Uovo. 12 anni d’indisciplina performativa

La locandina di Uovo 2014Indisciplinato, perché va dove nessuno si aspetterebbe; radicale, perché nutrito e motivato da prime, primati e premi; mondiale, che è un aggettivo e concetto leggermente diverso rispetto a “internazionale”; non più giovane ma nemmeno impaurito dall’età, anzi, più consapevole e attento alla memoria.

È Uovo Performing Arts Festival, da dodici anni il primo e originale (unico?) festival davvero internazionale di Milano, che aprirà le porte il prossimo 19 marzo e accoglierà per quattro giorni 12 performance (oltre a video concerti, un meeting e il consueto dj set), ospitando 20 artisti provenienti da nove Paesi di tutto il mondo (Italia, Regno Unito, Francia, Spagna, Stati Uniti, Croazia, Olanda, Israele, Germania).

Perché indisciplinato? Comprendendo in questo giudizio anche il pubblico, il direttore artistico Umberto Angelini ha ammesso la natura non convenzionale di Uovo, a partire dai luoghi che saranno deputati alle performance: oltre agli spazi della Triennale e del Teatro dell’Arte, Uovo porterà il pubblico milanese in un’ex casa discografica (BUKA-Nuova CGD), alla Biblioteca Sormani, a Palazzo Serbelloni, e persino in un “luogo segreto” della città che verrà svelato solo all’atto della prenotazione.

A corollario di questa scelta, Uovo ospiterà Space 2.0, progetto europeo di mobilità per venti programmatori di performing arts che, in occasione del festival, avranno occasione di continuare la loro indagine sul rapporto tra spazio pubblico e arti performative.


La natura mai banale (e ogni anno, nonostante tutto, coraggiosamente confermata e rinnovata) di Uovo si inserisce nella scelta di essere un festival “radicale”, non solo nel senso estetico, ma nella sua essenza di indagine nel campo (e sul campo) delle arti performative. Prima di tutto perché in un programma di 12 performance si contano otto prime italiane, due prime assolute e un’opera vincitrice del Turner Price 2013.

E poi rispetto al dialogo con il pubblico, vero “pallino” di Uovo che, attraverso una selezione di performance radicali, affronta nuove questioni. Ad esempio attraverso “The Quiet Volume” di Ant Hampton e Tim Etchells, due tra le menti più sovversive della scena britannica che, con la loro forma di “autoteatro”, definiscono uno spettatore tanto fruitore quanto parte della creazione, un pubblico formato da due spettatori che condivide uno spazio non teatrale, abitato contemporaneamente da passanti che, a loro volta, sono sia visitatori casuali che spettatori occasionali.

Anche la scelta di Strasse è radicale, concreta e risolutiva nel rapporto tra spettatore, performance e luogo della performance: nel site sepcific “Solo (Milano)” il pubblico è al centro ma perde qualsiasi possibilità di controllo, perché è la scena per prima ad aver perso ogni suo codice e regola una volta uscita dai suoi luoghi deputati.

Questi sono alcuni nomi del “cast stellare” che rende Uovo più che un festival internazionale “mondiale”: italiani o stranieri che siano, rappresentano un respiro altro che cancella i confini geografici e unisce gli artisti nella novità, in un sapere e un fare performativo diverso.

A partire da Romeo Castellucci che, con “Attore, il tuo nome non è esatto”, continua l’indagine iniziata alla scorsa Biennale di Venezia ispirata alla figura dell’attore e alla realtà “senza riparo” del suo corpo, inserendolo nella cornice neoclassica di Palazzo Serbelloni.
Tino Sehgal ripropone l’ultimo suo pezzo per il teatro (senza titolo) del 2000, come occasione per ripensare all’evoluzione della performance in rapporto al pubblico, come anche Jérôme Bel con “Shirtology” e Andrea Fraser con “Museum Highlights: A Gallery Talk” propongono produzioni del passato, non per incoerenza rispetto alla natura innovativa di Uovo, ma per la scelta di collegare una memoria del contemporaneo a oggi.

Il festival dedicherà quest’anno parte importante anche alla musica rapportandola alla scena: Carlo Boccadoro aprirà la rassegna eseguendo no stop per 150 minuti 24 brani composti da Karlheinz Stockhausen, offrendo al pubblico la possibilità di entrare e uscire dalla sala teatrale, interrompendo o continuando la fruizione a suo piacimento; in chiusura di Uovo, invece, verrà proposta una serata di performance tra musica elettronica, dj set e visual art, grazie alla collaborazione con S/V/N/ (SAVANA) rassegna artistica dedicata ai nuovi suoni applicati alle arti multimediali.

Altra collaborazione è con il progetto di Valentina Sansone Performance as Sculpture, un contenitore di performance ed eventi che si svolgeranno a Milano entro la prossima estate e che qui verranno proposti in preview attraverso una selezione di video performance nella forma di lecture e talk.

Confermata infine la presenza della danza, con Francesca Foscarini che, dopo il Premio Equilibrio Roma 2013, ha chiesto alla coreografa israeliana Yasmeen Godder di creare un solo con lei, “Gut Gift”, tutto giocato sul concetto di copia rispetto all’originale. Per la prima volta a Milano arriverà il coreografo Marcos Morau con la sua compagnia La Veronal e una performance come sempre ironica e allo stesso tempo esteticamente perfetta, “Reykjavik”, estratta da “Islandia”, articolato lavoro condotto sul concetto di territorio; infine torna a Uovo Alessandro Sciarroni, già protagonista della scena italiana ma artista di respiro internazionale, che proporrà un seguito della sua indagine sul concetto di sforzo e resistenza, legato alla clownerie come linguaggio.

Per chi sarà fuori Milano o non potrà seguire le quattro giornate, assaggi di Uovo saranno come sempre disponibili su uovotv.com, che trasmetterà in tempo reale materiali realizzati ad hoc, come la colonna sonora del festival, realizzata da Alessandro Scanzioli, studente del corso di Sound Design dello IED, al quale la rassegna ha proposto la commessa, confermando e consolidando il legame tra le arti performative e la culla accademica della creatività milanese.
 

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