Verso l’Ubu. Maurizio Panici e il tempo in un respiro

Verso l'Ubu
Verso l'Ubu

Verso l’Ubu (photo: teatroargotstudio.com)

“Prima di morire si vede passare tutta la propria vita in un attimo… Ma quale attimo! Il tempo è come se si dilatasse”.
E’ questa una delle prime frasi pronunciate in “Verso l’Ubu” un progetto di Maurizio Panici, che lo dirige per Adriano Mainolfi e Simone Perinelli.

Vita e morte si danno battaglia per l’intero spettacolo. Due personaggi, o perlomeno due diversi volti dell’esistere umano, si sfidano in un duello verbale, emotivo e immaginifico senza fine, in quel labirintico cerchio che solo il mondo onirico può contenere. I due si susseguono, si giustappongono, marchiano con la propria voce il silenzio di una vita che sempre più spesso sfugge loro dalle mani, o che forse già hanno perduto.

Tanti sguardi delle identità umane: il giovane malinconico e poetico; il vecchio triste e stanco, ma saggio e fiero; il ragazzo di borgata dissacrante e aggressivo, che odia per essere amato; la donna madre e musa protettrice.

Voci e immagini sul filo della citazione cinematografica, teatrale e letteraria, di classici e moderni:  dalla follia del “Riccardo III” ad “American Beauty”, passando per “Full Metal Jacket” e “Blade Runner”. Tutto questo è mostrato con sapienza dal regista Panici, che da anni trae soluzioni drammaturgiche dall’unione dei classici, usando un linguaggio sempre vicino alle nuove generazioni.
Negli ultimi anni una parte importante del suo impegno di regista si è rivolta anche a restituire ai classici la loro originaria dimensione popolare, con particolare attenzione al pubblico giovane (per esempio, nel 1995, “Romeo e Giulietta” con Valerio Mastandrea, Rolando Ravello, Bruno Armando e Micol Pambieri, e nel 1996 con Pamela Villoresi e Arnaldo Pomodoro, “Antigone” di Anouilh e la riscrittura di “Orestea” come guerra di mafia).

In “Verso l’Ubu” il linguaggio dei classici si confonde armonicamente con quello di celebri film della cinematografia moderna, rendendo la soluzione scenica veloce, gustosa e mai pesante, pur affrontando tematiche particolarmente delicate, come la guerra, e intime, come la fine di una personale esistenza.

L’impianto scenico rende poliedrico lo spazio, ne sfonda le prospettive, annullando la differenza che risiede tra il performer e la sua immagine proiettata. Un telo trasparente separa il pubblico dai due attori, semplice trovata tecnica per circondare i due dalle immagini proiettate riflettendosi sia nel primo telo reticolato che sul fondale. Un viaggio in cui si succedono ambienti virtuali tridimensionali, attraversando monti, valli, volti, corpi e treni in corsa, tutto un immaginifico regno di presenze ed esistenze. Un percorso alla ricerca di una risposta ad un’unica grande domanda: “Che cos’è la fine?” e soprattutto, definita una “fine”, qual è la vita? Proprio da questo quesito esplode un inno alla vita con lo sguardo fisso all’infinito. “Carpe Diem” risuona e si ripete come monito: “cogli l’attimo”.

A rispondere sono i testi, rivolti al mondo giovanile, alla sua irrimediabile, sfrontata illusione di immortalità e di conseguenza alla sua tipica persistente sfida al pericolo. I personaggi si moltiplicano in monologhi sferzanti, divertenti e taglienti, poetici e ricchi di malinconia. Ci sono riflessioni costanti sul nostro vivere, sulle ipocrisie quotidiane, svelandone ogni putrido pensiero, come quello del “maschio” davanti ad una bella donna; ogni giudizio che si cela dietro un falso sorriso socialmente accettato, quello della moltitudine di cittadini “perbene”.
A un passo dalla fine, a un solo alito del proprio respiro, ogni velo scompare e la più intima realtà umana si svela.

VERSO L’UBU
un progetto di Maurizio Panici
produzione: Argot Produzioni
regia: Maurizio Panici
testi a cura di Maurizio Panici e Marzia G. Lea Pacella
con: Adriano Mainolfi e Simone Perinelli
visioni: Andrea Giansanti
durata: 1h 09′
applausi del pubblico: 1’ 10’’

Visto a Roma, Teatro Argot Studio, il 17 aprile 2011