VicoQuartoMazzini su Marte, fra surrealismo e grottesco

Vieni su Marte (photo: Francesco Tassara)
Vieni su Marte (photo: Francesco Tassara)

Un’insoddisfazione latente, come il male di vivere. Un mondo come una pietraia con rari fili d’erba. E l’accumularsi disordinato d’impressioni amare come vuoto esistenziale.

Il progetto “Mars one”, avviato qualche anno fa dal ricercatore olandese Bas Lansdorp, lanciava la suggestione di creare una colonia permanente su Marte. Esso si prefiggeva di inviare, dal 2032, alcune decine di persone sul pianeta rosso. È ancora da capire quanto quel progetto fosse una chimera. Quello che invece è certo è che, dai cinque continenti, 200 mila persone si sono candidate a far parte di quella comunità di pionieri.

Cercare nuove possibilità. La compagnia barese VicoQuartoMazzini è partita da questa fascinazione per esplorare la condizione umana. Il dialogo con un marziano provoca riflessioni di senso.
“Vieni Su Marte”, drammaturgia di Gabriele Paolocà, con Michele Altamura e lo stesso Paolocà registi e interpreti in scena, tenta di ricomporre l’umanità frammentata che guarda a un altro pianeta come a una via d’uscita dalle multiformi angosce della vita.


Un velo-schermo trasparente di tulle crea, davanti al palco del Teatro i di Milano, un diaframma su cui proiettare, in forma di video, le velleità dei tanti terrestri che aspirano a diventare marziani. Il velo è anche una sorta di filtro tra la dimensione immanente e quella virtuale. Dentro di quest’ultima si muovono i protagonisti, che spaziando tra ruoli e accenti, oscillando dal tragico al grottesco, danno fisicità a quelle proiezioni.

Paolocà e Altamura ci mostrano un insegnante precario esiliato nella sede più lontana possibile, oppure un teatrante che vuole insegnare su Marte l’arte di Bernhard. Abbiamo una donna che non intende lasciare partire il suo uomo. E un’anziana trasporta penosamente sulla navicella spaziale la bara che dovrà custodire il marito ormai debilitato. A un senzatetto non sembra vero che qualcuno gli abbia regalato un biglietto per il nuovo pianeta.

A inframmezzare queste storie sono le osservazioni giudiziose di un marziano, che sul lettino di uno psicanalista dall’idioma napoletano sembra deplorare la scelta dei terrestri di abbandonare un luogo dove si può leggere Novalis. In fondo il poeta e filosofo mostra proprio la partecipazione dell’uomo all’ordine cosmico, la relazione tra anima e corpo, con una poetica sospesa tra classicismo formale e una pratica romantica segnata dalle nevrosi.
Novalis, con le sue vibrazioni, giunge su Marte insieme al corredo di libri che una donna ha preparato per il suo uomo, e che questi continua a snobbare. È un episodio simbolo, che aiuta a capire come l’umanità destinata a popolare il nuovo pianeta non sia migliore di quella sulla Terra. Marte non sarà l’avamposto di un’umanità redenta. Non è difficile prefigurare anche lì guerre, razzismo, odio, inquinamento, distruzione.

Le inquietudini insoddisfatte di “Vieni su Marte” ricordano le metafore sull’emigrazione di “Extraterrestre”, brano cult del 1978 di Eugenio Finardi, che termina con la nostalgia del ritorno. Troviamo lo stesso desiderio di autoaffermazione, lo stesso bisogno esplorativo, il vagheggiamento d’innocenti civiltà galattiche. È identico anche l’anelito alla solitudine che tuttavia – nell’atto in cui si concreta – si ribalta nell’amplificazione delle paure iniziali. I marziani sono la proiezione di noi stessi.
Il cambiamento, suggerisce lo spettacolo, sta dentro l’anima. Solo scavando in noi stessi possiamo trovare la cura ai nostri mali. Se cambiamo città, amici, stile di vita e altre cose materiali, nel giro di poco tempo riaffioreranno le nostre angosce. E’ quindi inutile provare a svincolarsi da ciò che ci affligge, bisogna affrontarlo e vincerlo.

Una morale così potrebbe suonare retorica. Il collante drammaturgico che tiene unite le storie è a tratti labile. Ma questo lavoro è potente per tutta una serie di aspetti: la sincerità espressiva, accompagnata da una recitazione generosa; le atmosfere oniriche, fino a percepire la riduzione della forza di gravità (le scene sono di Alessandro Ratti); la potenza di astri luminosi mai così vicini, sottolineata dall’avvicendarsi di chiarore e buio (luci Daniele Passeri); il bisogno di silenzio, per avviare il dialogo con la notte.

“Vieni su Marte” esorcizza la morte attraverso uno sguardo acuto verso il cielo, per cogliere lo spettacolo delle stelle. Per osservarle da una prospettiva in cui paiono a portata di mano. La percezione della nostra fragilità non genera smarrimento, ma senso di meraviglia.
In scena stasera a Soliera (MO) e domani a Bagnone (MS), mentre il 12 e 13 arriva a La Spezia.

VIENI SU MARTE
di VicoQuartoMazzini
diretto e interpretato da Michele Altamura e Gabriele Paolocà
drammaturgia Gabriele Paolocà
scene Alessandro Ratti
luci Daniele Passeri
costumi Lilian Indraccolo
riprese e video editing Raffaele Fiorella, Fabrizio Centonze
tecnica Stefano Rolla
produzione VicoQuartoMazzini, Gli Scarti
con il sostegno di Officina Teatro, Kilowatt Festival, Asini Bardasci, 20Chiavi Teatro
con il sostegno del MiBACT e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”

durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 1’50”

Visto a Milano, Teatro i, 16 dicembre 2018

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