Vetrina della Giovane Danza d’Autore 20: a Ravenna lo scouting tra i nuovi coreografi

Martina Gambardella (photo: Gigi Fratus)
Martina Gambardella (photo: Gigi Fratus)

Come l’anno scorso, per capire verso quali direzioni si muove la nuova danza negli intendimenti delle giovani generazioni di creatori e performer, ci siamo recati con grande curiosità a Ravenna, dove dal 17 al 19 settembre si è svolta la nuova edizione della Vetrina della Giovane Danza d’Autore.

L’azione della Vetrina, organizzata dal Network Anticorpi XL e che attualmente coinvolge 37 strutture di 15 regioni, fa un ottimo lavoro di scouting, offrendo a Ravenna, ai giovani autori selezionati con bando annuale da una commissione artistica composta dai partner della rete, una preziosa occasione di confronto con il pubblico e con gli operatori nazionali e internazionali, oltre che con altri artisti e critici che frequentano numerosi la manifestazione.

Come è accaduto per Scenario Infanzia a Bologna, riguardo al teatro per le nuove generazioni, nella città romagnola abbiamo seguito da vicino le 13 prove d’autore selezionate, per capire il linguaggio e l’immaginario praticati dalla nuova generazione della danza italiana, senza dimenticare che ci troviamo di fronte a giovani artisti in divenire…
Inoltre abbiamo potuto gustare, nel corso dei tre giorni, anche due prove d’autore di coreografi alle prese con una loro prima performance, realizzata da un ensemble di giovani danzatori di formazione accademica, e a una creazione dedicata a un pubblico di ragazzi, attraverso un’azione mirata.

Dobbiamo subito dire che, rispetto alla scorsa edizione, dove avevamo potuto sottolineare alcune linee di tendenza riconoscibili, quest’anno ci siamo trovati di fronte a numerosi percorsi stilistici assai diversi tra loro, tali da non essere facilmente racchiusi in linee di tendenza specifiche.
Per esempio tra gli assoli, su tutti, ci sono piaciuti quelli di due giovani danzatrici assai interessanti come Martina Gambardella e Stefania Tansini, che propongono la loro alta ed evidente qualità stilistica in modo assolutamente diverso.

In “Error #1” Martina Gambardella si pone alla ricerca continua di un adeguamento del proprio corpo fuori da sé, nello spazio e nel tempo; mentre ne “La grazia del terribile” i movimenti di Stefania Tansini tendono a risolversi nel corpo stesso dell’artista, che cerca la sua stabilità in un continuo evolversi di forme e di possibilità.

Sofia Magnani e Lucrezia C. Gabrieli (photo: Alessandra Stanghini)

Sofia Magnani e Lucrezia C. Gabrieli (photo: Alessandra Stanghini)

Altra modalità viene espressa in uno dei progetti che ci hanno più convinto, “Stretching one’s arms again” di Lucrezia Gabrieli che, danzando con Sofia Magnani, prende ispirazione dall’opera “Untitled (Blue, Yellow, Green on Red)” di Mark Rothko, inondando la scena di un continuo giubilo di colori.
Il blu, il rosso, il verde e il giallo, attraverso le luci e i costumi delle due interpreti, accompagnate dalle note della “Serenade” di Mozart – che si alternano al gioco musicale creato da Giacomo Calli e Giacomo Ceschi – esprimono i sentimenti diversificati che la danza riesce compiutamente a regalare al pubblico, in un alternarsi continuo tra astratto e concreto.

Jari Boldrini e Giulio Petrucci, per il loro duo al maschile, scelgono invece lo spazio esterno della banchina della Darsena ravennate per attraversarlo in lungo e in largo con i loro movimenti sincronici sulla musica di Simone Grande. In questo modo le geometrie dello spazio prescelto si modificano continuamente, anche perché l’occhio dello spettatore si mescola continuamente con le varie particolarità della location, attraversata anche da ospiti inattesi ed occasionali.

I due frammenti coreografici che ci hanno più colpito, e in cui la teatralità fa maggiormente capolino, sono stati “Sleeping Beauty (work bitch)” e “Gianni – Pasquale”, anche se entrambi dovranno essere approfonditi ancora in molti dei loro aspetti.
Il primo, regia e coreografia di Nyko Piscopo, con in scena Leopoldo Guadagno in tutina rosa, utilizza la danza classica, in specifico Tchaikovsky, come metafora di una società sempre uguale a se stessa, zeppa di regole assurde, tutte tese ad ingabbiare una generazione e un modo di essere che vi si contrappongono per liberarsi dai legacci con cui sono avvinti. Una performance ironica, che al contempo parla di libertà, espressa attraverso una danza liberatoria e finalmente scevra da ogni tentennamento.

Sleeping Beauty (work bitch) (photo: Sabina Cirillo)

Sleeping Beauty (work bitch) (photo: Sabina Cirillo)

“Gianni – Pasquale” della compagnia Ivona, su coreografie di Pablo Girolami, pone invece in scena Giacomo Todeschi per parlare di diversità e di mancanza di adeguamento ad un mondo che non appartiene a tutti.
A torso nudo il performer, disseminando occhiali per tutto il palco e indossandoli all’occorrenza, cerca di vedere una realtà in cui vivere a suo agio, esprimendo il suo tenero amore per il mondo attraverso una danza sempre sghemba, spesso sgangherata, che manifesta benissimo il suo animo impacciato, desideroso di attenzione, inadeguato, in un mondo che lo rifiuta.

“Bob” di Matteo Marchesi, danzatore che ricordiamo piacevolmente in scena in “Graces” di Silvia Gribaudi, è invece uno spettacolo che si colloca nel progetto CollaborAction Kids, azione che offre sostegno e accompagnamento allo sviluppo di creazioni rivolte al giovane pubblico.
La performance di Marchesi, dedicata ai ragazzi, si concentra sulla celebre fiaba “La Bella e la Bestia”, ed in particolare sul concetto di mostruosità.
In uno spazio vuoto, in cui le scelte musicali giocano con le emozioni che il movimento danzato del performer suggerisce, Marchesi si presenta all’inizio come ectoplasma che, furtivo, attraversa la scena per poi trasformarsi in una creatura misteriosa. Essa, seppur ripugnante, chiede ripetutamente aiuto ad una luce ristoratrice che sempre viene contrapposta al buio, che permane spesso sullo spazio scenico.
Il performer racchiude in sé, attraverso intelligenti scelte scenografiche, il dolore dei due personaggi protagonisti della storia: quello di Bestia, condannato ad una mostruosità non desiderata, dalla cui oscenità si libererà sulle note di Al Bano, ma anche quello di Bella, sorella bistrattata, colpita da una sorte avversa.

Ma c’è anche un altro frammento visto a Ravenna ci è parso adattissimo ai ragazzi. Parliamo di “Jenga” di Lia Claudia Latini, che con Giovanni Leonarduzzi mette in scena un divertentissimo duo bianconero che imbroglia di continuo lo sguardo dello spettatore in un gioco di domande, foriero di molteplici divertenti interpretazioni, a cui sicuramente i ragazzi darebbero risposte profonde ed entusiasmanti.

In “Granito” di Francesca Antonino, Laura Chieffo e Ilaria Quaglia – con in scena le stesse Antonino e Chieffo insieme a Silvia Berti – protagonista è ancora lo sguardo dello spettatore, che segue nel tempo la trasformazione impercettibile dei corpi indistinti delle performer, i quali ora si incontrano, ora si amalgamano tra loro, ora si lasciano, in un continuo gioco che rimanda al divenire della materia, in grado di disgregarsi e poi ricompattarsi per assumere forme diverse.

Per quanto riguarda le prove d’autore, molto riuscita infine ci è sembrata quella realizzata da Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi, che con i danzatori e danzatrici della MMContemporary Dance, su una composizione musicale di Sergio Salomone, imbastiscono un sentito omaggio alla celebre coppia di amanti Romeo e Giulietta.
Tre Giuliette e due Romei si cercano sul palco senza mai trovarsi, in una continua passerella di corpi contrassegnata da una musica ossessiva, sovrastata da un grido femminile strozzato.

Insomma, un’altra bella edizione di questa Vetrina ravennate, che fa ben sperare nel futuro della danza contemporanea nel nostro Paese.

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