Tutto quello che volevo. Spanò, pensieri e Parioli

Cinzia Spanò in Tutto quello che volevo
Cinzia Spanò in Tutto quello che volevo

È stato uno dei casi di cronaca più chiacchierati del 2016: quello delle due studentesse, di 14 e 15 anni, frequentanti uno dei migliori licei di Roma, che si prostituivano in un appartamento dei Parioli. La vicenda dominò i media, e di recente ha persino ispirato la serie tv “Baby” su Netflix.
Gli elementi per attirare il grande pubblico c’erano tutti: fatti scabrosi come il sesso a pagamento, la giovane età e l’estrazione sociale delle protagoniste, gli adulti coinvolti, professionisti della Roma bene, padri di famiglia dai nomi importanti.
I media ebbero gioco facile nel guidare l’opinione verso la colpevolizzazione delle ragazzine: nessuno le aveva costrette, non avevano problemi economici, avrebbero deciso spontaneamente di vendere il loro corpo.
La legge però supera gli stereotipi e il senso comune. Che non sempre coincide con il buon senso. Per la legge, le due protagoniste sono da considerare vittime a tutti gli effetti perché la loro età le pone in una condizione d’inconsapevolezza e di subalternità nei confronti degli adulti che hanno approfittato di loro.

“Tutto quello che volevo”, monologo di e con Cinzia Spanò che ha debuttato a maggio al Teatro Elfo Puccini di Milano, indaga la vicenda dal momento in cui una delle due ragazzine ha incrociato la giudice Paola Di Nicola. La quale, dovendo pronunciarsi sulla pena e sul risarcimento da parte di un 35enne “cliente” professionista romano, emette una coraggiosa sentenza. La giudice, per evitare il paradosso di risarcire le ragazze con il denaro, oggetto di desiderio in cambio del proprio corpo, quantifica il danno in libri, volti a costruire maggiore consapevolezza della dignità femminile. Opere come “Il diario di Anna Frank” o “La banalità del male” di Hannah Arendt.

Cinzia Spanò porta in scena un lavoro intenso e appassionato che prende spunto dalla cronaca giudiziaria per mostrare un’Italia ancora profondamente sessista, in cui le pari opportunità sono un’utopia e il linguaggio medio continua a seguire le orme del Codice Rocco (1930).
Allo sfondo poco edificante di un Paese ipocrita, fa da contraltare l’integrità della giudice Paola Di Nicola. Spanò ne ripercorre le tappe più importanti della biografia e della carriera: gli studi, il concorso in magistratura, la difficoltà di affermarsi professionalmente in un mondo maschilista. Fino al caso delle ragazzine di viale Parioli, di cui rigorosamente ricostruisce i fatti, analizzando le intercettazioni e ricomponendo uno scenario che i media avevano restituito all’opinione pubblica in modo parziale.


Scavando nella direzione del teatro civile, come già in “La moglie”, Spanò realizza un lavoro teatrale coerente alla linea femminista che caratterizza la propria arte, ma forse dispersivo quanto al risultato finale.
La storia delle parioline fagocita quella della giudice. Al punto che si fatica a riconoscere il nucleo centrale dello spettacolo. La costruzione perde più volte il centro, segue propri percorsi politici, psicologici, civili, con parziale detrimento della coerenza drammaturgica e quindi del risultato artistico. Tanto che, nello spettacolo, fa capolino persino un’invettiva a favore della femminilizzazione dei nomi delle professioni illustri. Una battaglia, quest’ultima, forse legittima, ma certo lontana dal riscontrare la compattezza dello stesso mondo femminile, e teatralmente gratuita.

Degno di nota è invece il meticoloso lavoro di ricostruzione dei fatti al servizio di un’interpretazione intensa e generosa. Lo sguardo di Spanò è denso di sfumature, ora lucide e realistiche, ora emozionali, fino a diventare a tratti decisamente intimo e onirico.
La regia di Roberto Recchia ricorre al bianco e nero per simboleggiare i chiaroscuri di una vicenda grigia, torbida, dove occorrerebbe maggiore attenzione e sensibilità nel definire i contorni del torto e della ragione. L’assenza di colori caratterizza anche la scarna ed essenziale scenografia, composta di pareti come tasselli mobili (che all’occorrenza diventano sfondi sui quali proiettare immagini), ma anche nei costumi della protagonista e nei bellissimi inserti video del giovane videomaker Paolo Turro, realizzati con gli allievi del Dipartimento di Progettazione e Arti Applicate dell’Accademia di Belle Arti di Brera.

TUTTO QUELLO CHE VOLEVO
Storia di una sentenza
di e con Cinzia Spanò
regia Roberto Recchia
video del “Sogno” di Paolo Turro
datore luci Matteo Crespi, fonico Gianfranco Turco
voci di Irene Canali (Laura) e Ferdinando Bruni, Federico Vanni, Francesco Bonomo, Giovanna Guida
con l’amichevole collaborazione di Francesco Bolo Rossini
produzione Teatro dell’Elfo
video realizzati in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Brera – Dipartimento di Progettazione e Arti Applicate, diretto dal prof. Roberto Favaro
Produzione: Giulia Pacioni, Giorgia Motta, Alessio Ferrantino
Ripresa e fotografia: Piergiovanni Turco, Maila Bidoli, Luca Matassoni
Post-produzione: Luigi D’Elia, Thomas Bentivoglio, Piergiovanni Turco
Suono: Mariusphere, Jessica Moscaritolo
Musica: Mariusphere
Scenografia: Andrea De Liberato

durata: 1h 25’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 10 maggio 2019
Prima nazionale

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