Venezia. Viaggio al termine della notte… al cinema

L'arrivo delle star al 69° Festival del Cinema di Venezia

Fotografi all’arrivo delle star del 69° Festival del Cinema di Venezia (photo: Giacomo d’Alelio)

Mentre sul Lido, nei pressi del Casinò, a due passi dal Palazzo del Cinema, in tutto il suo biancore, si staglia un’immagine-simulacro, un Rinoceronte, che per tutti coloro che amano il teatro, o quanto meno lo masticano, non potrebbe che ricordare quello di ioneschiana memoria, lì, abbandonato, a guardia di giornate povere di pubblico, ma molto ricche di cinema in sala, la 69° edizione del Festival del Cinema di Venezia ormai è giunta a conclusione.

Il nuovo corso voluto dal direttore Alberto Barbera, succeduto a Marco Müller, alla direzione ora di quello di Roma, ha visto tra l’altro l’abbattimento della sezione “ghetto” per il cinema italiano, Controcampo, e una mole inferiore di proiezioni per addetti ai lavori e pubblico, con più possibilità di organizzare un ricco piano di battaglia di visioni plurime, ma senza le corse e il fiatone degli anni passati.

Ne è uscita vincitrice la “Pietà” di Kim Ki-duk, applaudito e sostenuto ritorno del regista coreano al suo cinema, dopo “Arirang”, opera autobiografica, passata a Cannes 2011, che testimoniava lo stato depressivo in cui era caduto da quando sul set del film “Dream” (2008) l’attrice protagonista aveva rischiato di morire impiccata.

Al Leone d’oro per il miglior film, è seguito l’atteso tributo sia per la regia (Leone d’argento) che per la miglior interpretazione maschile a “The Master” di Paul Thomas Anderson e i suoi incredibili interpreti, Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix, nel viaggio nel cuore dell’uomo, e della sua volontà a non avere maestri e padroni, che è il film, dove si è vista, anche se smentita a più riprese dal regista, una critica a Scientology.

Il Palazzo del Cinema di Venezia

Il Palazzo del Cinema di Venezia (photo: Giacomo d’Alelio)

Gran Premio della Giuria, capitanata da Michael Mann, al secondo capitolo della trilogia corrosiva dell’austriaco Ulrich Seidl dal titolo “Paradise: Faith”, per un’edizione molto varia e complessa nelle sue prerogative e scelte, che ha avuto la capacità di riportare al centro l’inevitabile protagonista di ogni storia e dei suoi sviluppi: l’individuo e la sua possibilità, o meno, di appartenere alla comunità, in tutta la sua ambizione. Cosa che le tracce di teatro che si sono cosparse indelebili nelle due settimane di festival hanno confermato ulteriormente.

Come dimostra “The Tightrope”, opera tributata dal figlio Simon al padre, Peter, con un cognome così importante che è Brook; testimonianza unica, dal momento che per la prima volta registra le prove di Peter Brook coi suoi attori, lui che non si sente affatto un maestro.
E sembra instaurare idealmente un dialogo con lui, da lontano, Anderson con “The Master”, “filo del rasoio” – questo il significato del titolo del film -, che è indicato come sola via possibile da percorrere con attenta ed equilibrata decisione, non eccedendo, perché lì a portata di vuoto, il rischio di cadere.

Come avrà dovuto evitare di fare il passante, ignaro, alla vista del “Ground Zero” che ancora corrompe il panorama del Lido: sono le fondamenta del nuovo Palazzo del Cinema, lì aperte da anni col loro cantiere, e miseramente transennate. “È stato il figlio”, potrebbe urlare qualcuno, citando il titolo del film del regista siciliano Ciprì, alla sua prima opera senza il contributo di Maresco, in questa farsa sullo schermo, che è stata considerata dallo stesso Toni Servillo, tra i suoi interpreti di lusso, un film che “affronta il tema del consumismo come già faceva Verga in Mastro Don Gesualdo, e mi fa pensare a Sciascia quando parlava di matriarcato come origine dei comportamenti mafiosi”.

È questo il solo film italiano a essere stato premiato in concorso: per il Miglior Contributo Tecnico, e il Premio Marcello Mastroianni, per l’attore o attrice, emergente, a Fabrizio Falco, tra i protagonisti anche di “Bella Addormentata” di Marco Bellocchio, uscito altresì a bocca asciutta dalla competizione, anche se per molti meritava qualcosa in più…

Il rinoceronte di Venezia

Il rinoceronte di Venezia (photo: Giacomo d’Alelio)

Mentre la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile è stata vinta dalla giovane interprete Hadas Yaron protagonista di “Fill the Void” della regista israeliana ultra-ortodossa Rama Burshtein, da segnalare nell’encomiabile sezione Venezia Classici la visione di “Fanny e Alexander” del compianto Ingmar Bergman e “Tell Me Lies” di Peter Brook, passato nel ’68 proprio qui al Lido, con relativi premi collaterali, ma mai distribuito al cinema.
Cosa che sarà fatto in Francia presto… e in Italia?

Edizione che va, in attesa di quella che verrà. Intanto per il cinema c’è alle porte il Festival di Toronto, quello di Roma, e la tappa fondamentale di Torino.
Quel rinoceronte bianco è in attesa di essere spostato, dopo che ha avuto anche la possibilità di vedere ed ascoltare le proteste indette dai lavoratori di Cinecittà, che stanno occupando a oltranza gli storici stabilimenti della capitale, fino a quando non riceveranno garanzie che non sorgerà lì l’ennesimo centro commerciale. Cosa che non hanno avuto neppure in Laguna: l’incontro del 4 settembre, promosso grazie alla lungimiranza del direttore Barbera, dopo la loro manifestazione pacifica (supportata anche dal collettivo del Teatro Valle Occupato), tra le varie rassicurazioni di rito, non ha portato grandi certezze; presente tra gli altri Luigi Abete, presidente della Società Privata Cinecittà Studios.
Non c’è che da aspettare la prossima replica, non sapendo quale spettacolo sarà di nuovo in scena.
 

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