Uomini e no. Rifici e Santeramo nella Resistenza di Vittorini

Caterina Filograno in Uomini e no (photo: ©Masiar Pasquali)
Caterina Filograno in Uomini e no (photo: ©Masiar Pasquali)

“Uomini e no” è un testo di oltre settant’anni fa di Elio Vittorini, un autore rivoluzionario per ieri ma anche per oggi, eppure non così conosciuto.
Il testo scelto per questa produzione del Piccolo di Milano è denso di spunti teatrali, che Carmelo Rifici e Michele Santeramo hanno immediatamente colto.
Il racconto è ambientato a Milano nell’inverno del 1944 ed intreccia le vicende della Resistenza lombarda con la storia d’amore impossibile tra il partigiano Enne 2, trasposizione dello stesso Vittorini, ed una donna sposata. Non è quindi un “classico” racconto di guerra, e neppure un romanzo d’amore al tempo della guerra; piuttosto, una riflessione profonda sul divario e sull’unione dell’uomo con la violenza, sull’esistere di esseri viventi reali contrapposti a marionette.

Con assoluta modernità alcune parti del racconto sono descritte dall’autore da punti di vista diversi, qualche volta antitetici. Un punto di partenza davvero complesso ma molto allettante per uno “studio” teatrale sfociato nel grande allestimento che Rifici costruisce al Teatro Studio Melato ottenendo un sold out per quasi tutte le repliche.

In scena diciassette giovani diplomati della scuola del Piccolo si muovono in un contesto particolare e suggestivo. La regia individua infatti nel tram, uno dei simboli della città, il luogo deputato sul quale e intorno al quale costruire un impianto scenico di immediato impatto, che attraversa tutto il teatro arrivando a pochi metri dalla platea, “…diviso a metà per rappresentare la ferita di una Milano colpita, tagliata in due. Era una città pericolosa, dove la mattina si usciva di casa senza essere certi di farvi ritorno. Volevamo restituire quella precarietà attraverso un tram destrutturato, una zattera di salvataggio, un luogo al quale i personaggi si aggrappano per rimanere a galla…” racconta il regista, e l’obiettivo è raggiunto.

Questa straordinaria macchina teatrale rimanda con coerenza all’abbondanza di auto, biciclette e militari descritte da Vittorini. Certamente un protagonista “ingombrante” ma molto ben accolto da un gruppo di attori estremamente poliedrici e dinamici.
La sensazione è di trovarsi su un grande set cinematografico assolutamente antinaturalistico (“non credo nel naturalismo a teatro: sempre di più penso che sia una forma di cui il teatro deve liberarsi, per tendere all’universale” continua Rifici). L’unico elemento realistico è il costume degli intepreti, che aiuta a riconoscere ed identificare i vari ruoli, soprattutto a distinguere i militari nazifascisti dal gruppo di partigiani e dalle tante microazioni che, spesso contemporaneamente, vengono attivate.

Dietro il lavoro della regia è tangibile un lungo percorso di sperimentazione attivata insieme agli attori. Emerge l’ingenuità, la tenerezza dei protagonisti, coetanei degli attori in scena ma costretti a confrontarsi con una città dilaniata dalla guerra e travolti da un profondo senso di appartenza.
Emerge anche la voglia di liberarsi da un male collettivo con azioni di gruppo. C’è il senso di una gioventù che cerca la sua strada combattendo con tutte le forze per essere felice, una fuga dalla precarietà della guerra non troppo lontana dalla voglia di certezze di oggi. Lo spiega con suggestione lo stesso Santeramo, che ha riscritto il testo per la scea: “Questi personaggi tentano tutti di imboccare una strada che li metta in una condizione di felicità, che almeno in prospettiva li porti a quella condizione. Lo fanno muovendosi in gruppi, pianificando azioni comuni, come se la felicità potesse essere un traguardo da raggiungere insieme. Ma accanto a questo, Enne 2 e tutti sanno, ciascuno nel profondo di sé, che quel traguardo lo si raggiunge da soli. Ciascuno per sé”.

All’uscita del romanzo Vittorini fu oggetto di molte critiche, perché fin dal titolo sembrava dividere le due parti coinvolte nel conflitto in ‘umana’ e ‘disumana’. In realtà la sua visione era molto più complessa, e a tratti anche ambigua. Da qui il suo mantenersi attuale: sono rappresentative della realtà delle distinzioni così dicotomiche? “Il testo – prosegue Rifici – ha il dono di mostrare il contagio della violenza, malattia che ammorba entrambe le fazioni nella direzione di una pericolosa somiglianza”.

Lo spettacolo si presenta come un grande affresco di un’epoca, dove tutto è analizzato minuziosamente, dalla storia particolare del singolo Enne 2 e dei suoi tormenti, alla crisi di un’ideologia che, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, iniziava a mostrare i cedimenti strutturali che la porteranno poi al suo crollo, ma non alla sua definitiva abiura, come la nostra storia contemporanea ci insegna.
A Milano ancora stasera e domani.

Uomini e no
di Michele Santeramo
tratto dal romanzo “Uomini e no”
di Elio Vittorini
regia Carmelo Rifici
scene Paolo Di Benedetto
costumi Margherita Baldoni
luci Claudio De Pace
musiche Zeno Gabaglio
con Salvo Drago, Marta Malvestiti, Elena Rivoltini, Benedetto Patruno, Matteo Principi, Livia Rossi, Giuseppe Aceto, Sacha Trapletti, Yasmin Karam, Alessandro Bandini, Martina Sammarco, Francesco Santagada, Alfonso De Vreese, Marco Risiglione, Caterina Filograno, Annapaola Travenzuoli, Leda Kreider
assistente alla regia Davide Gasparro
produzione Piccolo Teatro – Teatro d’Europa

durata: 2h 30′

Visto a Milano, Teatro Studio Melato, il 4 novembre 2017

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