Valzer di mezzanotte a Monticchiello. Riconquistare la libertà per il sogno della vita

Valzer di mezzanotte (photo: Enzo Puglisi)
Valzer di mezzanotte (photo: Enzo Puglisi)

Il piccolo borgo senese di Monticchiello è attraversato da una piacevole brezza, che allontana il caldo delle zone pianeggianti che lo circondano.
Tra le facce dei turisti incontriamo anche quelle storiche degli attori, immersi nelle loro faccende quotidiane: suona strano che da lì a poco li ritroveremo sul palco ad inscenare ancora una volta l’autodramma, in un clima che – in questa prima di sabato 21 luglio – è più accogliente che mai.

Non è così scontato assistere all’autodramma del Teatro Povero dopo averne viste svariate edizioni e tornarsene a casa contenti di esserci stati ancora una volta. Sì, perché in fondo, si partecipa a qualcosa che conosciamo, con quel teatro fatto “dalla gente” del paese, e di cui ci aspettiamo già l’esito.

E invece questa edizione numero 52, sempre guidata dalla mano di Andrea Cresti, si rivela molto coraggiosa, soprattutto dal punto di vista drammaturgico: scarta di lato rispetto alle ultime messinscene e lo fa, al contrario del bufalo della famosa canzone di De Gregori, senza cadere.
È un autodramma che non sceglie la carta della linearità ma gioca su due livelli paralleli, con spunti interessanti che aprono a molteplici interpretazioni, e dove vengono a giocare un ruolo importante la scenografia, quanto mai efficace in questa edizione, l’ironia che alleggerisce spesso il clima cupo di una rappresentazione che parla di contemporaneità e futuro senza sconti – e quasi senza speranza – e il dialetto, che sembra essere la metafora di una strenua (ed ostinata?) difesa di valori di un tempo, in nome della tutela di individui che stanno perdendo i loro diritti di lavoratori e soprattutto di persone.


Si procede quindi su due binari paralleli che si alternano: una cena organizzata in una casa colonica di proprietà di una grossa società per celebrare i primi vent’anni della crisi, nella certezza che il peggio sia passato, e il pranzo di nozze di una ragazza del paese, momento che segna la possibilità di vedere riunita per l’ultima volta un’intera famiglia, che abbandonerà il vecchio podere per andare a vivere in una nuova casa.

La cena naufragherà a causa di un litigio tra i commensali per questioni di razzismo – e questo è l’unico momento debole nell’impianto dello spettacolo. Ma prima saranno emerse tutte le problematiche di questo difficile presente. C’è chi ha perso il lavoro e si rovina col miraggio dei “gratta e vinci”, oppure chi il lavoro ce l’ha ma deve sottostare a condizioni contrattuali surreali.

Il pranzo di nozze, come ogni autodramma comanda, diventa occasione per far riemergere i ricordi di un’epoca passata, fatta di emigrazione e storie di paese, tra episodi divertenti e colorati e momenti drammatici di un passato di lotte e rimostranze, di Marcinelle e fughe in America, di cui si fa interprete il padre della sposa, Gosto, il maggiore di tre fratelli che decidono di abbandonare la casa abitata dalla loro famiglia da più di trecento anni, per costruirne una nuova.

Poi arriva un finale inatteso – onirico, buio, drammatico –, in cui non c’è più spazio per l’ironia e dove tutto è focalizzato sul presente.
Come nel dipinto di Théodore Géricault “La zattera della medusa”, un’umanità ritratta tra speranza e disperazione, i partecipanti alla cena si ritrovano avvinghiati su una zattera alla deriva in mezzo al mare, schiacciati dalla terribile incertezza del futuro, tra promesse funamboliche ed interrogativi senza risposta. Alla deriva, fino a toccare terra impauriti e capire che non è più il momento di aspettare. È arrivato il tempo di riconquistarsi la libertà, per “ricominciare il sogno della vita”.
Poi tutto è silenzio, fino al riecheggiare delle note del “Valzer di mezzanotte”, mentre i commensali distruggono la zattera, luogo nefasto dove i sogni sono negati; mentre dal fondo, dalla foto ricordo del matrimonio, “si staccano i due sposi che cominciano a ballare”.

Anche al di là dello spettacolo la sfida di Cresti è vinta, portata avanti nonostante la disillusione e le difficoltà del presente, con quella drammaturgia partecipata da un intero paese che si interroga su questioni importanti per la comunità. Quello stesso paese ancora una volta si è (ri)messo in scena. E replicherà tutte le sere (eccetto il 30 luglio) in piazza della Commenda, fino al 14 agosto.

Valzer di mezzanotte
autodramma della gente di Monticchiello
regia di Andrea Cresti

durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 4′ 30”

Visto a Monticchiello (SI), piazza della Commenda, il 21 luglio 2018

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