Una bestia sulla luna. Andrea Chiodi affronta Kalinoski e il genocidio armeno

Photo: Favretto
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Nella Milwaukee del 1921 Aram e Seta si incontrano per la prima volta a casa di lui: si sono appena sposati.
“Una bestia sulla luna” è il testo più famoso di Richard Kalinoski, pluripremiato drammaturgo e regista residente all’Università del Wisconsin Oshkosh, debuttato nel 2005 in quelle inesauribili officine creative di Off-Broadway e poi tradotto in decine di lingue per essere rappresentato in mezzo mondo.

Fondazione Teatro Due e Centro Teatrale Bresciano mettono insieme le forze per entrare nelle vite sfregiate di due sopravvissuti al genocidio armeno di un secolo fa, affidandone la regia ad Andrea Chiodi.

Immigrati negli Stati Uniti, e sposatisi per procura, Aram e Seta congiungono le loro esistenze nelle spoglie mura domestiche che l’uomo ha colmato di speranze e propositi per una vita lontana dalla tragedia.
Un matrimonio celebrato dalle carte bollate si consuma in una affezionata indagine che Kalinoski dedica alla famiglia, insinuandosi nelle sue inclinazioni più dispotiche, nei suoi valori più arrugginiti, riflettendo su come salvezza e prigionia abitino spesso sotto lo stesso tetto.


A Fulvio Pepe spetta il compito di infliggere ad Elisabetta Pozzi le frenetiche ossessioni di un coniuge autoritario, invasato dalla dottrina biblica, asfissiato dalla ricerca insistente di una procreazione ereditaria, incapace di riconoscere nella sua sposa nient’altro che non si discosti da una figura ideale di donna ubbidiente, asservita e unicamente assorta nella ricostituzione di una famiglia che la follia turca gli ha letteralmente decapitato durante l’infanzia.

Elisabetta Pozzi affronta invece la solitudine di un’orfana ancora adolescente, la gratitudine verso un uomo che l’ha scelta per farla tornare a sorridere quando “essere vivi non era in nessun piano”, e la straziante quotidianità intossicata da un compagno padrone che divora ogni sua rivendicazione di una vita finalmente svincolata dagli orrori del passato. Il passato cucito in una bambola, unica reliquia strappata ai sanguinosi ricordi, che ora la accompagna nelle delusioni esistenziali con cui convivere.

Completano il cast Luigi Bignone e Alberto Mancioppi, un ragazzino orfano italiano che si legherà affettuosamente per affinità di sorte a Seta, e lo stesso personaggio divenuto anziano, che interpreta il narratore della vicenda, completandola con aneddoti storici e biografici, presenza discreta e matura che si anniderà assorto tra i non detti della narrazione.
Nonostante le disumane vicissitudini del popolo armeno siano il combustibile letterario che azionano lo spettacolo, l’orizzonte storico e tutte le sue implicazioni politico sociali rimangono più che altro in sottofondo, un controluce su cui il drammaturgo appoggia tutto il magma di memoria documentaria per dare luce frontale ad altre tematiche più incombenti sulla collettività attuale.

Kalinoski esalta nella sua costellazione drammaturgica una giostra di argomenti sensibili che spaziano dai traumi dell’immigrazione all’emancipazione femminile, dalle arcaiche concezioni sull’istituzione familiare al mai troppo ribadito diritto umano ad una vita dignitosa di realizzazione professionale e civile, fino alle inestinguibili problematiche di violenze sui minori. E come nella sfocata questione armena si percepisce anche qui una sbrigativa esplorazione della materia, nonostante il testo non manchi di una autentica e prolifica teatralità.

La regia di Andrea Chiodi si attesta affidabile su una prova attoriale di saliente vigore interpretativo. Un Fulvio Pepe sempre autorevole ma mai ridondante impersona un ruolo che riesce con maestria a non esasperare, restituendo anche ad Aram i suoi lati più introversi e confidenziali. Mentre Elisabetta Pozzi cavalca appassionata sia l’esuberanza adolescenziale di Seta come il suo riscatto da adulta, padroneggiando le colorite increspature di un personaggio che non evita di indossare come un guanto.
Testo ed esecuzione si accarezzano con pennellate di cordiale comicità e ironiche divagazioni, appropriati alleggerimenti per un pubblico altrimenti troppo incupito, senza comunque mai concedere nulla all’irriverenza.

È una macchina scenica agevolmente collaudata, con tutti gli ingranaggi oliati con cura e minuzia, forse anche troppa, concedendo così magari troppo poco spazio a una disinvolta e spontanea interazione, che avrebbe potuto arricchire il congegno con una più dinamica impulsività.

“Una bestia sulla luna” non apre nuovi imperscrutabili scenari su una storiografia che rischia come tante di cadere nell’oblio archeologico, né riaccende imprescindibili dibattiti su temi a volte disquisiti con troppa approssimazione, ma indubbiamente sollecita lo spettatore all’urgenza della documentazione e del confronto.

UNA BESTIA SULLA LUNA
di Richard Kalinoski
Traduzione Beppe Chierici
Regia Andrea Chiodi
Scene Matteo Patrucco
Costumi Ilaria Ariemme
Luci e video Cesare Agoni
Musiche Daniele D’Angelo
Interpreti Elisabetta Pozzi, Fulvio Pepe, Alberto Mancioppi, Luigi Bignone
Produzione CTB Centro Teatrale Bresciano, Fondazione Teatro Due

durata: 1h 48′
applausi del pubblico: 1′ 57”

Visto a Parma, Teatro Due, il 23 gennaio 2018

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