Valentina Sperlì e il potere analfabetico dell’amore

Valentina Sperlì

Valentina Sperlì

La rassegna Teatri di Confine di Pistoia sembra attraversata da nubi dense di presagi, che sorvolano un presente sofferente e schizofrenico, probabilmente nel pieno del proprio declino.
Inaugurata da Virgilio Sieni, con le “11 Sonate di Bach di fronte al dolore degli altri”, proseguita con un quadro nevrotico del presente tratteggiato da Fibre Parallele (“Lo splendore dei supplizi”), passando per i sogni reinventati e condivisi con il pubblico di Fabrizio Arcuri e Accademia degli Artefatti (“I Banquo” e “I Fiordipisello”), e con “La vita ha un dente d’oro” di Claudio Morganti, fino al girone dantesco di Roberto Castello, che con “Studio Uno” dipinge in maniera ironica l’insensata agitazione degli individui di oggi, il filo conduttore sembra essere legato a sentimenti di sofferenza, solitudine, inadeguatezza, e di un conseguente desiderio di evasione.

È in questo quadro che si colloca anche “Maledetto nei secoli dei secoli l’amore”, da un racconto di Carlo D’Amicis interpretato da Valentina Sperlì, per la regia di Renata Palminiello.

Ancora a sipario chiuso ci accoglie anzitutto il sonoro, che ci trasporta immediatamente in un riconoscibile clima ospedaliero, fatto di macchine respiratorie e di voci di corridoio. Subito dopo a comparire è una stanza di rianimazione, deliminata solo da una semplice tenda trasparente, dai classici colori asettici che acutizzano alienazione e sofferenza; sul fondale un corridoio dipinto.


L’immobilità della scena è rotta dall’ingresso di Lady Mora, chiromante di mezza età, donna di piglio, vivace e spassionata, che porta sul volto i segni dei suoi anni. Chiamata a decidere del destino del cugino in coma – quale unica sua parente rimasta – dopo anni di assenza dalla sua vita, si trova a soffermarsi e a riflettere, forse per la prima volta e di fronte alla morte, su chi fosse veramente il cugino, sul loro rapporto passato e sugli ultimi giorni della sua esistenza.
Ed è proprio il fermarsi uno dei punti cardine del racconto, che prevale anche sulle altre tematiche affrontate della solitudine, della morte e dell’amore non corrisposto.

Costretta da circostanze che vanno oltre la volontà, Lady Mora sospende il corso della propria vita e prende coscienza del filo invisibile che l’esistenza le ha teso verso un uomo di cui sa ben poco. La stanza di ospedale diventa così un non-luogo che congela il presente, l’occasione per far viaggiare liberamente la mente, per abbandonarsi ai ricordi, ai rimorsi, ai rimpianti.
Per tutta la durata del racconto Lady Mora si rivolge al cugino, che non è visibile perché situato nella quarta parete, ma che è tuttavia fortemente presente. Animato dai ricordi della donna lo vediamo così correre nella sua adolescenza su una spiaggia, mentre cerca di baciare quella che sembra essere stata il suo grande amore di sempre – Lady Mora – e da adulto, in solitudine, nella rassegnazione della malattia che lo porta fino ai margini dell’ umano.
   
Valentina Sperlì è straordinaria nel cavalcare il flusso dei ricordi, in cui lo spettatore viene accompagnato attraverso vari flashback, seguendo quello che non è un monologo, ma un dialogo a senso unico che evidenzia vari aspetti della vita in una strana emulsione di dolore, rabbia e ironia beffarda.
Per tutto il tempo la donna parla al cugino, di cui sente il peso ingombrante per la responsabilità che le ha lasciato, rinforzato dai sensi di colpa per il rifiuto del suo amore, quell’amore a cui lei non crede e che ha sempre visto come la parte più scomoda della nostra esistenza, ma a cui non potrà fare a meno di arrendersi.

Perfettamente restituito il clima, grazie alla scenografia minimalista di Tobia Ercolino e al suono di Andrea Giuseppini, e ottimamente interpretato dalla Sperlì, che senza cali di tono passa dall’ironia alla tristezza, il lavoro raggiunge sicuramente il suo scopo, ma lascia qualche perplessità per alcuni passaggi – in particolare nella scena finale – che appaiono un pò leziosi. Non possiamo inoltre fare a meno di chiederci se lo spettacolo non resti troppo intrappolato nella bravura dell’attrice, che nasconde in qualche modo la carenza di quegli elementi che fanno la differenza per riuscire a sorprendere o far riflettere.

Maledetto nei secoli dei secoli l’amore
progetto teatrale di: Valentina Sperlì e Renata Palminiello
con: Valentina Sperlì
dal racconto di Carlo D’Amicis
regia: Renata Palminiello
luci: Emiliano Pona
produzione: Associazione Teatrale Pistoiese / Valzer srl

durata: 50′
applausi del pubblico: 2’ 40’’

Visto a Pistoia, Piccolo Teatro Mauro Bolognini, l’8 maggio 2014


 

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