Un Amleto contemporaneo. Intervista a Gianfranco Berardi

Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari

Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari

Incontro Gianfranco Berardi per una veloce chiacchierata dopo lo spettacolo, gli applausi sono stati molti, la sua spontaneità è forte e dirompente, la sintonia con una bravissima Gabriella Casolari.
In scena l’insoddisfazione di una donna, Italia, che potrebbe essere chiunque e allo stesso tempo è l’immagine di un Paese, l’Italia appunto, nel suo complesso stanco e capace di vivere di rimpianti senza iniziare nessuna rivoluzione partendo da se stesso.

Si susseguono accenni di storie di donne e uomini specchio del proprio Paese, vecchio bar che ha perso i clienti. Gianfranco è Tiresia, l’amante cieco dell’insoddisfatta Italia. Promotore di una rivoluzione interiore proprio in virtù della crisi contemporanea; un moto di rivolta che comincia dallo scherno e finisce con l’introspezione profonda. Tiresia è un Amleto contemporaneo che non ha perso il senno ma la vista e che, animato dalla medesima follia artisitca, invita chi lo circonda a guardare oltre e arrivare alla verità.


L’incipit di questo spettacolo è parte di quello che hai portato come corto teatrale al Franco Parenti lo scorso anno per il progetto Tfaddal. In “In fondo agli occhi” citi Amleto. Il richiamo a Shakespeare è casuale?
Quel corto teatrale si è nutrito di questo spettacolo in quanto il pensiero sull’Amleto torna molto spesso come dinamica nei nostri spettacoli. Credo che oggi Shakespeare scriverebbe: “Essere o non essere questo è il problema, lei signora cosa ne pensa?”, e io sono assolutamente concorde con questa visione di mescolare il grande teatro con, come ho letto in una recensione, “pennellate di cabaret che sarebbero piaciute a Grotowski”.
Noi come compagnia lavoriamo sempre con il rappporto col contemporaneo, con l’autobiografico e con la presenza di un qualcosa di eterno e classico; volevamo che quello studio proposto al festival del Franco Parenti presentasse riferimenti shakesperiani e allo stesso tempo qualcosa di contemporaneo. Amleto si sente un genio, è un artista, potrebbe spaccare il mondo ma purtroppo, visto che si ritrova in un contesto di crisi, non riesce. Questa dinamica amletica è assolutamente universale. L’essere umano è così e questa cosa si ripete. In questo possiamo definire il nostro come un teatro di antica contemporaneità.

L’utilizzo dell’autobiografia per parlare dell’universale è una visione tipica della regia di César Brie. In questo spettacolo sembrano emergere tratti forti della sintonia tra Gianfranco e Gabriella: quanto c’è in scena del vostro rapporto? Inoltre, la visione poetica di Brie, molto improntata al teatro di azione scenica, sembra sposarsi bene con la forte fisicità della vostra drammaturgia. Com’è stato lavorare insieme?
Relativamente al rapporto con Gabriella non te lo posso dire! C’è tanto ma anche no, siamo sempre su un palco! Di certo quello che è successo è che la nostra poetica e quella di Brie si sono incrociate in modo molto rispettoso e spontaneo. César ha rispettato il nostro linguaggio pop molto personale, ci ha spinto ad andare all’estremo dell’autenticità, ma ci siamo trovati in sintonia al punto che molte scene e immagini dello spettacolo che sembrerebbero scritte da Brie sono in realtà nostre.
Noi abbiamo lavorato molto portandogli delle proposte, e lui le ha accolte incoraggiandole. Lavorare con Brie è un’esperienza che consiglio a tutti gli attori, perché permette di fare un lavoro su di sé innanzitutto, dà degli insegnamenti per la vita e si basa su di un fortissimo rispetto.

Il ritmo, all’inizio dello spettacolo, è molto incalzante e alto, reciti in rima, mentre si dissolve totalmente alla fine. Perché?
Al di là della tecnica teatrale, questo spettacolo è un gioco di svelamenti, un percorso dove pian piano i protagonisti si mettono a nudo, quindi si eliminano gradatamente le maschere. Si parte dai cliché: quello dell’artista, quello dell’uomo, quello del cieco, e poi si scivola in un finale romantico e autentico. Più si va in fondo agli occhi più si va in punta di piedi.
La poetica base di questo spettacolo è che, quando io ti parlo di me, della coppia, è possibile allargare queste dinamiche rivolte a noi all’universale, così come si può parlare dell’Italia perchè anche noi siamo italiani, e sul concetto di rivoluzione perchè dobbiamo partire dal nostro piccolo se voglio cambiare il macrosistema. Credo ancora che la rivoluzione esista, ma come processo totalmente interiore. In un discorso del genere il ritmo da aggressivo non può che sciogliersi contemporaneamente all’avanzare dell’introspezione.

E’ la prima volta che rappresenti un personaggio cieco sul palco. Che valore ha la cecità in questo spettacolo?
La cecità ha fondamentalmente un valore metaforico. Perchè qual è la condizione che rappresenta quest’epoca e la generazione giovane ormai da anni? Il buio. Non si fa che dire che vaghiamo alla cieca, siamo precari, instabili. Questo cosa significa? Che l’instabilità ci ha messo in crisi. Il cieco in questo caso è colui che si ostina a cercare una prospettiva e non si arrende anche se continua a non vedere niente. Quello che comunica la metafora della cecità è il non rinunciare a guardare oltre approfittando di questo momento di crisi e di buio. L’invito è di farlo attraverso una personale introspezione, che porti ognuno all’autenticità e all’abbandono di maschere e cliché per diventare una persona manifesta, non spudorata. L’introspezione è una possibilità che abbiamo tutti, il cieco è il primo che può farla per la sua condizione, così come l’artista. Il valore della cecità è questo.
 

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