Valda Setterfield: il mio Lear da 84enne

Valda Setterfield e un giovane danzatore in Lear (photo: Patrick Moore)
Valda Setterfield e un giovane danzatore in Lear (photo: Patrick Moore)

Cinefili tendenzialmente anglofili, preparatevi. Sono stata al Southbank Centre. Peccato non di sera e non per un blind date — il riferimento per i sani di mente è a “Man up” (da vedere comunque). Però sono riuscita ad immaginare la visuale notturna su tutte le icone ‘londoniane’ riconoscibili affacciandomi alla balaustra in pittura giallo canarino che ultramodernizza il ‘brutalista’ edificio grigio.

La Queen Elizabeth Hall non è pienissima, anzi: per lo più arrivano danzatori, amici delle arti performative, non londinesi. Del resto la giornata di sole — avvenimento non raro in questo periodo a Londra, ma pur sempre un avvenimento, non invita ad andare a teatro. Ed è un principio ‘latitudinario’ approfittare della luce quando c’è. Se poi è quella all’indomani delle nozze reali 2018, ancor di più. Nonostante la presenza imperdibile, in un’unica data, di una icona della danza contemporanea.

E’ una stupenda ottantaquattrenne Valda Setterfield, ogni ruga una storia. Da Merce Cunningham a Woody Allen.
Presentato al Fringe di Edimburgo nel 2017, il suo “Lear” non è nuovo ma entra nella storia delle interpretazioni femminili per collocarsi piuttosto in alto in termini di riconoscimento.


La direzione coreografica di John Scott per l’Irish Modern Dance Theatre, minimalizza il plot concentrandosi sulla relazione fra Valda/Lear e la sua ‘figliolanza’ oltre-genere. Una linguistica performativa trasversale che definisce una forma di teatro-danza peculiare, intriso di parola e atletismo. Stampe bianche di frammenti shakespeariani sul fondale nero circondano una mappa — forse il reame da dividere, più probabilmente i pensieri confusi di una anziana signora.

Entra a passo veloce quanto possibile, da destra, Valda, la corona di carta bianca, abiti da casa, e inizia a contemplarla, la sua terra interiore. Cammina e pensa con il corpo, su un ampio drappo bianco. Poi si ferma fronte al pubblico e affida a posture di tai-chi la ricerca di un significato che non riesce a trovare. Note acute amplificano la confusione, ed appaiono ombre che affaticano qualsiasi tentativo di organizzazione.

Entrano le figlie/danzatori, complicandola ulteriormente con passi sempre più repentini. Sono Regan (Mufutau Yusuf), Goneril (Konan Dayot) e Cordelia (Kevin Coquelard). E come in un coro del delirio parlano le parole della mente di Valda/Lear: ‘kingdom’, ‘royal’, ‘degree’, ‘sisters’, ‘loyalty’, ‘condition’. Una prevale su tutte: ‘consideration’. Tema relazionale che trascende il rapporto genitoriale e apre la riflessione sulla necessità dell’altro.

Cercano la composizione, ma è solo una corsa, stancante e insufficiente. Il trono è una sedia a rotelle. Da un sacchetto aureo Valda distribuisce caramelle ‘alle bambine’, e anche al pubblico. Le ‘deposizioni di amorevolezza’ sono figure quasi acrobatiche, una pantomima che evoca un baciamano, un gioco a chi salta più in alto. Shakespeare viene letto ‘come da copione’ ma la musica/rumore si fa sempre più assordante e ormai Lear ha perso il potere (su di sé).

E’ interessante come questo progetto decida di rapportarsi al plot interrompendolo e ri-entrando quasi in sala prove: Valda che ritorna Valda e si fa regista, specialmente nella interazione con Cordelia, anche lei profondamente confusa, non solo per il modo in cui restituisce da attore quello che Shakespeare le richiede di dire, ma anche perché è francese! E non capisce queste storie di re e regine inglesi… Esilarante, e quasi en travestie, l’esilio… Fatta rotolare, letteralmente, dal palcoscenico, esce canticchiando “Allez venez, Milord…”.

Nello stesso modo, la faida fra Regan e Goneril evolve da una parata di ‘fools’ con caschetto a fiore attorno alla anziana signora, che può solo trascorrere le sue giornate questuando attenzioni al telefono — più come una Yiddishe Mame che come un Lear.
L’andamento comedy tuttavia non dura molto poiché il fisiologico rancore, quasi una repulsione, nei confronti dei ‘bisogni’ di una vecchia madre uccidono per natura l’amore filiale — “You are old!”.

Ecco dunque che “La Tempesta” in questo Lear passa attraverso una riflessione di Valda su se stessa, forse anche come danzatrice agée: “This is not Lear, who is it who can tell me who I am?”. La luce si fa lunare, e poi blu. Soffia il vento, nella mente di Lear, tutti i frammenti di terra interiore sono ora sparsi in scena, fino alla drammatica riconciliazione con Cordelia. Un sacrificio necessario per accettare le necessità dell’altro.

Solo nella follia riesce a prodursi il perdono. Bambina-madre e madre-bambina alla ricerca di una ninna nanna recuperata fra antiche memorie, una lirica di immagini poetiche per dimenticarsi di potere, famiglia, pazzia mondana. E poi la pace dell’anima, la tenerezza di un gesto di una cura estrema e commovente: Valda/Lear avvolta come in un bozzolo fra i resti del suo telo/mappa. Per addormentarsi, forse.

Lear – English Version

Lear
coreografia: John Scott
performer: Valda Setterfeld, Mufutau Yusuf, Konan Dayot, Kevin Coquelard
suono: Tom Lane
musica: James Everest
luci e scenografia: Eric Wurtz
costumi: Gabriel Berry

durata: 60′

Visto a Londra, QEH – Southbank Centre, il 20 maggio 2018

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