla Scala, all’Opéra di Parigi e al Covent Garden), che non oscurano la luce della vicenda, ma neanche rinunciano a calarvi le ombre senza le quali la partitura non sarebbe così forte, dinamica, irruenta.

La musica non dirime i contrasti, laddove la scenografia, di contro, li estremizzi in un solo senso. Spiccano meno le donne, sofisticate e precise ma forse poco appassionate: dall’ultima aria di Donna Anna (che ha la voce del soprano Erika Grimaldi) ci si aspetterebbe più trasporto, così come Zerlina (Rocío Ignacio) poteva essere meno macchiettistica. Donna Elvira è Carmela Remigio (che ha già lavorato con Chailly, Tate, Pappano…) e la sua abilità nel belcanto è indubbiamente ammaliante; ma nel complesso sono le voci maschili a trionfare in termini di forza espressiva ed interpretativa.

Fresco, spumeggiante ed eccellentemente eseguito è il “Così fan tutte”, quintessenza dell’opera buffa.
In una soleggiata Napoli immortalata negli splendidi fondali di Luciano Riccieri la lotta fra i sessi acquista una simmetria più riconoscibile, opponendo a Ferrando (Francesco Marsiglia) e Guglielmo (Andrè Schuen) le due dame ferraresi Fiordiligi (Federica Lombardi) e Dorabella (Annalisa Stroppa).
L’ambiguità della tempesta amorosa già scoppiata nelle due opere precedenti è qui aperto dissidio: fedeltà coniugale o appagamento libertino dei propri impulsi?
La magistrale regia di Ettore Scola (riproposta fedelmente da Vittorio Borrelli) rende l’intrigo sempre attuale e attualizzabile, in virtù peraltro della semplice linearità della narrazione: vi è una tesi, esposta dal vecchio filosofo Don Alfonso (interpetato da un quieto ma perentorio Roberto De Candia), che viene dimostrata con prove schiaccianti e risolta nel lieto fine. Ma sempre aleggia una vaga amarezza, un’inquietudine di cui è costellata tutta la vicenda e che permane nel ritorno all’ordine di chiusura.

Così fan tutte

Così fan tutte

Culmine di tale inquietudine è il rondò di Fiordiligi “Per pietà, ben mio, perdona”, dove il soprano Federica Lombardi (la bravissima protagonista dell’Anna Bolena della Scala di Milano nel 2017) riesce, con misura e accortezza, a dare piena voce ai rimorsi della giovane dama. Il mezzosoprano Annalisa Stroppa conferisce quella punta di malizia con voce luminosa e squillante, mai frivola (come ci si aspetterebbe un po’ dal suo personaggio).
Per quanto concerne la coppia maschile, è il baritono Andrè Schuen (formatosi al Mozarteum di Salisburgo) a emergere per i toni baldanzosi e vivaci sia del canto, sia dell’interpetazione attoriale; meno convincente è Francesco Marsiglia, francamente monotono e statico – il tiepido riscontro tra il pubblico ne è la conferma, per quanto il cantante sia ben noto al Regio. Il tocco di colore è senza dubbio la Despina di Lucia Cirillo, capace dei più furbi travestimenti e loquace nei suoi “consigli” alle due madamigelle.
Sul podio dell’Orchestra e Coro del Regio debutta Diego Fasolis, direttore e organista svizzero, noto specialmente per il repertorio barocco, che dirige in modo eccellente le efflorescenze, i sogni leggeri e i piccoli scherzi musicali dello spartito mozartiano.

Chiudere in bellezza con Mozart è una scelta sicura; tuttavia sorge il dubbio che questa sia anche una sorta di premonizione sulla nuova stagione del Regio, fortemente contestata perché scarsamente originale (ricordiamo il convulso cambio di vertice alla direzione, con l’addio, in anticipo rispetto alla fine del mandato e dopo 19 anni, di Walter Vergnano e l’arrivo di William Graziosi, per 17 anni alla Fondazione Pergolesi Spontini).
Solo una certezza campeggia, ora come in passato e, indubitabilmente, anche per le programmazioni future: Mozart è sublime perché gioca, gioca meravigliosamente con la musica senza dimenticarne la serietà; l’arte si sbarazza, con una scrollata di spalle, dell’amarezza umana riscattandola nella pura gioia dell’immaginazione e della creazione.

La Trilogia è sostanzialmente anelazione all’armonia che non teme il peso della desolazione umana, neanche di fronte al più terribile Giudizio: se qui risiede il segreto del capolavoro mozartiano, il compito più alto e onesto a cui possa adempiere il regista, il cantante o il direttore è preservare ed esprimerne il segreto senza roboanti fastosità. Mozart è gioia e sospiro, vaghezza e melanconia.

Le nozze di Figaro
Commedia per musica in quattro atti
Libretto di Lorenzo Da Ponte
dalla commedia La Folle Journée, ou Le Mariage de Figaro
di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Maestro al fortepiano Jeong Un Kim
Direttore d’orchestra Speranza Scappucci
Regia Elena Barbalich
Scene e costumi Tommaso Lagattolla
Luci Andrea Anfossi
Movimenti mimici e assistente alla regia Danilo Rubeca
Maestro del coro Andrea Secchi
Orchestra e Coro del Teatro Regio
Allestimento Teatro Regio

Durata: 3h 40′

Don Giovanni
Dramma giocoso in due atti
Libretto di Lorenzo Da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Maestro al fortepiano Giannandrea Agnoletto
Direttore d’orchestra Daniele Rustioni
Regia Michele Placido
ripresa da Vittorio Borrelli
Scene e costumi Maurizio Balò
Luci Andrea Anfossi
Movimenti coreografici Anna Maria Bruzzese
Maestro del coro Andrea Secchi
Orchestra e Coro del Teatro Regio
Allestimento Teatro Regio

Durata: 3h 20′

Così fan tutte
Dramma giocoso in due atti
Libretto di Lorenzo Da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Maestro al fortepiano Carlo Caputo
Direttore d’orchestra Diego Fasolis
Regia Ettore Scola
ripresa da Vittorio Borrelli
Scene Luciano Ricceri
Costumi Odette Nicoletti
Luci Vladi Spigarolo
Maestro del coro Andrea Secchi
Orchestra e Coro del Teatro Regio
Allestimento del Teatro Regio

Durata: 3h 20′

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