Tarantino, Extramondo e l’approdo sicuro della drammaturgia italiana

Il vespro della beata Vergine
Il vespro della beata Vergine

Il vespro della beata Vergine (photo: teatrolitta.it)

“È da oltre dieci anni che volevamo mettere in scena un testo di Antonio, e quest’anno abbiamo sentito ancora di più l’urgenza di immergerci nella sua lingua alta”. Stiamo parlando di “Vespro della Beata Vergine” di Antonio Tarantino, un testo quasi (ma non del tutto) inedito per la scena italiana e debuttante stasera in prima nazionale al Teatro Litta di Milano sino al 23 gennaio, nella versione di Michela Blasi e Andrea Facciocchi.
Di nuovo un testo di Tarantino, insomma, come abitudine nelle ultime stagioni teatrali. E un perché c’è di sicuro.

Lo stesso autore è presente alla conferenza stampa di presentazione dello spettacolo, ma il suo spirito schivo lo fa intervenire poco, preferendo lasciare la scena, anche in questo caso, a Blasi e Facciocchi. Se non quando viene tirato in ballo da una domanda diretta sul come è diventato drammaturgo. Tarantino non si sottrae e racconta del suo esordio dopo i 50 anni: “Facevo il pittore, ma senza grandi successi, insomma non funzionava granché… Poi una compagnia di teatro mi chiese di scrivere un testo; io sapevo di essere distante da quel tipo di ricerca di impressioni. Così, nel 1992, scrissi “Stabat mater” che, inaspettatamente, vinse il Premio Riccione. Il “Vespro” è il terzo testo teatrale che ho scritto, poi per un periodo più nulla. Mi sono fermato fino a quando non ho ritrovato l’ispirazione: è stato grazie ad un incontro casuale in zona Porta Nuova [la stazione principale di Torino, sua città d’adozione, ndr] con un uomo che avevo conosciuto trent’anni prima. Dopo questo evento è tornato lo stimolo per scrivere “Lustrini”, in cui c’è un personaggio a rappresentare tante storie”.

Tornando al debutto di stasera, Blasi e Facciocchi, entrambi milanesi, dal 1992 sono uniti nella Compagnia Extramondo: lui portando l’esperienza da attore, lei con una laurea in Architettura e spettacoli di danza contemporanea come coreografa. Insieme hanno avviato un percorso di ricerca sul lavoro dell’attore: a partire dal 1996 a Holstebrö, partecipando a un soggiorno di lavoro alla sede dell’Odin Teatret, e da lì in poi, ricercando una “certa drammaturgia non allineata”, si sono confrontati con autori contemporanei come Heiner Muller, Thomas Bernhard, Giovanni Testori e Peter Asmussen, dei quali Andrea è stato interprete spesso monologante. Tendenza confermata anche nell’ultimo lavoro, realizzato a partire dal testo di Tarantino, anche se “Vespro della Beata Vergine” contiene due personaggi: un padre che si trova all’obitorio per riprendersi il cadavere del figlio, e il figlio, transessuale morto suicida nelle acque dell’Idroscalo.


“In scena, io sarò entrambi”, conferma Andrea. Sottotitolato appositamente “dialogo per una voce solo”, il testo, per la Compagnia Extramondo, è stato reinterpretato proprio come “dialogo per una voce soltanto, animato da un’unica persona”. “Il Vespro della Beata Vergine infatti parla dell’ultimo, e unico, incontro tra padre e figlio: l’unica possibile fusione tra i due in un tempo ormai non più possibile, e cioè dopo la morte”, spiega la regista suggerendo un’analogia con la realtà: “Quando una persona non è più con noi, accade di pensare a tutto quello che si poteva dirle e non si è detto, e così, di parlarle”.
Nel Vespro “questo dialogo permette ai due di riconciliarsi: il padre ha l’occasione di capire, accettare e quindi ritrovare il figlio, pur essendo una comunicazione trascendente, un fatto che accade in modo invisibile”, commenta l’interprete. “Una cosa possibile solo in un’ambientazione che definirei fantasmagorica, ovviamente onirica”, aggiunge la regista, senza anticipare altri dettagli sull’allestimento. Tutto ciò, nella trama, dura il tempo in cui si compie l’autopsia: all’attesa fisica si sovrappone un percorso, a ritroso e tutto mentale, in alcuni episodi della loro vita insieme, che vengono rievocati in scena nella forma di una conversazione telefonica.

In questo dialogo fittizio tra un padre “giocatore e puttaniere” e il figlio “marchettaro”, noto a tutti come il Beato Verginello, emergono i dettagli della realtà urbana e degradata riportata da Tarantino. “Questa ambientazione mi ha ricordato la mia infanzia, non tanto nelle vicende, quanto nelle atmosfere” ha spiegato l’attore impegnato, insieme al contributo della regia di Michela Blasi, nel restituire “quegli ambienti dei bar che io da bambino vedevo in zona Porta Romana e che ho perfettamente riletto nel testo di Tarantino, che mi ha sempre attirato prima di tutto per l’altezza della sua scrittura”.
“Originalità e bellezza delle parole di Tarantino stanno proprio qui, nella straripante parlata bassa che non è ricerca linguistica per tentare di dire l’indicibile. Così – secondo Blasi – nel modo più naturale, i personaggi del teatro di Tarantino”.

“Un viaggio – aggiunge lo stesso Tarantino – dove si respira anche tanto amore per l’arte, la poesia, il mito ascoltando il Vespro, tanta umanità nel flusso continuo di parole, nella magia dei versi sciolti che Andrea Facciocchi riesce a fare suoi con la generosità e adesione al linguaggio che già l’aveva contraddistinto nei celebri monologhi di Testori”.

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