Verso Cassandra. Farneto Teatro alle prese con una previsione mancata

Verso Cassandra
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Se è vero, ed è vero, che essere pubblico richiede una certa predisposizione a partecipare, può anche capitare che qualsiasi accidente, una giornata storta o banalmente il dolore di un mal di denti, prevalgano sul piacere di ritrovarsi, la sera, dopo tutto, a teatro. Limite o vera essenza del “gioco” dal vivo? Se l’imprevista scarsa predisposizione personale coincide poi con la serata in cui al Teatro Verdi arrivano una classe di liceali, accompagnati dai professori in libera uscita “per attività formativa extra scolastica”, e con una serie di abbonati affezionati della poltroncina rossa che garantisce grandi russate, a quel punto, anche lo spettacolo “per-fet-to” non basterebbe a compiacere, emozionare, coinvolgere, insomma far partecipare il pubblico.

“Verso Cassandra” è il titolo della messa in scena successiva a uno studio che Elisabetta Vergani e Farneto Teatro hanno compiuto intorno alla figura di Cassandra: l’attrice, cofondatrice nel 1990 insieme a Maurizio Schmidt dell’associazione culturale nata per integrare teatro, musica e arti visive, dal 2004 propone un percorso sulle origini del mito, del teatro e della sopravvivenza della tragedia greca sino a oggi. Oltre alla “profetessa di sventura” infatti, il progetto “Le eroine del mito” comprende Medea, Antigone, Elektra ed Elena, “che continuano a parlarci, a farci riflettere e a emozionarci con le loro vicende che sono specchio dell’uomo di ogni tempo e di ogni condizione, con una qualità di sintesi, profondità e limpidezza straordinarie”, secondo il progetto firmato Farneto Teatro. In effetti, una rassegna interessante per gli spettatori-studenti di liceo classico, meno attesa per gli altri. A meno che la locandina non preannunci quella certa sperimentazione che fa ben sperare: in questo caso, la presenza in scena di Danila Massimi e delle sue percussioni dal vivo, e il fatto che “Verso Cassandra” sia una reinterpretazione del mito a partire dalla lettura che ne ha dato Christa Wolf nel 1983.

Nel romanzo, una donna moderna in visita a Micene si trova di fronte alle rovine della Porta dei Leoni: in un viaggio nel tempo sottoforma di allucinazione, si trova catapultata nel luogo del sacrificio di Cassandra avvenuto 2500 anni prima. Come l’eroina greca che prima di morire ripercorre tutta la sua vicenda in una sorta di bilancio/trionfo finale, la donna moderna rivede la vicenda di Cassandra come la tragedia di chi, disposto a guardare il presente, riesce a predire il futuro: di chi baratta la paura con il sapere. Ossia, quello che dovrebbe fare l’intellettuale moderno attraverso l’arte. E per questo, la protagonista del romanzo, che è una scrittrice, finisce per identificarsi con l’eroina che chiedeva uno scriba per dare forma alle sue visioni di rovina e difendere così la sua amata città dall’inganno del cavallo. Invece la scambiano per matta, e la sua voce sempre più inascoltata si fa grido di dolore.

Maurizio Schmidt chiede a Elisabetta Vergani di dare corpo al malessere a cui ormai è abituata Cassandra, stanca di non essere ascoltata, appesantita da una colpa/profezia che sul palco è una cesta delle dimensioni di una gerla: nido e prigione di Cassandra, se la trascinerà dietro sino alla fine. Ma ancora meglio, l’attrice rappresenta, con una carica che dura ben oltre un’ora, la pena di Cassandra: quella preoccupazione che dalla sua mente contagia tutto il corpo, lo contrae e fa tremare gli arti.
Elisabetta Vergani viene aiutata dall’applicazione di luci che schiacciano dall’alto l’eroina quando è inascoltata: didascalie che, abbinate alle potenti percussioni dal vivo, creano un quadro di inevitabile impatto. Eppure manca sempre qualcosa.

A dire il vero, fuori dal Teatro Verdi, e anche ora, c’è una riflessione. Prima di tutto su quanto sia precario l’equilibrio critico: è vero che il narratore/critico dovrebbe avere un occhio dentro e uno fuori, cioè mantenere una certa lucidità che gli garantisca un giudizio indipendente da qualsiasi fattore; però è ugualmente vero che fattori esterni e da lui non controllabili possono disturbare quello sguardo lucido e imboccare un giudizio negativo. Questo non significa che la buona riuscita di uno spettacolo derivi dalla presenza o meno di spettatori indesiderati, ma si può immaginare che anche l’attrice abbia subito negativamente la presenza di un pubblico così assente… Da qui, un nuovo punto di domanda: è inutile pensare che esista uno spettacolo capace di coinvolgere a tal punto da neutralizzare eventuali fattori esterni di disturbo, o è giusto credere che gli spettacoli dal vivo siano “totalizzanti” per lo spettatore? Banalmente, è giusto sperare, aspettarsi e pretendere dal teatro una performance che, anche solo per un’ora, sia più forte di un mal di denti?

Verso Cassandra
drammaturgia e regia: Maurizio Schmidt
con: Elisabetta Vergani
percussioni dal vivo: Danila Massimi
durata: 1h, 15’
applausi del pubblico: 1’ 30’’

Visto a Milano, Teatro Verdi, il 19 novembre 2010

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  • Daniele T. ha detto:

    Quanto all’interrogativo finale, che dirti? Dall’interno del problema (dalla scena come, spesso, dalla platea) son tentato di dirti che no, non è giusto pretendere niente, secondo me, che la propria percezione di un lavoro è sempre influenzata da milioni di fattori e un bel lavoro o un capolavoro può strapparci dal mal di denti o dal sonno o da un orizzonte di attesa già negativamente o troppo positivamente orientato già prima di entrare in sala ma che proprio non è detto che capiti, né si può pretenderlo. Secondo me, di là dalla qualità o interesse di un lavoro (che è chiaro spero sempre quando sono spettatore di incontrare e quando preparo un lavoro o mi accingo all’ennesima replica di regalare/vendere a chi verrà a vedermi), se ci piace o non ci piace, se ci irrita o entusiasma è sempre colpa nostra più che dell’oggetto guardato.
    Con uno guardo distaccato, “critico”, posso cercare di capire e spiegare agli altri cosa non mi convince o cosa mi convince di un lavoro, ma temo che niente di quel che dico possa esser oggettivo e inoppugnabile. Ho sentito difendere a spada tratta con argomenti convincenti cose che ritenevo orribili e avevo visto con dolore, noia e distrazione. O letto recensire con sufficienza e sfocatezza cose che ero tornato a vedere 8 volte con entusiasmo.
    Vabbè, comunque ho iniziato a parlare/scrivere come si fa su internet, cioè senza sapere cosa stavo dicendo, per impulso a rispondere a tue considerazioni che mi avevan colpito, come al solito andando un poco fuori tema…quindi la pianto qui.
    Non so come fosse lo spettacolo, ma quanto meno partiva da un bellissimo testo di Christa Wolf, è già qualcosa 🙂

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