Turning_Orlando’s version: Alessandro Sciarroni riapre l’India

TURNING_Orlando’s version (photo: teatrodiroma.net)
TURNING_Orlando’s version (photo: teatrodiroma.net)

Era così che andava? Quest’incredulità, questo silenzio, un’attonita cautela anche nell’attesa, tutti coinvolti dal brivido della puntualità: alle 20 spaccate le prime note dalle casse ai lati del palco. Era così anche prima?
Un palco rivestito di bianco sta nel largo spazio esterno del Teatro India di Roma, le file delle sedie su tre lati, opportunamente divaricate a coppie o a singoli posti. Sobri distanziatori ne tengono separate, a terra, le zampe.

La luce è naturale, ed è quella dell’ora più bella, prima del tramonto, radente e minuziosa sulle foglie degli arbusti, sugli occhiali da sole che ci dimentichiamo sul naso, sulla ghiaia e sui cinque danzatori: Maria Cargnelli, Francesco Saverio Cavaliere, Lucrezia Gabrieli, Sofia Magnani e Roberta Racis.

Così riapre il Teatro di Roma, dopo quattro mesi di smaterializzazione, un benvenuto ai corpi vivi sulla scena e a quelli degli spettatori, che si guardano prima di tutto fra di loro, con cento sorrisi di chi l’ha fatta grossa sotto altrettanti baffi.

“Orlando’s version” è il nuovo capitolo di “Turning”, l’opera in fieri di Alessandro Sciarroni (Leone d’oro 2019 della Biennale Danza di Venezia) che nasce dalla suggestione del movimento di ritorno degli animali migratori, e che, composta a oggi di sette “versioni”, continua sempre a concentrarsi, con la sua tipica insistenza ostinata, sulla figura del ruotare su sé stessi.

Questa volta il paradigma che Sciarroni sceglie (o a cui vuole affidarsi, mettere alla prova in un impetuoso stress-test) è quello della danza classica. Il ruotare dei danzatori, quattro donne e un uomo, è infatti quello tipico delle pirouette e gli artisti calzano scarpette da ballo, danzando spesso sulle punte.

L’ingresso nel movimento avviene lentamente, all’inizio la circolarità è degli sguardi, il moto è placido, poi aumenta la velocità della rotazione, finché i corpi cominciano a sentire quasi consequenziale (ma mai naturale, mai fisiologico) l’innalzarsi sulle punte.
Di tanto in tanto – e nel finale sempre di più – uno dei danzatori, altrove sempre costretti nell’identico movimento in posizioni equidistanti, introduce una piccola personale variazione al pattern o si allontana dal gruppo, ne prende fisicamente e anche interiormente le distanze, sottraendosi alla logica del branco e ponendosi in una breve parentesi di osservazione.

Più ci si avvicina al finale del lavoro, più questo allontanarsi contagia con frequenza i danzatori, ed è proprio in quei momenti che il volto degli “esuli” improvvisamente si accende, nel mezzo di un’esperienza di individualità appagante e umanizzante, di un sorriso. Uno dopo l’altro tutti i volti sono aperti da questi sorrisi, che danno l’impressione di vita riaccesa, riconquistata, di una volontà, di una libertà che sembra consuonare con le più intime pulsioni di questi tempi impauriti e trattenuti. Anche gli occhi, oltre che dalla sofferenza fisica, sono accesi da quest’esaltazione, e gli sguardi finalmente parlano.

Nel terzo volume di “Iperscene”, curato da Sergio Lo Gatto e Matteo Antonaci (Editoria e Spettacolo, 2017) Sciarroni dichiarava di non essere interessato alla danza nel senso di espressione nell’alveo di repertori gestuali codificati, ma di intendere la danza come «arte performativa che si esprime attraverso il movimento del corpo umano, secondo un piano chiamato coreografia, che può essere stabilito oppure improvvisato».
E in effetti la sua posizione di fronte alle strutture del balletto sembra essere quella di confrontarsi usando quel repertorio di codici prestabiliti non, ovviamente, adottandoli come linguaggio neutrale, ma usandoli per esplorare i concetti di adesione e fuga, e quindi forse di regolamento/infrazione, interrogandosi sul branco e sull’individuo.
Non solo, queste coppie di concetti possono essere affiancate ad altre, non sempre antitetiche, in diverso rapporto di elementi: iterazione, conta/interruzione, pausa; crescendo/accelerazione; stanchezza, sofferenza/riposo; adesione/giudizio.
Si viene così a costituire una costellazione di punti, ognuno dei quali si dispiega in stretto accordo con la drammaturgia musicale dell’opera dei Telemann Rec., che curano le musiche.

Ma non basta: viene in mente la coppia ornitologica cigno/anatra (cioè danzatrice/migratore) che fa lievitare connessioni inedite tra l’imprescindibile figura čajkovskiana, identificativa come nessun’altra del balletto tout-court e quella, altrettanto fondativa, dell’etologia lorenziana, dal leggendario “Anello di Re Salomone” (1949) alle accurate descrizioni della rotazione aggressiva dell’anatra femmina in “Il cosiddetto male” (1963), senza dimenticare, nuovamente, le disposizioni quasi in stormo dei danzatori a inizio lavoro e sul finale.

E come non interrogarsi sulla citazione nel titolo dell’Orlando woolfiano (altro incontro con l’autrice di “The waves”, opera-feticcio di Sciarroni per sua stessa ammissione) il cui protagonista eponimo compie anch’egli un movimento circolare nella sua esistenza (Inghilterra, Costantinopoli, Inghilterra), così come, potremmo dire, percorre l’intero “ciclo” dal punto di vista del genere, e spingendo lo stesso libro a rivoltare il genere di biografia faux in romanzo fantastico, per alcuni versi preconizzante certo realismo magico?

E ancora, ormai presi dal vortice, come non lasciarsi tentare dall’evocazione dell’altro e primo Orlando, quello dell’Ariosto, i cui fili narrativi si dipanano girando – spesso a vuoto – nelle campagne francesi con gli andirivieni dei cavalieri, come trottole impazzite, come un carosello…

Mirabilmente, nella ridondanza di una insistita anafora gestuale (il movimento circolare) tutto questo e altro ancora fa capolino in quest’opera, ed è bello tornare a poggiare lo sguardo alla meraviglia della scena reale. Abbracciamo idealmente questi cinque corpi che scaldano la platea a un applauso lungo, fatto con una seria commozione di occhi asciutti e cuori tremanti.

TURNING_Orlando’s version
invenzione Alessandro Sciarroni
con Maria Cargnelli, Francesco Saverio Cavaliere, Lucrezia Gabrieli, Sofia Magnani, Roberta Racis
musica Aurora Bauza & Pere Jou (Telemann Rec.)
assistente Elena Giannotti – styling/costumi Ettore Lombardi
casting Damien Modolo – direzione tecnica Valeria Foti
amministrazione, produzione esecutiva Chiara Fava
promozione, consiglio, sviluppo Lisa Gilardino
produzione MARCHE TEATRO Teatro di rilevante interesse culturale, corpoceleste_C.C.00##
coproduzione Fondazione Matera-Basilicata 2019 e Basilicata 1799, CENTQUATRE-Paris, Snaporazverein
con il sostegno di L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale, Centro di Residenza Emilia-Romagna
Il progetto Turning_Orlando’s version è realizzato con il contributo di ResiDance XL – luoghi e progetti di residenza per creazioni coreografiche, azione della Rete Anticorpi XL – Network Giovane Danza D’autore, coordinata da L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino

durata 50′
applausi del pubblico: 5′

Visto a Roma, Teatro India, il 9 luglio 2020

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