Una fucina in Cantiere per il teatro di figura, in cui poter anche sbagliare

SENLIMA journey with no limits (photo: salihara.org)
SENLIMA journey with no limits (photo: salihara.org)

SENLIMA journey with no limits (photo: salihara.org)

C’è un lascito importante da parte dell’edizione di Cantiere 2015, concorso rivolto alle compagnie ed agli artisti emergenti nell’ambito del teatro di figura, e spazio off del Festival Incanti di Torino, di cui vi avevamo raccontato la settimana scorsa parlandovi della Ulrike Quade Company e di Nori Sawa.

Sono proprio le riflessioni sorte sul terreno di Cantiere, a cui il festival internazionale del teatro di figura ha dedicato un intero pomeriggio negli spazi dell’Hub Cecchi Point, ad offrirci un punto di partenza per riprendere le narrazioni sulla 24^ edizione del festival, appena concluso, e per descriverne l’atmosfera che lo ha animato.

Protagoniste della giornata sono state le compagnie Tarassaco Teatro, Matteo Moglianesi, Luca Zilovich, Zëri-T e Carmentalia, ciascuna delle quali ha curato la messa in scena di una delle drammaturgie scritte appositamente dai ragazzi della Scuola Holden di Torino nel corso del progetto “Scrivere per il Teatro di Figura”, tenuto da Gyula Molnar e Gigio Brunello in collaborazione con Alberto Jona.

La giuria, composta da Donatella Pau per Is Mascareddas di Cagliari, Angela Santucci della Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani di Torino, Giordano Sangiovanni del Teatro Verdi di Milano, Fabio Naggi per Unoteatro, Alberto Jona e Jenaro Meléndrez Chas per Incanti e da Krapp’s Last Post, ha infine premiato “E.C.G. – Piccola avventura di un cuore a Venezia” di Matteo Moglianesi (di/con Serena Crocco, Sara Milani, allestimenti scenici di Nicolò Mazzotti e suono di Giulia La Marca), realizzato sul testo di Antonietta Zaccaro e Sharon Galano, rivisitazione “pulp” de “Il Mercante di Venezia” di Shakespeare.

Un premio “per aver scelto di indagare sul linguaggio del teatro di animazione in modo coraggioso; per aver interpretato in modo suggestivo e libero il testo scelto, in modo particolarmente convincente nella parte finale dello studio; per l’uso interessante della drammaturgia visiva in accordo a quella sonora”.

Ma ciò che emerge da Cantiere 2015 è la volontà e l’interesse per il confronto: a fine giornata le compagnie e la giuria si sono incontrate per una discussione sullo “stato dell’arte” che ha sottolineato l’importanza dell’esistenza di luoghi in cui poter sbagliare, che si offrano come opportunità di crescita per il processo creativo, restituendo ad esso il suo aspetto dinamico al di fuori della logica eccessivamente statica del “prodotto finito”.
Ciò che ha voluto essere Cantiere quest’anno, concorso che si colloca all’interno di uno dei pochi festival italiani che restituisce al teatro di figura la sua dimensione di ricerca, è proprio questo: stimolare al perfezionismo della tecnica, al perseguimento del rigore scenico, a farsi custodi di un sapere manuale antichissimo, riuscendo tuttavia a giocare con la tecnologia e con la poliedricità dell’ immagine, del suono e con la contaminazione dei linguaggi.

Sulla marginalizzazione tutta italiana del teatro di figura cui siamo soliti assistere, al di là di alcuni virtuosismi tra cui spicca Incanti, cade la responsabilità delle accademie d’arte nostrane e della mancanza di una formazione adeguata, che sia sperimentale e trasversale rispetto al processo creativo. Il confronto con l’ambito europeo è immediato. Ed Incanti lo sa bene, riuscendo ad essere non solo finestra sugli spettacoli europei di maggiore rilevanza artistica, ma anche attraverso il Progetto Accademia, quest’anno inagurato.

L’obiettivo del progetto vorrebbe essere proprio quello di creare una rete con le realtà formative internazionali nell’ambito del teatro di figura, tessendo virtuose e mutuali permeazioni artistiche. Con il sostegno del Goethe Institut (e il programma Torino incontra Berlino) approda dunque alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino, sede principale del festival, l’esperimento “Borders, Bata, Grenzen” con lo spettacolo “Senlima – A journey with no limits” co-prodotto dalla compagnia tedesca Retrofuturisten e dall’indonesiana Papermoon Puppet Theatre.
Il progetto nasce all’interno del Dipartimento di Teatro di Figura dell’Accademia di Arte Drammatica Ernst Busch di Berlino, istituito a vent’anni dal riconoscimento dell’autonomia dell’Accademia (1951) rispetto al Conservatorio Tedesco fondato da Max Reinhardt nel 1905: un ambiente ricco di storia.

La fusione della mitologia indonesiana con l’immaginario urbano occidentale narra in “Senlima” la storia di una solitudine, quella di un uomo nascosto tra i palazzi caotici di una metropoli con la sola compagnia del suo volatile, il quale, fuggendo sedotto dal dio degli uccelli Garuda, abbandonerà il padrone alla sua tristezza.
La metafora del viaggio (la liberazione dell’uccello tenuto in gabbia e  quella interiore dell’uomo alla ricerca di un sé dimenticato) viene messa in scena attraverso l’uso delle proiezioni video (arricchite dalla tradizione fumettistica orientale) su una parete velata che divide a metà il palcoscenico ed i piani narrativi.

Gli animatori dei pupazzi, in una babele onomatopeica che suggerisce ironicamente la babele linguistica a cui le due compagnie hanno probabilmente attinto nel processo creativo per mediare sulla creazione di un linguaggio scenico altro, che fosse infine comune, si trasformano in un gruppo di buffi personaggi alle prese con una scatola che si rivelerà essere la casa dell’uomo e del suo uccello.

Infiltrandosi con una piccola telecamera all’interno della misteriosa scatola e riproducendone le immagini su uno schermo, il mondo di questa fiaba moderna esploderà sulla scena e prenderà vita con le marionette. Una contaminazione di teatro di figure e digital media che si rivela seduttiva, raffinata, anche grazie all’approfondimento della tecnica del green-screen durante le tre settimane di lavoro che hanno impegnato entrambe le compagnie a Jakarta, e che hanno avvicinato la tedesca Retrofuturisten al Wayang, il teatro d’ombra tradizionale giavanese.

Raccontandoci la nascita di “Senlima”, durante l’incontro con il pubblico che ha seguito lo spettacolo, ci parlano proprio della presa di coscienza dell’approccio culturale alla creazione che condiziona l’artista di fronte ad una tradizione sconosciuta. Si rivela fondamentale, allora, metterlo in discussione: “In any case, you can’t force inspiration”, affermano.
Un’ottima prima per il Progetto Accademia ed una ricca fonte di stimolo per chi segue Incanti in platea alla ricerca (o per perfezionare) i “ferri del mestiere”.

Restando parzialmente al nostro est, pur con riferimento alla letteratura fondativa del teatro contemporaneo europeo, citiamo allora l’“Ubu Incatenato” di Alfred Jarry, messo in scena con “Mutual dreams” dalla compagnia Tiyatrotem, fondata da Ayşe Selen e Şehsuvar Aktaş, con l’uso della tecnica del teatro d’ombre Karaghios e dell’ironia cabarettistico-circense. Uno spettacolo narrato in turco, che rende il parlato una colonna sonora operistica, piacevolissima agli estranei a questa lingua.

Dopo una giornata dedicata, invece, agli italiani Riserva Canini con “Grimm – I guardiani del pozzo” ed Irene Vecchia, vincitrice del progetto Cantiere nel 2012, con “Un caso cromosomico”, il festival si è concluso con una giornata di lirica gestuale proposta dalla compagnia francese Jeux de mains jeux de vilains con lo spettacolo “Je n’ai absolument pas peur du loup!” e con il debutto di “Choices” dei Pesci Volanti, ideato, diretto ed interpretato da Giulia Menegatti, vincitore del bando Generazione Creativa – Scene allo Sbando della Compagnia di San Paolo.

Dai racconti di Prokofiev e Daudet messi in scena dai francesi Sophie Guyot-Tabet, Marion Lalauze e Florian Martinet, le cui mani si prestano a metamorfosi vegetali ed animali con il favore del buio, “Choices” ci trasporta invece nel contemporaneo liquido e baumaniano dello scegliere, necessario eppure socialmente anacronistico.
Attraverso le tecniche del digital storytelling e la raccolta di numerose “testimonianze” accomunate dalla condizione generazionale, approda sul palmo delle mani il dar vita a queste voci, facendosi traccia viva del “chissà come sarebbe stato”, e lasciando spazio all’interrogativo.

Per concludere, di questa edizione di Incanti vogliamo ricordare la freschezza, ricca di stimoli ed inclusiva, che ci sembra aprire interessanti prospettive sul prossimo anno e su ciò che il teatro di figura può essere e può ancora diventare.

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