Tutti i battiti del cuore di una Imitationofdeath / Life

Imitationofdeath - Ricci/Forte

Imitationofdeath al Teatro Vascello di Roma (photo: Gianfranco Fortuna)

Pensate a quei personaggi dei cartoon a cui, d’un tratto, spuntano ai lati del capo un angioletto e un diavoletto.
Pungolateli affilandone gli estremi e mandateli a vedere il nuovo lavoro di una coppia di artisti capaci, già di loro, di suscitare reazioni estreme ed antitetiche.
Uno lo mandate a Roma. L’altro a Milano.
Uno invocherà l’amore. L’altro l’odio.
Per uno sarà un’epifania di vita. Per l’altro di morte.
Uno vivrà un orgasmo a caduta libera, da innamoramento privo di protezioni.
L’altro un fastidio che restituirà con uno sguardo livido spolverato di veleno.

Krapp, inevitabilmente, manterrà le distanze da entrambi, giocando – sadicamente – ad affiancarne i pensieri. Ecco perché oggi dedichiamo la nostra giornata sado/maso a Ricci/Forte. Dolce e amara. Iniziamo.

Quanto può durare una vita? Il tempo di un respiro? E quanto un respiro? Il tempo di una vita? Trattenendo il respiro, e quell’unica vita che è data, si entra in sala per assistere a una IMITATIONOFDEATH, tutta inevitabilmente maiuscola, inesorabilmente da pronunciare d’un fiato.

Si entra, mettendo il primo piede sugli scalini del Teatro Vascello di Roma, e, salendo, si vedono, lì, nel basso del palco, mentre tutto il mondo esterno prende posto, corpi: sedici, tra uomini e donne, giovani, sdraiati sul pavimento opaco. Ognuno con addosso il solo intimo a coprire le proprie – parola che si utilizzerebbe, proveniente da altri tempi, ma non questi, perché se ne hanno poche ed evitabili – vergogne. Ad osservarli bene, respirano, piano ma lo fanno. Sguardi furtivi, gente che si apposta, molti che già ammirano, aspettando, osservando quella scena spoglia, tutte le verità dietro alla scenografia del caso, qui mancante, evidenti: il velo abbattuto, i macchinari, il graticcio, i teli a vista. Si osserva il fondo del teatro, quel fondo da grattare via, ma dietro?

Si abbassano le luci, e il respiro da quei corpi diventa convulso, affannoso, mentre sul pavimento si contorcono quelle membra apparentemente così indifese.

Un lavoro corale, quello della nuova produzione di Ricci/Forte, all’anagrafe Stefano Ricci e Gianni Forte, al debutto tanto atteso da chi, fra i numerosi loro fan, a teatro ci va perché qualcosa è scattato, è accaduto, dentro di sé.
La rappresentazione al Romaeuropa Festival di ottobre fa seguito agli episodi deflagranti delle loro “Wunderkammer soap” nell’edizione dell’anno scorso. Dopo la caduta e la polvere di neve/nebbia, che si è accumulata sulla fonte dei ricordi, che sono le favole e l’infanzia, di cui monito è “Grimmless”.

Il pubblico interviene ancora una volta a gremire la sala perché toccato da un incontro, un’epifania che vuole continuare a provare, come in qualsiasi storia d’amore. Scintilla che, come in ogni vicenda di passioni, porta anche verso il baratro, dell’essere umano e dei tempi che corrono, spasmodici, carichi di segni il cui nome, da pronunciare, si è ormai dimenticato.

Punterà sui ricordi, su quei segni che si concretizzano, come magma rappreso negli oggetti; Chuck Palahniuk è nell’aria ad aleggiare come miccia, detonatore d’ispirazione ideale. Nella preparazione laboratoriale che ha portato a “Imitationofdeath” sono stati richiesti a chi partecipava e a chi è rimasto a striare di memoria, sangue e sudore quella scena, la cui quarta parete si abbatterà nel corso dell’ora e un quarto della sua durata.
Sarà così proiettato verso chi guarda quel vortice di nero umore, dai mille suoni, dai mille colori, il cui frullato condenserà una macchia sull’asfalto del delitto, che ancora si pronuncia essere vita. Immergendo dentro quel buco nero lo spettatore, coinvolto in prima persona, a non dimenticare più il suo nome.

Cinzia Brugnola, Michela Bruni, Barbara Caridi, Chiara Casali, Ramona Genna, Fabio Gomiero, Blanche Konrad, Liliana Laera, Piersten Leirom, Pierre Lucat, Mattia Mele, Silvia Pietta, Andrea Pizzalis, Claudia Salvatore, Giuseppe Sartori, Simon Waldvogel: ecco i sedici nomi di chi dà vita a tutto questo, aiutati nei movimenti in scena da Marco Angelilli; assistenti alla regia quattro delle attrici: Laera, Caridi, Salvatore, Genna. Nomi da riempire di nuovo di senso, di vita e di storia, per far sì che non sia sufficiente un “I Like” per archiviare, e dimenticare, il diario del proprio esistere.

Imitationofdeath - Ricci/Forte

Alcuni dei protagonisti di Imitationofdeath (photo: Gianfranco Fortuna)

È un neo-nato, “Imitationfdeath”, ancora da limare, asciugare, che ha tutta la necessità che ogni nuova esistenza sa pronunciare, anche nel silenzio, in modo da non poter evitare di essere ascoltata. La parola si sta levigando, a poco a poco, nei lavori di Ricci/Forte, quella parola che feroce dilaniava nei lavori precedenti, pronunciando la sentenza capitale piena di tic e pantomime del presente; si sta ora avvicinando all’essenzialità, che si mantiene, e forse inevitabilmente rimarrà, barocca. Ma non è forse barocca la stessa conformazione primordiale della vita dell’uomo, la struttura dell’atomo e del Dna?

Su quello che è un campo di battaglia cala la cavalcata delle valchirie che un novello Robert Duvall spara dal suo elicottero pieno di napalm, nella corrente di un “Apocalypse Now”, “combustibile a fuoco” di musica che spazia sempre e per sempre nei generi, provenienze e stili nel Mash-Up culturale, in cui frullano l’eterno presente Stefano Ricci e Gianni Forte.

Mentre i sedici si inseguono, si prendono, giocano, danzano, si umiliano, si puniscono… si concedono il primo premio nella gara di una sottomessa competizione da Oscar, nell’autoscontro del loro incedere stanco tentano di far affiorare, per un tempo che sia più veloce di un istante, la propria presenza. Sono corpo unico, quel corpo che, nella scena forse più forte, capace di portare alla totale immersione nello spettacolo, viene preso nelle sue parti più intime, in quelle invocate vergogne che a coppie, uomo e donna o simili di genere, vengono utilizzate per condurre per lo spazio il partner, schiavi l’uno dell’altro, in quel sé così lontano.

Urlati e sospirati nomi, anni, ricordi, pianta al microfono la propria storia, mentre qualcun altro traccia con un pennarello la sezione da macelleria dell’anima sulla pelle, cambi repentini di quella pelle e di abiti. Lavagne dal sapore di scuola che fu, su cui si elencano numeri, di cui si scoprirà il (doloroso) senso.

Continua il vortice, che non può che perdersi, fermarsi, e riprendere col salto, dentro, di quei sedici piccoli (grandi) “fuochi”, circondati dai propri oggetti, àncore di (non) salvezza dall’oblio.
Sale l’urlo, rappreso, congelato, amplificato dalla presenza dei Pink Floyd. Non c’è più parola sufficiente a descrivere, a dire quella richiesta d’aiuto. Rimane la parola, silenziosa, detta da 16 corpi tramite l’alfabeto dei sordomuti, nella speranza che chi osserva non l’abbia dimenticato, o sia pronto a ricordare.
 
IMITATIONOFDEATH
drammaturgia: ricci/forte
movimenti: Marco Angelilli
direzione tecnica: Davide Confetto
assistenti regia: Liliana Laera, Barbara Caridi, Claudia Salvatore, Ramona Genna
regia: Stefano Ricci
con: Cinzia Brugnola, Michela Bruni, Barbara Caridi, Chiara Casali, Ramona Genna, Fabio Gomiero, Blanche Konrad, Liliana Laera, Piersten Leirom, Pierre Lucat, Mattia Mele, Silvia Pietta, Andrea Pizzalis, Claudia Salvatore, Giuseppe Sartori, Simon Waldvogel
una produzione: ricci/forte
in coproduzione con: Romaeuropa Festival | CSS Teatro stabile di innovazione del FVG | Festival delle Colline Torinesi | Centrale Fies
durata: 1h 15′

Visto a Roma, Teatro Vascello, il 25 ottobre 2012


 

Leggi anche il pezzo di Renzo Francabandera, “Ricci/Forte in un collage di idee stanche / Death

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  • Marco Lucetti ha detto:

    Scrivo a nome di un nutrito gruppo di estimatori di Ricci/Forte per esternare il gradimento e l’apprezzamento per il nuovo lavoro dei due autori. Uno spettacolo, IMITATIONOFDEATH, che si è rivelato essere un ennesimo passo avanti in un percorso creativo artistico che non ha, ad oggi, avuto incertezze e anzi, si arricchisce sempre di più di esperienze e novità.
    Ricci/ forte sono un bene per il nostro teatro e vanno sostenuti e valorizzati. Un invito ad andare ad assistere ad uno spettacolo che è una gioia per i sensi e la mente, emozionante, sorprendente e bello.

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