Uno, nessuno e centomila. I 150 anni di Pirandello nell’era di Facebook

Dodici anni fa, nella sua prima messa da papa, Benedetto XVI stigmatizzava la «dittatura del relativismo che non riconosce nulla di definitivo». Il papa percorreva sommariamente i «venti di dottrina», le «correnti ideologiche», le «mode di pensiero» degli «ultimi decenni»: «dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo, all’individualismo radicale […] e così via».

Parlare di relativismo in Italia vuol dire in realtà viaggiare a ritroso ben oltre gli ultimi decenni. Senza addentrarsi in sottigliezze filosofiche o teologiche, la mente arriva dritta a Luigi Pirandello, acuto interprete di un processo caratterizzato dallo sfaldarsi dell’io e dal frammentarsi dell’identità individuale.

Quando Pirandello nasce a Girgenti (l’odierna Agrigento), il 28 giugno 1867, l’Italia stessa è intrisa di quella frammentazione che il Regno Sabaudo non solo non era riuscito a comporre, ma addirittura si era esasperata mediante una serie di provvedimenti (esosità fiscale, leva obbligatoria quinquennale, iniqua distribuzione dei finanziamenti delle opere pubbliche) che gravavano soprattutto sul Mezzogiorno. L’unità d’Italia appariva come un processo politico di facciata che in pratica non cancellava particolarismi e logiche di campanile e potere.
La Sicilia, a sua volta non assimilabile a quell’«espressione geografica» con cui Metternich identificava l’Italia, è la patria di Pirandello, emblema di un relativismo che non si limita alla vita politica, sociale e culturale di un Paese, ma riguarda l’identità personale di ciascuno di noi, oltre ogni coordinata temporale e spaziale. Centocinquant’anni e non sentirli.

Va dato atto a Pirandello – in largo anticipo sul “pensiero debole” di Vattimo o sulla “liquidità esistenziale” di Bauman – di aver prefigurato il postmoderno come incertezza, disincanto (per dirla anche alla Max Weber), mescolanza e tramonto delle gerarchie, senza più fondamenti solidi in nessun ambito dell’esistenza, dalla sfera pubblica a quella privata e affettiva.

Luigi Pirandello scandaglia i lati più oscuri dell’animo umano e le complesse dinamiche sociali che ne sono l’espressione. La sua ampia produzione letteraria rimane attuale: i fatti, sospesi in un eterno presente, raccontano la vita nella sua mutevole, inquietante semplicità.
Nella narrativa come nel teatro, Pirandello prefigura la crisi del Positivismo e la fine della Belle Époque con largo anticipo sulla Prima guerra mondiale. Afferma la vacuità di un mondo integro, ordinato, interpretabile secondo le categorie della ragione durante la canea retorica del Fascismo (cui pure aderì) che imponeva un’armonia di facciata tra vita e forma.

Pirandello coglie le mille tonalità grigie dell’esistenza nascoste sotto la patina di colori sgualciti. Evidenzia l’incapacità relazionale delle anime in pena che siamo e che eravamo. Anche nel vivo della dittatura, nel pieno di una cultura permeata di dogmatismo, Pirandello semina il dubbio contro ogni ragionevole certezza, dando consistenza alla spaesamento dell’uomo contemporaneo.

Uno dei motivi topici del relativismo pirandelliano è la follia. Folle è anzitutto il nostro io inconsistente agli occhi della fatiscente normalità borghese. Tutti noi siamo flussi di percezioni mutevoli, articolazioni scomposte di frammenti che cambiano di minuto in minuto.
In Pirandello il soggetto non esiste più, sparso nelle cose. L’unità è smarrita, come ricorda il finale di “Uno, nessuno e centomila”: «Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola: domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo […] Muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori».
Un effetto sconcertante: scambi, opposizioni, combinazioni tra le più svariate. La vita non conclude perché è un flusso continuo. Non può placarsi. Non può fissarsi in forma. Se si fissasse, morirebbe.

Ecco perché in Pirandello, oltre a quella del personaggio, è importante la figura dell’attore. “Attore” in greco si dice “ipocrita” (hypokritḗs). Gli uomini fingono, interpretano un ruolo: tutti ipocriti, soltanto attori. Non ci sono distinzioni manichee; siamo tutti chiaroscuri di un circolo che unisce il bene e il male come un serpente che si morde la coda.
Occorrerebbe una riflessione anche sull’etimo di “persona” (“maschera”, “carattere”) o dei derivati “personaggio” e “personalità”. Ma avevamo promesso di non addentrarci in elucubrazioni filosofiche.

E allora chiudiamo con una considerazione sul presente. Nell’era del sapere condiviso e delle identità digitali, davvero ci reputiamo più sapienti, integri, centrati, liberi di esprimere la nostra personalità? Davvero riteniamo di aver acquisito un’identità stabile? Siamo capaci di trovare quel “centro di gravità permanente” prefigurato da un altro siciliano famoso, Franco Battiato, oltre trent’anni fa? O non è vero piuttosto che tra avatar e profili fake, su Facebook o nella nostra vita ordinaria, nel caos indistinto in cui anche gli stolti hanno diritto di parola, siamo sempre di più, uno, nessuno e centomila?

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