Variabili umane tra noi. Ne parliamo con Marcela Serli

Variabili Umane di Atopos

Variabili Umane di Atopos (photo: atirteatro.it)

Ha debuttato il 17 novembre al Teatro Ringhiera di Milano “Variabili umane” della compagnia Atopos, uno spettacolo inusuale, costruito su un progetto di Marcela Serli che ne ha anche curato la regia e
la drammaturgia, scritta insieme a Davide Tolu.

Marcela Serli, attrice e regista argentina, già collaboratrice di Serena Sinigaglia, ha al suo attivo diversi progetti legati al teatro sociale e civile. Lo spettacolo, di cui Klp aveva già parlato in occasione in occasione del premio Dante Cappelletti, nasce da un particolarissimo laboratorio e si  interroga sul concetto di identità e sulle differenze di genere. Lo fa attraverso, e qui sta la sua particolarità, la voce e il corpo di uomini che non sono (sempre) uomini e di donne che non sono (sempre) donne: un popolo di “variabili umane” appunto, che cerca la sua rivincita e invoca il suo diritto alla felicità. Perché, alla fine, siamo tutti esseri intersessuali, ci muoviamo su un ponte tra l’essere uomo e l’essere donna, anche se ci hanno trasmesso la paura di varcarlo.

In scena uomini, donne e transgender che, superando questa paura, hanno affrontato o stanno affrontando una transizione verso il maschile, il femminile o un genere non definito.


Sul palco ballano, parlano e cantano la propria diversità, raccontando il proprio sguardo sulla società, e viceversa il modo in cui la società li guarda. Una tragicommedia che ruota tutta attorno a un grande interrogativo: chi sono io veramente? E soprattutto: che cosa devo fare per farmi amare? Ma non solo, insieme a loro sulla scena ci sono attori e danzatori professionisti che hanno accettato di confrontarsi in un progetto artistico particolare, che ha appunto nel caos delle varie identità la sua forza.

Lo spettacolo ha vinto il premio Tuttoteatro.com alle Arti Sceniche “Dante Cappelletti” 2010 con la seguente motivazione: “Con la decisione, né facile né superficiale, di affidare a una dimensione di spettacolo un laboratorio nel quale si è toccato alla radice il problema dell’identità biologica, civile ed emotiva della persona, la compagnia Atopos fa sì che il teatro diventi luogo di visibilità per una biopolitica, e ancora più in profondità, per una condizione umana che non avrebbe altrimenti luoghi in cui manifestarsi. Una prova di coraggio, determinata e sincera. Una partitura scenica in cui il tema dell’ambiguità si declina in linguaggio che richiama le forme epiche dello spettacolo di varietà, nelle sua dimensione aperta, grottesca, anti-naturalistica, plurale”.

Marcela Serli

Marcela Serli

Dopo aver visto lo spettacolo abbiamo chiesto a Marcela Serli di parlarci del progetto.

Come è nato e come si è sviluppato?
Atopos è nato da un incontro tra me e altre due persone, una è l’attrice Irene Serini, con la quale avevo fatto già uno spettacolo sul tabù e la pornografia, firmandone la drammaturgia e la regia. L’altra è Davide Tolu, uomo transessuale, scrittore ed educatore. Il giorno in cui l’ho incontrato ho pensato che non conoscevo questa parte di umanità, e che sentivo di doverla conoscere; così ho deciso che era importante organizzare un laboratorio di incontro e di studio sull’identità di genere con persone transessuali e non (i “non” erano artisti vari che avevo invitato e con i quali mi sarebbe piaciuto lavorare). A titolo gratuito tutti, lo abbiamo fatto nel settembre 2010 al Teatro Litta di Milano, per tre infiniti e intensi giorni. Ci siamo innamorati in 30 persone contemporaneamente. In quei tre giorni abbiamo lavorato soprattutto con i miei strumenti: il teatro e la danza. Inserendo però anche altro: l’analisi teorica di “elementi di critica omosessuale” di Mieli, e studi scientifici sull’intersessualismo. E poi le altre arti: il disegno, le vignette, con amici giornalisti e scrittori producevano frammenti. Insomma, una meraviglia di scambio… Da lì sono seguiti molti altri laboratori. Tutti con due parole come sottotesto che insistentemente ripetevo: intimità e coraggio.

In che modo sei riuscita a mettere insieme un gruppo così diversificato?

Già dopo il primo laboratorio avevo deciso di fare uno spettacolo su tutto ciò, così ho scritto una struttura drammaturgica della durata di circa 20 minuti, ho chiamato una dozzina di loro, e ho provato quello che poi è stato il frammento con il quale abbiamo vinto il Premio Tuttoteatro.com alle Arti Sceniche “Dante Cappelletti” nel dicembre 2010. Oggi siamo in 17.

In che modo le esperienze personali di ognuno di loro si sono mescolate con le altre e con le esigenze della messa in scena?
Non potevo non partire dalla realtà autobiografica, e quindi dal cuore di quegli incontri. Era un obbligo presentarci. Era necessario, anche solo per il fatto che, dopo aver letto le presentazioni dello spettacolo “Gardenia” di Alain Platel (che purtroppo ancora non ho visto), dove c’era una transessuale e diversi travestiti in scena, notavo come spesso gli autori degli articoli confondessero persino un transessuale con una dragqueen. E del resto anche a noi è successo.
Era quindi necessario fare uno spettacolo dove intanto si capisse un po’ di più, e si desse il nome corretto ad ogni cosa.
Per la messa in scena, avevo già lavorato con persone non professioniste (in ambito psichiatrico per esempio), e so che c’è un modo per arrivare semplicemente ad un risultato che è quello per cui parti da te per poi amplificare teatralmente il racconto (come dovrebbe essere qualunque teatro, ma questo non sempre accade). E poi ho lavorato per raggiungere un forma più complessa, e per me inaspettatamente gratificante: costruire delle maschere per arrivare a dei personaggi,

Lo spettacolo propone delle problematiche importanti e a suo modo ha dovuto essere anche didascalico. Come hai cercato di coniugare questa esigenza con quella prettamente teatrale?
Avevo bisogno di fare il primo spettacolo della compagnia teatrale Atopos come un cantante fa il primo cd, che spesso si intitola col nome del cantante. Dovevamo partire da chi siamo. Poi raccontare non solo noi ma anche chi ci sta intorno. E non solo raccontarlo a parole, ti faccio un esempio: volevo che Noemi, la danzatrice, raccontasse in una danza la traiettoria fisica di una transizione. Così le ho chiesto di vestirsi con i vestiti da uomo di Laura (i vestiti che, all’inizio dello spettacolo, le vengono tolti per poi essere rivestita da donna): degli abiti enormi, troppo grandi e scomodi per lei, qualcosa di estraneo al suo corpo, e ad Antonia (donna transessuale) ho chiesto di aiutarla nella sua mutazione.
In generale, non parto mai dal risultato che desidero raggiungere, ma dal desiderio e dall’urgenza che mi spinge verso un determinato “luogo teatrale”. Se voglio che un attore si sieda su una sedia non gli dirò mai di farlo, ma gli dirò “sei stanco”, o meglio, lo farò stancare.

Per realizzare lo spettacolo hai mescolato diversi linguaggi: ce li puoi approfondire? Abbiamo notato, ad esempio, tra gli altri, dei riferimenti a Pina Bausch e, in modo molto diverso, a Ricci/Forte. In che modo ti sei mossa per creare qualcosa di originale?
La danza e il teatro sono due materie che ho studiato e che mi appartengono. Invece è la prima volta che interagisco con il video. Con Maddalena Fragnito ho parlato delle definizioni, delle etichette sociali e di ruolo, e lei mi ha proposto la ricerca su google e poi su youtube. Si agganciava mano a mano ai temi dello spettacolo, proprio per raccontare la banalizzazione di questi argomenti in quest’era del multimediale, dove crediamo di sapere tutto solo perché lo leggiamo su internet.
E’ importante definirsi? Questa è la domanda che ora mi faccio. E’ necessario definire una persona così puoi averne meno paura.
Lavorare sui mostri, sugli zombies: questo desiderio ha maturato in me un’idea precisa di regia. Lavorando sulla deformazione in tante forme sono arrivata ad usare questo concetto nella messa in scena stessa. La deformazione della realtà. Senza aver paura di deformarsi per arrivare ad un caos.
Infatti ho mescolato un teatro diretto, senza orpelli, col grottesco, con l’anti-naturalistico.
Per quanto riguarda Pina Bausch, lei è un esempio da sempre, ma non è una maestra. Io sono argentina: rispetto ad un europeo la poesia, per me, è un’altra cosa. La poesia. Forse è ciò che amo in assoluto di più. Ma Pina Bausch rimane tedesca, e io sono un’argentina con un padre istriano e una madre libanese. Potrei ispirarmi di più ad un’area francese degli anni ‘70 e ‘80, o al cabaret sia francese sia argentino, o a Copi, che è un miscuglio di tutto ciò.
L’ironia invece, il lavoro sulla maschera comica, il comico grottesco sono nel mio percorso di attrice.
Io considero un maestro il regista argentino Rodrigo Garcia, il suo linguaggio mi appartiene di più, anche se lui è un vero cattivo.
Forse in questo hai notato delle attinenze con Stefano Ricci, lui e Forte hanno, penso, coscientemente cercato lo stile di Garcia. Io mi ci sono trovata in uno studio con lui, con Rodrigo, e decisamente mi è congeniale. Ma ormai anche lui appartiene agli anni 2000. Di Ricci e Forte ho visto solo due cose, una performance breve e il primo spettacolo, che a sentire loro stessi non è molto rappresentativo del loro lavoro. Quindi direi proprio di no, e poi credo siano troppo giovani artisticamente, per essere già un riferimento.
Ormai siamo nel 2011, gli spettacoli che ho visto di Garcia con quell’impronta contemporanea e di critica sociale, che molti hanno cercato di imitare, si possono dire purtroppo superati. Un mese fa ero a cena con lui e mi ha detto che lascerebbe tutto, che ormai ha detto quello che doveva dire, e che se ne andrebbe a vivere in un’isoletta in Brasile.

Lo spettacolo pone al suo centro la problematica dell’identità, a me pare non solo sessuale. Perché la ritieni così importante nella nostra società?
Chiarire e capire a chi serve la tua identità, chiedersi se io posso fare qualcosa per definirla, se ne posso fare arte, è fondamentale per evolversi come essere umani e come artisti. Riuscire a capire che siamo femmine e maschi al tempo stesso, e che nessuno dei due ha un ruolo prefissato, sarebbe importante. Riuscire a concepire l’amore alla maniera di Milei, un amore trasversale, transessuale, sarebbe necessario. Riuscire a costruire un’identità politica e sociale, sapersi identificare con dei valori, assumersi la responsabilità della crescita di questo pezzo di mondo, di questo pezzo di umanità sarebbe utopico, ma io credo, meravigliosamente possibile.

Come intendi proseguire il progetto?
Ho diversi progetti e pensieri: un progetto per creare un laboratorio europeo sulla ricerca dell’identità. Entrare in comunicazione con fasce sociali che non si interrogano su questi temi. E, a partire da questo, che posso chiamare Teatro Antropologico, vorrei indagare una forma nuova di arte sociale. Infine mi piacerebbe accadesse quello che sta già accadendo: intorno a noi sta nascendo una comunità, desiderosa di sapere, di conoscere quello che non sa degli altri, quello che non sa di sé. Marcella Di Folco diceva: “Chi lotta per una causa è coraggioso, chi lotta per una grande causa è felice”.
 

No Comments

  • Cornetta Maria ha detto:

    E’ pacifico che si riconosca il diritto alla felicità a qualunque creatura, ma è altrettanto scontato essere tolleranti verso le opinioni diverse dalle nostre. Io non ho nulla contro la diversità purché comprenda che può anche non essere condivisa (questo non esclude la collaborazione), senza acredini o gesti d’inciviltà ,magari semplicemente per una scelta religiosa (come accade a me). Voglio ancora vedere la famiglia di Nazareth nel Presepe, secondo la versione tradizionale, per esempio, senza che questo offenda la dignità di quelle persone che hanno fatto una scelta sessuale differente. Si può convivere pacificamente, ma nel rispetto di entrambe le posizioni, non con la pretesa del sovvertimento di una concezione di società che, a quanto pare, è maggioritaria. Niente forzature, dunque, la formula vincente è: RISPETTO RECIPROCO!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *