U Tingiutu. L’Onorata Società calabrese nel noir di Scena Verticale

U tingiutu
U tingiutu

U tingiutu (photo: scenaverticale.it)

Stupisce la maturità artistica di Dario De Luca, attore, regista e autore di Scena Verticale, compagnia calabrese che si è imposta da qualche anno a livello nazionale. Nel suo recente “U Tingiutu. Un Aiace di Calabria” (2009) la protagonista assoluta è la “Mala Calabria”, la ‘ndrangheta, che viene declinata nelle sue più bieche oscenità: la brama di potere, la violenza, il delirio.

Siamo in un’agenzia di pompe funebri, quartier generale della cosca e funesto scenario di soprusi e gerarchie crudeli. Un clan dell’Onorata Società calabrese, alla morte del boss Achille, giudica Ulisse e non Aiace l’affiliato più valoroso, conferendogli il potere. Aiace, accecato d’ira e offeso nell’onore, prepara la violenta rivalsa fino a torturare Ulisse. Da quel momento in poi sarà “u tingiutu”, ossia tinto col carbone, condannato per lo sgarro fatto e destinato dagli uomini della cosca a morire.

“Ho provato a raccontare la mia Mala Calabria usando gli eroi greci – afferma De Luca nelle note di regia – La tragedia antica mi ha offerto la vista per spiegare e interpretare facce, affari, ambizioni, destini e pance di questi malacarne che hanno trovato fortuna e identità nell’altra legge”.

Lo spettacolo inizia con tono leggero: nell’agenzia alcuni uomini scherzano e cantano, mentre vestono una salma; sembrano medici e infermieri in un obitorio. Si capirà dopo poco che non c’è da stare tranquilli: gli spari vibreranno nell’aria, e la trama scivolerà nell’incubo nel momento stesso in cui verranno calate le veneziane fra palco e platea. Il punto di rottura viene risolto proprio con questa trovata scenografica, forse a segnare la lontananza tra il nostro mondo e il loro, o a sottolineare un’intimità mafiosa cercata e non svelata.

La struttura narrativa, agile, ricca di flashback e costruita in forma circolare, è supportata dall’interpretazione dei favolosi attori, che vale la pena citare tutti: oltre a Dario De Luca, Rosario Mastrota, Ernesto Orrico, Fabio Pellicori e Marco Silani. Camaleontici e precisi si muovono come felini in scena, sputano la loro rabbia e ingannano il pubblico, visto che nel finale sembrano almeno il doppio.
La lingua calabrese, dura quanto basta, trasmette tensione e racconta di come la ‘ndrangheta si regga sui rapporti di famiglia: vincoli che sembrano importanti, ma che in realtà contano meno di una “pippata in più” e del potere. Nessun onore quindi, come nessuna speranza, ma solo pistole in bocca e torture, prevaricazioni e violenza continua, in un crescendo di ambientazioni noir che vivono di chiarori e ombre in stile cinematografico, con le luci tagliate dalle veneziane, capaci di creare un paesaggio insano e buio che getta nello sconforto gli spettatori.
Lo spettacolo arriva diretto al pubblico romano, superando il dialetto e riuscendo a far vibrare gli episodi narrati, così da rendere questo mondo troppo vicino a noi.

U Tingiutu. Un Aiace di Calabria
ideazione, testo e regia: Dario De Luca
con: Dario De Luca, Rosario Mastrota, Ernesto Orrico, Fabio Pellicori, Marco Silani
musiche originali: Gianfranco De Franco, Gennaro de Rosa
assistenza alla regia: Isabella Di Rosa
scene, costumi e oggetti di scena: Rita Zangari
fantocci: Teatro delle Rane
direzione tecnica e audio: Gennaro Dolce
luci: Gaetano Bonofiglio
foto di scena: Angelo Maggio
organizzazione e distribuzione: Settimio Pisano
produzione: Scena Verticale col sostegno di Calabria Palcoscenico – Regione Calabria
durata: 1h 05’
applausi del pubblico: 2’ 28’’

Visto a Roma, Teatro Palladium, il 6 marzo 2010

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