Tutta casa, letto e chiesa: Valentina Lodovini e il femminismo urgente di Rame e Fo

Valentina Lodovini
Valentina Lodovini

“Ci sono giorni che valgono anni” recita uno slogan dei tormentati anni Settanta, decennio di fermento culturale e politico, di importanti battaglie per l’emancipazione della donna: nel ’74 la legge per il divorzio, nel ’78 la legge 194 sull’aborto, e nel 1981 l’abolizione della legge sul delitto d’onore.

Nasceva in quel contesto lo spettacolo di Dario Fo e Franca Rame, “Tutta casa, letto e chiesa” (1977), tre monologhi volti a restituire un affresco sulla condizione di sottomissione in cui versava allora la donna.

Con la regia di Sandro Mabellini, è Valentina Lodovini a portare in scena al Menotti di Milano lo spettacolo della coppia principe del teatro italiano di fine Novecento. Lo spettacolo è in tournée, e raggiungerà domani, 19 dicembre, il Teatro Duse di Bologna, prima di approdare, dal 28 dicembre al 6 gennaio, all’Astra di Torino.


A quarant’anni di distanza, la prima impressione che se ne ricava è che più di una generazione sia passata invano. Gli anni sono giorni: il vuoto culturale, intellettuale e politico ci ha ricacciato nell’arretratezza dei costumi. Le pari opportunità restano una chimera, tra i molti oneri e i pochissimi onori della donna contemporanea.

Valentina Lodovini è carismatica interprete di un ruolo comico che si adegua alla cultura popolare, punto di riferimento della coppia Fo-Rame, incastonando però squarci di lisergica contemporaneità.
Tre declinazioni dell’asservimento della donna al potere maschile. Nel primo quadro (“Una donna sola”) la troviamo all’interno di un appartamento borghese con i simboli del patinato benessere economico degli incipienti anni Ottanta: elettrodomestici, linea telefonica fissa, la donna riveste un ruolo di serva, padrona del circoscritto spazio domestico. Attraverso il benessere e l’agio di una condizione sociale ed economica soddisfacente, il marito, presente solo nei suoi discorsi urlati alla solitudine, può calpestarne la dignità e sottrarne la libertà. È un monologo forse superato nel linguaggio, ma non nei contenuti: la violenza psicologica, il ricatto morale e la cultura maschilista sono alla base di molti femminicidi riportati dalla cronaca contemporanea. È affrontato, inoltre, il tema della sessualità della donna, che a dispetto del suo ruolo di angelo del focolare, non ha dimenticato la propria fisicità, anche se il rapporto col mondo maschile è soddisfacente solo in sparuti momenti di trasgressione, mentre la quotidianità è segnata da dinamiche machiste e misogine che vedono l’uomo in una condizione di superiorità.

Il sesso, infatti, è campo di battaglia per eccellenza in cui la donna vive una condizione di endemica subalternità, come evidenzia il secondo monologo (“Il risveglio”). La protagonista è una giovane donna colta, intelligente, emancipata, alle prese con una maternità dapprima rifiutata, in seguito imposta dalle condizioni socio-politiche di un Paese dove la retrocultura cattolica è dominante, e infine vissuta sì con amore, ma anche con un senso di ingiustizia: ingiustizia nel percepire la disparità di genere che assume contorni realistici e quotidiani nello sfruttamento della donna nei luoghi di lavoro. Già, perché se c’è una cosa che le donne hanno guadagnato negli anni è l’accesso alle professioni. Ma lungi dall’essere una conquista, è solo un altro ambito di mortificazione. Oltre a fare i conti con il pendolarismo, i ritmi frenetici, la crisi economica, lo sfruttamento in fabbrica e in casa, la protagonista esprime la frustrazione per la mancata condivisione dei problemi all’interno del matrimonio.

A chiudere il cerchio una fatata “Alice nel paese senza meraviglie”. La dimensione fiabesca e onirica induce la donna ad allontanarsi dalle mani del padre e del marito per iniziare un percorso di esplorazione lungo la trasformazione che l’industria cosmetica e farmaceutica vogliono farne. C’è in quest’ultimo quadro una critica alla moderna dittatura dell’apparenza, che impone alla donna canoni estetici rigidissimi, pena un impietoso sguardo (soprattutto, ma non solo) maschile.
Una pièce leggera ma intellettualmente onesta nella restituzione della cifra di teatro comico-popolare, con una sferzante denuncia sociale. La comicità genuina di Valentina Lodovini poggia sulla regia senza sbavature, ma anche senza i guizzi consueti di altri lavori di Mabellini, che qui si mantiene deferente alla drammaturgia di Fo-Rame e nulla aggiunge all’attualità del tema affrontato.

La scenografia crea un realistico ambiente borghese nel primo monologo, che con un sapiente gioco di luci si trasforma in un spazio di coscienza per poi diventare interno di un appartamento popolare e nell’epilogo luogo fatato e incantato grazie a pochi dettagli funzionali per brevi cambi scena.

TUTTA CASA, LETTO E CHIESA
di Dario Fo e Franca Rame
con Valentina Lodovini
regia Sandro Mabellini
costumi Massimo Cantini Parrini
disegno luci Alessandro Barbieri
movimento scenico Silvia Perelli
scenografia Chiara Amaltea Ciarelli
musiche a cura di Maria Antonietta
aiuto regia Rachele Minelli

durata: 1 h
applausi del pubblico: 2’ 30”

Visto a Milano, Teatro Menotti, il 17 dicembre 2018

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